; ■ % CENNI STORICI SULLA mmmm di nm punte NELL'AGRICOLTURA ED ORTICOLTURA TOSCANA DEL DOTTORE ANTONIO TARtìlONl-TOZZETTl Profess. onorario dell'Università di Pisa; Profess. di Botanica nell'L e R. Arcispedale di S. M. Nuova; Accademico residente della Crusca , dei Georgofili , Socio della Colombaria e della Medico-Fisica di Firenze , ec. ; e corrispondente di varie altre Accademie scientifiche italiane ed estere. ^EW YORK ^Tanical GARDEN. FIRENZE TIPOGRAFIA GALILEIANA (ti M. Celllni e C. 1853 T3 7 Multa ignoramus quae non lalerent, si vele- rum tedio nobis essel familiaris. Macrob., Saturo. L.6, c.9. AI BENIGNI LETTORI ^^^* UBRARV NEW YORK botanjcal Garden. Pregato da un mìo rispettabile amico , di sup- plirlo per la lettura di turno che gli incombeva fare all'Accademia dei Georgofilì, improntai sopra alcuni appunti e ricordi che avevo, ciò che forma il primo articolo di questo mio libercolo, e che è relativo all'introduzione fra noi Toscani delle piante grami- nacee o culmifere; articolo che lessi all'adunanza della detta Accademia nel dì 1.** Giugno 1851. Gra- dita questa lettura dalla benevolenza degli accade- mici e del pubblico, fui incoraggiato contro ogni mia espettativa a continovare il mio lavoro per al- tre piante (t). Quindi è che in alcune successive adunanze della ridetta Accademia, continovai ad intervalli la lettura di vari altri articoli fino al VI inclusive , a seguito del primo , e che tutti furono stampati negli Atti di quella Accademia (2). (1) Ved. Rapporto dei Segretario dell'Accademia dei Georgo- miec, negli Atti di detta Accademia, T. 29, pag. 442. (2) Queste letture furono fatte nel 6 Luglio , e 7 Settembre 1851, UD 7 Marzo 1852 , e pubblicate negli Atti dell'Accademia del Georgofilì, C3 CD O CD Ma veduto che il lavoro incominciato, presen- tava una maggiore estensione nel suo sviluppo, tra- lasciai di farne soggetto di lettura ai Georgofili, per timore di non andare troppo in lungo e di stancare la sofferenza degli ascoltanti , col sempre parlare di un medesimo soggetto. Perlochè pensai invece di seguitare a riunire le notizie, che potevo trovare relative a questo punto di storia vegetabile, ed a pubblicarle nel presente li- bercolo. Debbo peraltro avvertire che in questo mio la- voro, non ho potuto dare un ordine rigorosamente scientifico alle materie di cui ho voluto trattare; ma tuttavia ho procurato, quando le circostanze me lo hanno permesso, di riunire le piante, di cui mi è occorso far parola, capitolo per capitolo con un certo ravvicinamento per famiglie naturali ; e qualche al- tra volta piuttosto le ho raccozzate a seconda degli usi per i quali più specialmente esse si ricercano, o si coltivano. Delle spontanee al nostro suolo italiano , non ho detto che brevemente di quelle poche soltanto , che meritavano una più particolare attenzione , rela- tivamente alla loro perfezionata e migliorata razza e cultura; le altre le ho trascurate, perchè gene- ralmente parlando non fanno oggetto di speciale col- tivazione , o se lo fanno , non ci presentano nulla che sia degno di essere commemorato per qualche specialità. Le piante erbacee destinate propriamente alla coltura dei campi , quelle da ortaggio , le applica- bili agli usi delle arti , che dirò tecniche ; quindi gli alberi fruttiferi , gli agrumi , gli alberi da orna- mento, e finalmente alcune piante da fiorì per ab- bellimento dei giardini, mi sono sembrate quelle che più meritassero di essere illustrate, perciò che riguarda la storia della loro introduzione nelle no- stre campagne e nei nostri giardini. Le notizie relative che ho potuto trovare, sono estratte da non pochi libri antichi e moderni di classici autori di agricoltura e di botanica, ma ben anche da altri di inferiore merito , e di taluni dei quali forse si potrebbe eziandio dire, essere ranci- dumi. Ma fra i libri antichi o moderni, mediocris- simi se si vuole, pur tuttavia può trovarsi sempre qualche notizia che faccia comodo; giacché come scrisse Plinio giuniore (1) nullus liber tam malus est, qui non aliqua parte prosit y come difatti è avvenuto a me per questo lavoro. Ma poi oltre i libri a stampa, ho avuto luogo di raccogliere in molti casi ciò che poteva dare un qualche schiarimento per questi miei cenni storici , da alcuni pregevoli manoscritti inediti. Tali sono più specificamente il Liber de simplicibus Benedicti Rinii medici ac philosophi veneti del 1415 , con figure assai ben disegnate e colorite ; e l'altro del secolo XVI intitolato : Erbario o storia delle piante, scritto in lingua italiano-veneta da Piero An- tonio Michiél Patrizio veneto, stato illustrato da Gio- vanni Marsili professore a Padova , i quali due MSS. si trovano nella biblioteca di S. Marco a Venezia , ed ambedue da me consultati nell'Agosto del 1852. Altri due manoscritti ( che son nella mia biblioteca) (1) Epislolar. L. 2. VI del padre Agostino del Riccio frate di S. Maria No- vella di Firenze, dei quali uno intitolato Agricoltura teorica in un volume , e l'altro Agricoltura sperimen- tale in 2 volumi, scritti fra il .1595 e 1596 (1), mi hanno fornito molte notizie per ciò che riguarda le cose di Toscana. Oltre a questo ho ricavato anche moltissimo dai manoscritti di Piero Antonio Micheli Gorentino , insigne botanico fra il secolo XVII e XVm (2). E questi manoscritti Micheliani portano per ti- tolo : 1." Rariorum planlarum historia , in 6 volumi, dove trattasi anche della varieté di tante frutte d'ogni genere, coltivate nell'agro fiorentino; 2." L«- sta di tutte le frutte che giorno per giorno dentro Vanno son poste sulla mensa del Serenissimo Gran- duca di Toscana in un volume; 3." Descrizione e figura delle olive coltivate neW agro fiorentino in uo volume. Altri MSS. del mio avo Giovanni Targioni- Tozzetti in schede e miscellanee che ho presso di me, e la sua insigne opera intitolata Selva di noti- zie sull'origine e progressi delle scienze fisiche in Toscana, in XVII volumi, e di cui ora é stato per munificenza sovrana pubblicato un estratto nel 1852, col titolo di Notìzie sulla storia delle scienze fisiche in Toscana, cavale da un manoscritto inedito di Giovanni Targioni-Tozzetti ; non meno che altri ma- fi) Vedi intorno a questo religioso quanto ne dice Giovanni Tar- gioni-Tozzetti nella prefazione al Catalogus plani, hort. Caesar. Fio- rentini di Pietro Antonio Micheli, pag.xxx. Idem. Notizie sulla sto- ria delle scienze fìsiche in Toscana ec. Firenze 1832, pag. 280. (2) Vedasi VElogio di Pietro Antonio Micheli ec. Scritto da An- tonio Cocchi. Firenze 1737. VII noscritti di miscellanee, note e cataloghi di piante, e schede di appunti a vegetabili spettanti, di vari autori dei due ultimi decorsi secoli , che ho del pari presso di me, ed anche altri manoscritti nelle nostre pubbliche biblioteche, mi hanno potuto molto soc- correre in queste mie ricerche. Ma se coH'aiuto di tutte queste opere edite ed inedite mi é riuscito, alla meglio che la mia capacità Io permetteva, rin- tracciare la storia di non poche piante fin dall'antico tempo o dagli ultimi decorsi secoli conosciute , non così facile è stato il tener dietro alla innumerevole e sgomentante quantità di vegetabili di ogni genere che oggi giorno si importano in Europa, e fra noi pu- re, per arricchirne i giardini dei dilettanti di Flora , da trovarmi impossibilitato a registrarli. Quindi di questi , che dall'altro canto non potrebbero dar luogo che alla semplice compilazione di una nota di nomi col numero dell'anno in cui sono stati introdotti nella nostra orticultura , ho creduto meglio tralasciare di farne parola , essendomi limitato ad indicare le opere a stampa più confacenti all'uopo, nelle quali per uso degli amatori fioristi , sì dà conto delle piante in questione. In dette opere, per la maggior parte dei casi si potranno ritrovare le desiderate notizie, da chi bramasse schiarire questo punto di storia vegetabile. Per la qual cosa voglio che i miei let- tori abbiano ben presente, che io non ho preteso in questo mio scritto di dare altro che alcuni sem- plici cenni , e non una storia completa dell' intro- duzione di tutte le piante conosciute , che a tanto non mi sarebbe dato l'animo, e solamente ho cer- cato per comodo dei curiosi , di riunire insieme ciò vili che su tal proposito si trova sparso qua e là in molte opere , talune delle quali per essere MSS. non sono facili a potersi consultare sempre , né da tutti. E queste opere via via ho avuto cura di citare in appoggio a quanto ho detto, ed anche per norma di chi con più fondamento volesse applicarsi a que- sto genere di ricerche. Laonde prego il pubblico ad essere indulgente verso questo mio lavoro qualunque , incominciato per una casuale circostanza , continovato per V in- coraggiamento avutone , ma fatto senza pretensione a tempo avanzato , come suol dirsi , cioè a seconda che me lo permettevano le interruzioni di altre mie non poche ingerenze d'impieghi; e perciò, ripeterò con Terenzio, facile aequaminitas vestra mihi ad scribendum augeat induslriam. La posizione geografica dell* Italia , e la sua diffe- rente forma di superficie , or pianeggiante , e più spesso montuosa , ed anche alpestre , offre un così fatto can- giamento di clima nelle sue diverse provincie , estese dal settentrione al mezzogiorno, per cui la vegeta- zione delle piante vi è oltremodo svariata. Di fatto una gran quantità di queste desiderose di freddo e di nevi , di quelle amanti un moderato tepore atmosferico, e di quelle le quali non vivono che sotto un cielo più ri- scaldato , si trovano spontanee, o si possono coltivare nei diversi distretti , che a seconda della loro latitu- dine , offrono quella graduale temperatura atmosferica, cosi differente e scalata , dalle Alpi alla Sicilia. Ma per quanto il suolo ed il clima si prestino cosi propizi allo sviluppo e mantenimento di tanti esseri vegetabili, tuttavia è da dirsi, che se l'Italia ha piante originarie in grandissimo numero di specie , che pos- 2 sono soddisfare la curiosila scientiflca dei botanici , conae lo attestano le tante flore parziali di sommi distinti nostri botanici , e soprattutto la generale dell'Italia dell' esimio Cav. Prof. Antonio Berloloni , manca quasi aflatto per lo contrario , di piante utili alla agricol- tura , e che generalmente ora sono coltivate nelle no- stre campagne a beuefizio di quelle popolazioni. Di tal sorta di vegetabili il suolo italiano pochissimo offre di indigeno e suo proprio, essendo che quasi tutto sia stato importalo più specialmente dalle orientali regioni, in differenti tempi , cominciando dai più remoti secoli, come pure dall'America dopo la di lei scoperta. E sic- come le notizie delle piante coltivabili per benefizio dell'agricoltura, introdotte fra noi a varie epoche, sono incerte e sparse qua e là in più scrittori, e che di molle buone specie o varietà di esse piante , se ne deve l'at- tuale nostra conoscenza alle premure principalmente di non pochi illustri Toscani dei secoli decorsi , così credo che il riunire tali notizie possa essere di una certa sodi- sfazione agli studiosi dell' agricoltura , la quale ha pure i^ei suoi fasti delle reminiscenze isloriche aggradevoli. §. I. Delle piante graminacee o culmifere. Fra i vegetabili adunque che più direttamente sono ricercati dall'agricoltura nostra, e sono di necessità indispensabile, noi cominceremo dalle graminacee, fra le quali vi è il grano o frumento ( Trilicum sativum) , noto ed in uso fin dalla più remola antichità , ricor- dandosi nella Bibbia (1) col nome di Khitah o Chitta ^ e che formava parte di ciò che i Greci dicevano sitera, ed i Latini (rumenta , comprendendo sotto questi nomi generici tulle le piante culmifere, o che fanno paglia (1) Deuteronom. Vili , 8. 3 alle a soimninistrare dei semi buoni a ridursi in pane. Per altro intorno al grano o frumento , relativamente alla sua prima invenzione , nulla può dirsi di preciso , essendo che 1' epoca della sua cognizione , cultura , ed usi, si perde nei tempi favolosi. Infatti tanto essa è remota, che fu dalle antiche e primitive nazioni attri- buita a certi loro particolari Dei , a Iside , a Cerere , a Triptolemo ec. (1) , ma neppure ora per quanto studio abbiano fatto i moderni botanici , si è certi del pre- ciso paese originario di questo utilissimo cereale. Gre- desi esso spontaneo dell'Asia o dell'Affrica (2) , e Stra- bone (3) attesta che è indigeno della regione dei Mu- sicani contrada dell'Asia. Ma il Doureau de la Malie (4) più specialmente lo fa nativo dei contorni dell'antica Sythopoli o Nysa ( Berthsan dei moderni , nella Giu- dea ) , lo che sembra poco probabile al Loiseleur de Longchamps, per essere quella una località troppo ri- stretta ; ed oltre a ciò perchè ne è stato trovato spon- taneo e silvestre in Egitto, in Gandia , ed in Sicilia, secondo il Fazzello (5) ed il Belli (6) , ed oltre la Si- cilia , ove pure lo asserì spontaneo 1' Harting (7), tro- vasi salvatico anche in Sardegna , al dire del Bertolo- ni (8) , il quale tuttavia non lascia di affacciare il dubbio, se realmente sempre vi fosse stato; ma però crede più probabile, che tanto io Sicilia che in Sar- ti) Le antiche nazioni tributarono onori a vari Dei e Dee, da cui si credè ritrovalo il grano , o prolellane la coltivazione, conoe può vedersi in lui. Ponlederae , epislol. oc disserl. T. 1 , p. 146. (2) V. Ollav. Targioni-Tozzetli., lezioni d'Agric. T. I , p. 80. (3) Geograph. L. 13 , p. 127. (i) Revue Medicale 1842. T. 3 , p. 403. (5) De rebus siculis dee. I , Lib. 1 , e. 4. (6) Honori Belli, epislol ad Cardinalem Clusinum, in Clusii va- rior. CCCXII. (7J V. Continuazione degli Adi dei Georgolìli, T. 13, p. 239. (8) Flora italica , T. 1 , p. 796. 4 degna, vi fosse spontaneo, avanti che si cominciasse a coltivarlo. Linneo (1) sulla relazione dell' Heintzelman, che lo trovò nei deserti dei Baschiri presso i monti Ural, lo credè originario della Siberia. L' Humboldt (2) lo ri- trovò indigeno nella pianura del Wolga. Cosicché è pro- babile che molte località possano essere considerate come la patria di questa preziosa pianta. Lasciando a parte qui l'opinione di coloro che credono essere le tante qualità di grano, che or si conoscono, provenienti da una sola specie , non meno che 1' altro modo di pen- sare di taluni , che ne moltiplicarono soverchiamente le specie medesime, diremo che il tipo delle varietà razze , più anticamente coltivate e conosciute dei tritici, che noi diremmo /"rumentt , vale a dire dì quelle piante culmifere panizzabili , i di cui granelli o semi escono nudi dalle glume colla semplice trebbiatura , è quella specie la quale fu dai Latini denominata Robus , corrispondente al nostro gran duro , dopo del quale Columella (3) ne nota un'altra specie primitiva , detta Siligo , male a proposito tradotta da taluni per segala, e che sarebbe il grano nostrale di prima qualità , o come si espresse Plinio (4) siligìnem proprie dixerim tritici delicias, di cui se ne conoscono altre due varietà principali , coi nomi di grano gentile e grano grosso , già coltivate in Italia da remoto tempo, con altre va- rietà ancora , come si rileva dal geoponici latini, e da Plinio specialmente , che enumera molte qualità di fru- mento in uso ai suoi tempi (5). Fra questi credo di non (1) Specìes piantar. 3.» edil. T, l , p. 126. (2) Essai sur la geogr. des plani. (3) De re rustica , L. 2 , e. 6. (4) Hlsl. nalur. L. 18, e. 8. (5) Hist. fiat. L. 18, e. 7. — V. anche Giovanni Targioni-Toz- zelti Selva di notizie ed osservazioni sul grano ec. nei suoi ragiono- menti sull'Agricoltura Toscana, p. 122. Ed anche dello slesso: Silolo- = 5 dover lasciare scordato quello che Plinio stesso nota (1) ifra le specie fertilissime ramosum aul quod centigranium lappellant , che sarebbe anche secondo V opinione del Fée \\ Triticum compositum , il quale ai nostri tempi è stato molto commendato sotto il nome di grano a grappoli , o del miracolo , o dell' abbondanza (2). Dalla facilità, che hanpo avuto alcune vere specie distinte di grani , di degenerare in una o in altra varietà e sottovarietà, secondo i luoghi , i climi , ed i terreni » ne sono venute le tante qualità di frumenti , che oggi giorno si cono- scono ; sulla, specificazione e recognizione delle quali , molta è la confusione , non potendosi chiaramente tro- vare l'epoca della introduzione nelle nostre campagne, né l'origine loro precisa. Olire le suddette differenti e moltiplici qualità di frumenti panizzabili, abbiamo ì\ farro, esso pure apparte- nente ai tritici, detto eziandio spella {Trilicum Spella) ram- mentato nella Bibbia (3) col nome di cussemet ossia /"ar (4), come, pure /ar, e triticum adorefim ^ lo chiamavano i La- gia ovvero raccolta di esperienze sulla natura e qualità dei grani ec. Livorno 1763 , T. 1 , — Manetli delle specie diverse di frumento e di pane ec. Firenze 1783, p. 6. — Ed intorno alle qualilà di grani, V. Continuaz. degli Atti dei Georgofili , T. 15, p. 239, e per altre varietà più modernamente introdotte. V. Mazzuccato Memor. boian. Agrar. sopra diverse specie di fruineìUi. Padova 1807, 8." — In quanto poi alle diverse qualità di frumenti coltivate dagli antictìi e loro cor- rispondenza coi nostri attuali, V. Saggio isterico sullo stalo e le vi- cende dell' Agricoltura antica, di Filippo Re, p. 186, (1) Hist. nat. L. 18, e. 10. (2) Questo grano, ctie sotto altri nomi ancora è slato lodato so- vercliiamente, è originario di Smirne e dell'Egitto, e non è specie distinta , ma varietà del grano grosso. V. Ottav. Targioni-Tozzetti , lezioni d'Agricol. , T. 1 , p. 89. (3) Exod 9 . 32 , Genes. e, 9, v. 3l e 32. (4) Il cussemet, secondo lo ScJieuczero (Phys. Sacr., T. 2, p. S9, 60), nella versione svizzera della Bibbia è mal tradotto per rogger, cl>e è la segala, dovendosi invece Intendere la spella o farro, zea dei Greci, 6 lini, e che Ovidio (1) disse luscum semen. Era colo anche prima questo farro ai Greci , ricordandolo col nome di olyra (òwpa) e zea (zaa) , Omero (2) ed Erodoto (3) qual cibo anche per le bestie , e Teofrasto (4) come pianta frumenlacea. E qui si noti che olyra e zea non erano che due varieià di farro, come lo avvertì Dioscoride (5), essendo la zea quel farro piccolo detto Triticum mono- coccoli dai moderni, nativo della Tauride e delle colline del Caucaso. L'olyra fu creduta impropriamente dal Paucton essere il riso, e dal Paw la segale (Q) , ma è con più ragione il nostro farro o Trilkum spelta. Il Dodoneo la crede il Triticum dicoccum , che Dioscoride pone col monococcwm, qual seconda varietà della zea (7). Questo cereale, secondo S. Girolamo (8), era conosciuto dagli Egiziani col nome di thera o athera, voce colla quale Dioscoride (9) e Plinio (10) , chiamarono una spe- cie di farinata fatta coH'olira o colla zea, cioè col farro, il quale dalla Grecia fu trasportato ab antiquo in Italia, dove successivamente fu coltivato, e serviva per gli stessi usi cibarj , cui ora noi lo destiniamo. Che anzi Plinio (11) racconta che di esso unicamente i popoli del Lazio si servirono per circa 360 anni , prima che fos- se trovata l'arte di fare il pane. Questo farro o spelta sembra originario della Persia , avendolo trovato spon- taneo nella provincia di Ramadan nel 1782 Andrea Mi- fi) De medicai», faciei. vers. 65. (2; Iliaci. L. 5, V. 196 — L. 8, v. S60.— OdiSS. 4, 41. (3) Hist.L. 6^ pag. 120 edil. Amslel 1763. F. curante Vaickenar. (4) Hisl. piantar., L. 8 , e. 4 e 9. (.5j Mal. rned., L. 2 , e. 82. (6) V. Fée noto a IMiuio. L. 18. Nota 103 e 122 nella Iraduzio- no fi.iKcese , edizione di Pankouke. (7] Mal. med. L. 2, e. 80. (8) Quaesl. in Genes. opp. T. 2, coli. S4H. (9) Mal. med. , L. 2, e. 114. fio; Hisl. nat. L. 22, e. 23. {I J) H'sl. naI.L. 18, e. 7. chaux (1), da dove fino dai più remoti secoli deve essere stalo introdotto nell'Egitto , poi in Grecia , quindi in Italia , come si è detto. E qui in proposito di questo farro si noti , che il nome di zea antico , non deve farlo confondere colla zea altro genere di graminacea così in- titolato da Linneo , che sarebbe il granturco o sici- liano (Zea ìnays) , di cui parleremo più sotto. L'orzo, fu a testimonianza di Plinio (2), il più an- tico nutrimento dell'uomo; e dalla Bibbia (3) ove è in- dicato col nome ebraico di Scianghurà o Scengora , si rileva essere esso stato coltivato in Egitto 1500 anni prima della nascita di Gesù Cristo. Ippocrate (4), ed an^ che Teofraslo (5) annoverano tre specie di orzi allora conosciuti dai Greci , sotto il nome di crite , refe- ribili : 1." all'orzo comune ( Hordeum vulgare L. ); 2." all'orzola o scandela Hordeum , cui sunt bini anguli di Plinio (6), {Hordeum distichum L. ); 3.° e all'orzo maschio {Hordeum hexasticon L.), ossia a quella specie colla spiga di sei canti , che sarebbe l'orzo di cui spicae quaedam plures ordines habenl usque ad senos , secondo Plinio. Dell'orzo comune ve n'è una varietà a seme nudo, detto perciò orzo mondo. Dell' orzola parimente ve n' è una varietà essa pure a seme nudo , delta orzo di S. Lucia e orzo mondo ancora. Tutti questi orzi sono indigeni delia Tarlarla , e non nascendo spontanei in Italia, vi doverono esser tra- sportati da antico tempo, poiché tutti sono ricordati dai Geoponici latini. (1) V. Lamark. Encycl. roelhod. Dolan. T. 2 , p. 500. (2) Hisl. nat. L. 18, e. 14. (3) Exod. 9, 31. (4) De morbis mulier. L. 3. - De vici, ralione L. 2. — De na tur. muliebr. p. 37 1 , edil. ciim Foesio. (5) Hisl. plani. L. 8, e. {. ^6) Hisl. nal. L 18 , e. 7. 8 Dicendo Plinio, hordeum Indi sativum et sylvestre , farebbe pensare che fosse indigeno delle Indie orientali, lo che non è. Secondo Moisé Gorenense (1) l'orzo co- mune nasce spontaneo verso il fiume Araxe , ora Kur, nella parte orientale della Georgia. Il Wildenow (2) lo fa nativo delle vicinanze di Samaram , in Russia, e del pari in Sicilia. Ma si avverta che lo Jacquin , nega es- sere di questa isola, e che non lo mettono fra le piànte spontanee dell' Italia né il Gussone nella sua Flora Sicula , né il Bertoloni nella sua Flora Italica. L'er- rore sarebbe nato dall' esser chiamata orzo comune- mente nella Sicilia un'altra graminacea che vi è ab- bondantissima , e della quale parla il Sestini (3) , e che è VAegylops ovata L. , ben dififerenle dall' orzo (4) e ciò secondo ancora quello che ne avvertono il Roe- mer e lo Schuites (5), i quali aggiungono essere origi- naria dell'Egitto una varietà di questo medesimo orzo comune , per la sua grandezza detto giganteo. L' orzo mondo poi , fu trovato indigeno da Marca Polo in Balascha , provìncia la più boreale delle Indiev orientali (6). Questa varietà d'orzo non pare che fosse conosciuta in Toscana a tempo del Mattioli, il quale la nomina come estranea a noi, dicendo, seminasene una specie in Francia, la quale chiamano orzo mondo, per uscire egli mondo dalle spighe quando si tribbia come fa il grano (7). (i) Geograpliia p, 360. (2) Species plani. T. 1 , P. I , p. 472. (3) Lettere scritte dalla Sicilia e dalla Turchia. T. 5 , leti. «. (4) Diodor. Sicul. al Lib. 5, lu cliiama grano salvalico dicendo, IrUicum agreste quod in Leonlino agro aliisqae Siciliae locis pluribus nascitur , e del quale il Seslini dice esserne usali i semi in luogo di grano dai Siciliani. (5) Syslena. Vegelabil. T. 2, 791. (6) V. Ramusio, Viaggi. 2, fol. 10. a (7) Discorsi In DIoscor. T. i , p. 420, ed. in Fol. Venez. 1683. 9 Ma per altro pochi anni dopo il Talli lucchese , nei suoi libri d'Agricoltura (1) , nomina l' orzo che nella triturazione si monda come il grano; ed il Taoara (2), mentre dice esser raro l'orzo mondo di Francia , citalo dal Mattioli, e che ne incoraggia la coltivazione, no- mina un altro orzo mondo che era hen conosciuto. Tal- mentechè resta dubbio qual sìa quest'orzo mondo dei citati autori , se cioè la varietà a seme nudo dell'orzo , o dell'orzola. Comunque siasi però Pier Crescenzio (3) dice parlando dell' orzo : Jtem invenitur hordeum quod in trituratione mundatur , ut frumentum , lo che prova che almeno nel Bolognese , 1' orzo mondo vi era cono- sciuto e coltivato da qualcheduno , avanli il 1300. La qualità detta orzola , scandela e spelta , è stala chiamata da Columella (4) orzo galatico , perchè secon- do questo autore provenne dalla Galazia. Il Wildc- now (o)dice che l' orzola è spontanea essa pure presso Saraaram in Russia. L'orzo maschio o esastico f Ignorasi da dove sia provenuto, ma è probabile che sia della Russia, della Siberia, o della Tarlarla. Evvi pure anco l'orzo periato di Germania ( ffor- deum zeocriton L. ) detto dal Trago (6) , da Giovanni Bauhino (7) e da Gaspero suo fratello (8), riso di Ger- mania , il quale brillalo , serve agli usi della medicina e a farne minestre. Il rammentato Trago lo crede il (1) Dell'Agricollara libri cinque , 1560, p 39. (2) Economia del Citladino in villa, L.6, p. 42S.- Seconda edi- zione pag. 631. (3) Opus ruslicaliunn commod. — Lib. 3 , e. 16. Pier Crescenzio nato a Bologna nel 1230, ultimò la sua opera suH'Agricoltura , dopo tornalo dal suo esilio politico, cioè dopo il 1299, all'età di 70 anni , come egli stesso dice. (4) De re rustica , Lib. 2 , e. 9. (ÌJ) Species piantar. T. 3 , p. 473. (6) De stirpium corament. L. 2 , e. 23 , p. 644. (7) Hist. plani. T. 2, p. 429. (8) Pinax 2 , Prodrora. 4 , Iheatr. 21. Q 10 tragon di Dìoscoride (1), ed il far candidum di Colu- mella (2) ; nel qual caso si potrebbe dire di antica col- tivazione presso i Romani , senza poter accertare, né da dove venuto , né quando introdotto. La vena {Avena saliva L.), la cui patria si pretende che sia l'Isola Ioan Fernandes presso il Chili (3), eoo si trova rammentata nella Sacra Scrittura ; sicché pare che non fosse conosciuta dagli Egiziani , né dagli Ebrei. Ma è descritta da Discoride (4) da Galeno (5) , e da Plinio (6) sotto il nome di Bromos , e Bromus; lo che ci fa certi che non dall'America fosse importata , seb- bene si voglia, come sopra si è detto, originaria anche di questa parte del globo , ma piuttosto che provenisse molto anticamente dalle Indie orientali , o da altri luoghi dell'Asia, come resulterebbe da un passo di Galeno ricordalo di sopra , nel quale dice, hoc semen in Asia est frequenlissimum , et potissimum in Mysia quae est supra Pergamum , da dove portata prima in Grecia , lo fosse poi anche di là in Italia. La vena sal- vatica al contrario {Avena fatua L. ) che è il Bromos {?pó^xoi) di Teofraslo (7) e non degli altri Greci, e che serve come foraggio fresco per gli animali , é origina- ria d' Europa , ed anche dell' Italia , ove spontanea ab- bonda nei campi, con altra a lei mollo simile, cioè V Avena sterilis , L. aegylops di Teofrasto (8) e di Dio- scoride (9) , ma ambedue confuse in una da Virgi- (1) Mdt. med. L. 2, e. 115. (2j De re rustica , L. 2, e. 6. (3) V, Llnn. Species plani. T. 1 , p. 118. (4) Mal. mei. L. 2 , e. 16 e L. 4 , e. 140. (5) De aliment. facull. L. i . e. 14. (0) Hlsl. natar. L. 18, e. 25. (7) Hisl. plani. L. 8 , e. 9, (8) Hlsl. pi. Lib. 8 , e. 7 e !). (9) Mal. med. L. 4 , e. 13. li ilo (1) e da Plinio (^), che le ritengono come sterili e dannose per i campi ; ed anche così credute da altri più recenti botanici (3). Altre avene più modernamente si è cercato d' introdurre nelle nostre campagne , fra le quali la vena di Tarlarla {Avena tartarica Ard.) o {Avena orientalis Schreb, ) , descritta e fatta conoscere in Italia per la prima volta nel 1781 dal Prof Pietro Arduino di Padova (4) come ottimo foraggio. Per altro lo stesso autore dubita che questa precisa pianta fosse stata de- scritta dall' Haller (5) sotto il nome di avena panicula heleromalla ec. Lo che è vero ; ma asserisce non esser mai stata coltivata in Italia, li Wildenow non gli as- segna patria alcuna, ma il Roemer e lo SchuUes , la di- cono nativa fra le biade e lungo le strade della Panno- Dia , dell'Austria , e della Wetteravia. Un'altra specie pure di vena , cioè la vena nuda , o d'Inghilterra {Avena nuda L.) non era a testimonianza dello stesso Arduino conosciuta in Italia prima del 1779, epoca nella quale la descrisse e propose con 1' altra detta qui sopra, sebbene fosse stata ricordata dal Lo- bel (6) e dal Dodoneo (7) fin dalla metà circa del se- colo XVI , e che per le notizie datecene da Giovanni Raio (8) , fosse molto coltivata in Inghilterra verso la fine del XVII secolo , nell' estrema Gornovaglia , presso il promontorio di Land's End , da venderla allo stesso prezzo del grano. Il paese originario di questa vena era ignoto per Linneo e per il Wildenow ; ma il Roemer e (1) Georg. L. 1 , vers. 133 e 226. — Eglog. 6 , vers. 37. (2) Hlst. nat. L. 18, e. 17. (3) V. Bertolonr, Flor.Ital. T. 1, p 693. (4) Del genere delle avene. Meraor. Padova 1786, 4." pag. 7. (6) Conaraenlar. nov. Goettlng. T. 6, p. 18. (6) Icon. 32. (7) Stlrp.hlsl, pempl. L. 1 , e 3f , p. 311. (8) Synops. melhod. sllrp brilann. pag. 389 , num. 6, edit.3.* 12 lo Schuites (1) dicono essere spontanea inter segetes in Austria t ubi colitur , lo che per altro non impedisce di muover qualche dubbio , che veramente sia indigena di quella parte dell'Europa. La segala pare ad alcuni che sia slata conosciuta dalla più lontana antichità, poiché secondo il Pereira (2), sarebbe ricordata nel vecchio testamento ; lo che per altro è mollo dubbio. Negli scritti di Teofrasto (3) se- condo alcuni vi è indicala sotto il nome di tiphe , la quale a vero dire il Fèe (4) riferisce piuttosto alla Festuca fluilans ; e se si dovesse valutare l'opinione del Paw (5) , anche Erodoto l' avrebbe ricordala sotto il nome di Olyra. Della segale ne parla pur anche Pli- nio (6), ma per altro Catone, Varrone , Columella e Palladio non la rammentano, se pure come alcuni vo- gliono non debba essere la loro siligo , lo che è molto inverosimile, poiché il Mattioli (7) prova non essere la segala la cosa stessa della siligine , di cui già sopra ab- biamo parlato. Ma in ogni Diodo quando la secale di Plinio, e la tiphe di Teofrasto fossero realmente la se- gale (lo che è molto inverosimile) essa sarebbe al più quella varietà a granelli scuri , come lo rileva il Do- doneo (8) , la quale non è ora più in uso , perocché si preferisce a lei la bianca o comune {Secale cerale), es- sendo assai migliore. La segale si vuole dal Glavio (9) (1) System, vegelab. T. 2, p. 669. (2) Elemenls of mal. raecl. ani. Therap. T. 2 , p. 9iO. (3) Hist. plani. L. 8, e. 1 . 2, 4. (4) V. Fee, noie a Plinio L. 18, T. 11 , pag. 409, nota 217, ediz. di Pankouke. — Lo Sprengel, Hisl. rei herb. T. 1, p. 21, crede che quesla liphe sia la segale, e che sia ricordala da Galeno fac. alim. 1, 313, sollo il nome di iiixpuus TtupoCs. (o) V. Fée L. e. pag. 379, noia 103. (6) Hisl. nal. L. 18 , e. 16. {!) Discorsi In Dioscor. T. 1 , p. 425. (8) Hisl. Frumenlorum. Legumiuura. ec. pag. 23. (9) Hislor. del gran Tainerlao. p. 103, edlz- di Madrid. 1782,4.» 13 nativa deirArinenia , e da quasi (ulti i botanici si dice originaria dei deserti del Caucaso. Ma forse questa cre- denza è nata dall'avere il Pallas nei suoi viaggi (1) trovato spontanea gran quantità della così delta dai Si- beriani dikaia kokh , che vuol dire segala salvatica , la quale sebben molto simile alla segala , non è tale spe- cie , ma bensì il Triticum litorale. Peraltro il Kock re- centemente ha annunziato (2) di aver trovato la segala spontanea sulle montagne di Pout , non lungi dal Vil- laggio Dshmid , nel paese di Hemschìn , sopra un ter- reno granitico a 5 in 6,000 piedi di elevazione , e r avrebbe pur anche ricevuta dal signor Tbirke raccolta sull'Olimpo. Non si sa peraltro quando sia stala introdotta nella nostra agricoltura , ed il Re (3) crede che non fosse col- tivata neir Italia antica , cioè prima che i Romani pas- sassero l'Appennino , e venissero nel Piceno, ossia nelle Marche. Il mio avo Giovanni Targioni-Tozzetti nei suoi viaggi per la Toscana (4) , è di parere che la negala siasi cominciata a coltivare assai tardi fra noi, perchè egli dice di non averla trovata rammentata da Pier Crescenzi , che scrisse la sua opera sul fine del XIII e il cominciare del XIV secolo. Infatti nella prima edi- zione Ialina del dì lui Opus rusticalium commodorum Li- bri XII , non si trova fatta menzione di segala; ma al Lib. IH, vi è il capitolo 12 , intitolato de sHigine , che poi nelle diverse volgarizzazioni fattene in italiano in differenti tempi e sotto variati titoli , è tradotto per segale ; lo che non è in regola , secondo ciò che ne pen- (1) T. 6, p 110. (2) V. Linnaea , T. 21 , p. 427 , ann. 1848 , Noav. Bibl. de Ge- nève 1818 , p. 160.— Nuovi Annal. delle Scienze di Bologna , Loglio ed Agosto 18S0, p. 149. (3) Saggio Storico dell'Agricollura antica , pag. 197. (4J Ediz. 2.» T. S, p 400. 14 sano il Mattioli (1) lo Scaligero (2) lo Stapelio (3) ed il Bruyeiino (4); e già superiormente abbiamo no- tato che siligo si chiamava dai Latini quella specie di grano primitivo , la quale costituisce il grano gentile comune. Vero è che nelle note alla traduzione fatta da Bastiano del Rosso, sotto il nome deìV Inferrigno , si vuole che Crescenzio usasse la voce siligo , in senso difTerenle da ciò che la intendevano i latini antichi, e che perciò il nostro primo agronomo bolognese chia- masse siligo la segale. Marcello Virgilio (5) opina che V olyra dei Greci fosse la nostra segale; e dello stesso parere abbiamo notato di sopra che lo fu il Paw, men- tre è invece una varietà dì spelta o di farro, come già si è detto , e come io dimostrò il Mattioli (6). Ma noi per il nostro oggetto lasciando a parte tal questione , noteremo piuttosto che in un istrumento di lega fra le Repubbliche di Firenze , di Genova , e di Lucca , con- tro quella di Pisa, dell'anno 1284, riferito da Flami- nio del Borgo (7) , si trovano fra le altre cose nomi- nate , granum seu frumentum, hordeum, segale ec. E che in un trattato di pace fra la lega guelfa di Toscana ed i Pisani, del 1329, vi sono ricordati granum, secale, hordeum ec. (8) ; quindi la coltivazione della segala se non antichissima fra noi , vi era nondimeno nota da gran tempo. Il miglio { Panicum miliaceum), Elymus (ixufio?) de^li antichi Greci , de! pari che il {panicum italicum) (1) Disc. In Dioscor. T. 1 . p. 423. (2) De sablllil. exercil. 292, pag. 368. (3) Comment. In Theophrast. p. 931. (<) De re cib.iria , L. S , e. 1 , p. 230. (8) Interprel. In Dlo<:c. p. 114 tergo. (6) Disc. In Dioscor. T. 1 , p. 493. (7) Raccolla di Scelli diplomi Pisani mm. 3 , p. 20. (8) Fl.im.dal Borgo, op. eli p. n3, - V. anche Giovanni Tar- glodi To7.7.o(li , Viaggi, L. e. 15 Cenchrus ( kévxos ) di tutti \ Greci antichi , sono venoti dalle Indie nei tempi remoti , di cui non resta memo- ria ; ed il nome d' ilalicum dato dai botanici al panico comune , non è perchè sia nostro indigeno , ma perchè coltivato in Italia abbondantissimamente insieme col miglio , fin da tre secoli almeno prima dell'era volgare, secondo il parere di Filippo Re (1). La saggina {Holchus Sorghum L.) detta anche sor- go, melica, e miglio indiano , sappiamo da Plinio (2) che fu portata in Italia probabilmente per la via del mar Rosso dalle Indie orientali a suo tempo , e circa dieci anni avanti che egli scrivesse la sua storia naturale , lo che corrisponderebbe press'a poco a cento anni pri- ma della morie di Marco Aurelio , la quale avvenne nel 17 Marzo dell'anno 180 dell' era cristiana. Ma que- sta apparteneva a quella specie di seme nero , che fu detta Holcus niger , e che Plinio , e molti altri più mo- derni hanno confusa come varietà con altre saggine; mentre quella comune , o a seme rosso , fra noi più ricercata, s'ignora quando fosse introdotta. Essa tro- vasi variare per i semi lisci e per il colore or rosso chiaro , or rosso cupo , or rugginoso , or giallastro , or bianco , e questa ultima di seme bianco , pare di più moderna data per noi , rammentandola il Mattioli (3) come ricevuta da Padova , e non anche nota al suo tempo in Toscana. Essa è stata riconosciuta da molti scrittori per quella specie , che il Belonio, sotto il nome arabo hareaman trovò verso il 1546 , abbondantemente coltivata in Gilicia e nell' Epiro , e che disse non tro- varsene fatta menzione dagli scrittori greci e latini; es- (1) Saggio Storico dell'AgricoUara antica, p. 198. (2) Hist. nat. L 18, e. 7. MUium intra hos decerti annoi ex India invenlum esl , nigrum colore, amplum grano, harundimum culmo. (3) Disc, in Diosc. T. 1 , p. 4 35. 16 sere ignota ai Francesi ed agli Italiani ; avere una gran somiglianza colla saggina comune rossa , ma da essa differire soltanto per il colore bianco del seme (1). il Forskael (2) la descrisse come specie nuova col nome di Holcus Durra , derivandolo dalla voce egiziana Dora Durrach , colla prima delle quali è pur anche indi- cata da Rhasis (3). Linneo la considerò come una va- rietà a seme bianco della saggina comune {Holcus Sor- ghum)y nel modo che lo era stala egualmente ritenuta dal Dodoneo (4). A questa specie di saggina l'Iablon- ski (5) riferisce la thera a alhera degli Egiziani , ricor- data di sopra , la quale piuttosto sulla fede di Diosco- ride (6) e di Plinio (7) , si deve considerare per una specie di farinata, fatta col farro, come già si è av- vertito. Pare anche che questa saggina medesima sia quella , che nella Bibbia (8) è detta dachan. Taluni hanno referito a questa stessa saggina bianca il triti- cum bacirianum di Teofrasto (9) e di Plinio (10) , e fra i moderni lo Sprengel (11) inclina a sospettare che tale fosse di fatti il grano battriano di foglie larghe quat- tro dita, così ricordato da Erodoto (12). Questa opinione è più verosimile di quella emessa da altri , i quali ri- feriscono al formentone o Mays , il citato grano bat- triano , sulla erroneità della quale credenza torneremo a dire qualche cosa più in basso. (1) Petr. Beloi), Observ. L. 2 , e 100. (2) Fior. Arab. p.l74. (3) De re medica , L. 2 , e. 2. (4) Stirp. hist. peraplad. , p 308. (5) Opascal. T. 1 , p. 13. (6) Mal. med. L. 2, e. Il4. (7) Hist nat. L. 22, e. 25. àegyplii aiharam vocanl. (8) Ezechiel. ,4,9. (9) Hisl. plant. L. 8 , e. 4. (10) Hisl. nal. L, 18, e. 17. (il) Hisl. rei herbar. T. 1 , p. 79. (12) Hisl. L. 1, pag. 91. 17 Contuttoché peraltro il Belonio verso la metà del secolo XVI , si esprimesse che questa saggina bianca , o hareoman , fosse ignota ai Francesi ed agli Italiani , farò a questo proposito osservare , non curando i pri- mi , che in quanto agli Italiani , abbiamo Pier Crescen- zio (1), il quale parla , tanto della saggina rossa , che della bianca, come di cose cooosciutissime a suo tempo; sicché quest'ultima saggina bianca , se non era colti- vata in Toscana , stando a ciò che ne dice il citato Mallioli , lo era nondimeno in allora in Lombardia ben da più di due secoli indietro. La saggina spazzola o spargola ( Holcus sacchara- tus L. ) , di cui abbiamo nelle nostre campagne un' estesa coltivazione per farne granate, granatini, spazzole, ec. è originaria delle Indie orientali. Al dire del Rumphio (2) che si appoggia all'autorità di Plinio, questa saggina sarebbe stata importata in Italia col nome di milium indicum, la prima volta sotto il regno di Nerone; ma bisogna peraltro osservare che il passo di Plinio (3) , sul quale si fonda il predetto Rumphio , riguarda la saggina nera Holcus niger dei botanici moderni , di cui ho già dato un cenno superiormente ; tanto che reste- rebbe sempre incerto il tempo dell' introduzione fra noi della saggina spazzola , la quale certamente é delle Indie orientali , come già ho avvertito. Il nome poi di saccha- ratus, dato da Linneo a questo olco o saggina, si è per- chè nei suoi fusti contiene dello zucchero , che da taluno è stato proposto estrorsi. La saggina di Cafreria {Holcus Cafer, o Cafrum Ard.), perchè nativa e coltivata in questa provincia dell'Affrica, avente la spannocchia quasi a ombrella , composta di (l)Opus ruslical. coramod. L. 3 , e. 17. (2) Herb. Aniboin. T. 3 , p. 193. (3) Hisl. ria». L. 18, e. 7. , 3 18 molli racemi o pannocchie secondarie, coi semi bianchi, è al contrario di moderna data , poiché fu fatta cono- scere in Italia nel 1775 dal Prof. Pietro Arduini di Pa- dova (1) , che ne ricevè i semi dall'Affrica , ma non ha avuto grande incontro , sebbene oltre al dar farina coi semi potesse somministrare zucchero col sugo dei suoi gambi , come lo disse lo stesso Arduini, e come poi più estesamente lo insegnò Luigi di lui figlio (2). Il più volte rammentato Prof. Pietro Arduini (3) fece anche conoscere per il primo nel 1780 in Italia , un'altra specie di saggina , di grossa pannocchia ovale , a semi bianchi , la quale egli disse essere coltivala copiosamente nella Siria , nell'Arabia, nei luoghi montuosi del Libano, nelle isole orientali del Mediterraneo, ed oltre mare. Si conosce il nome di saggina turca , e per avere la sua spiga curvata , la disse Holcus cernuus , e la ritenne per nuova specie , come fu poi ammessa dai botanici poste- riori, non avendola esso trovata indicata dagli scrittori , se pure non la confusero col Dora o saggina bianca , di cui sopra ho parlato. Ciò infatti accadde nel T. Vili degli Atti Elvetici , dove in una memoria vi è descritta questa specie , anche prima che lo fosse meglio dall'Arduino, ma però confusa col detto Dora. La saggina in spiga detta panico indiano ed Holcus spicatus dai botanici, avente la pannocchia cilindrica, fitta , e con i semi piccoli e bianchi , è di moderna in- troduzione. Essa fu trovata coltivata abbondantemente nella Barberia ed in Asia , sotto il nome arabo di Droh, (1) Del genere degli olchl o sorghi ec. , Memoria ec. , Pado- va 1786, i°; inserUa negli AHI dell'Accademia di Scienze, Leti. ec. di Padova, T. 1. (2) Islrazlone sull'olco di Cafreria 2.» ediz. Padova 1811, pag. 39. - Idem descrizione di un nuovo metodo per eslrarre lo zucchero dalla canna dell' olco di Cafrer. Padova 1813. (3) Del genere deyli olchi o sorghi ec. , Padova 1786, p. 14. 19 da Francesco Gasati milanese , che ne dette i semi a Pietro Arduini , dal quale ne fu tentata la coltivazione in Italia l'anno 1785. Peraltro questa specie particolare di saggina , era già nota se non all'agricoltura , nella botanica certamente , poiché fu registrata nelle loro opere dal Dodoneo (1), col nome Panicum indicum e dal Clusio (2) , che la chiamò Panicum americanum , di- cendo di più, che fu per la prima volta portata in Europa dal Perù , senza avvertire la sua vera origine dalle In- die orientali , da dove sarà stata portata nell'America meridionale Il formentone ( Zea mays ) , è un' altra utilissima graminacea , la quale eie stala importata per coltivarsi nei nostri campi , come ora si fa abbondantemente , in epoca non remotissima. Infatti la prima volta che di essa ne è slata falla menzione in Italia , si è dal Fiaschi , viaggiatore fiorentino alle Indie occidentali , il quale lo descrisse in una lettera mandata a Tommaso suo fratello , in data del 24 Gennajo 1533, dal porto di Valenzuela , come cosa a lui ignota, dicendo: « Qui non ci fa ne grano , né vino , ma una certa cosa che la dicono Maise ec. (3) ». Dopo anche Francesco Garlelli (4) , che fu in America verso il 1594, racconta che essendo a Porio Belo nella Golumbia, mangiò il pane (così egli dice), che gli Indiani fanno col mais, che noi chiamiamo gran- turco. Sicché dal contesto di questi due autori egual- mente fiorentini, comparisce, che al tempo del Fiaschi non era conosciuto in Toscana il formentone , e che nel periodo dei sessanta anni circa che decorsero dalla lettera (1) Hist. slirpium pemplad. p. 307. (2) Rarior. slirpium per Hispan. observ. L. 2, 1876, 8.° (3) V. Targioni-Tozzetli Viaggi per la Toscana ec. , T. S , p. 400, edlz. 2.* (4) Ragionamenti sulle cose da lui vedute nei suoi viaggi alle Ind. Occid, ed Orienl. pag. 42. i>0 del Fiaschi al viaggio del Carletli, il quale mostrava es* sergli nolo sotto il nome di granturco , fu questo cereale introdotto nelle nostre campagne. Vero è che in Spagna Ferdinando Cortes , il quale nel 1520 conquistò il Mes- sico , delle conto di questa derrata nelle sue lettere a Carlo V (1). Egli è dunque chiaro che questo formentone è pervenuto a noi dall'America, dove è indigeno , e non dall'Asia, né dalla Turchia, come molti hanno credulo , supponendo che dalle Indie orientali fosse passato nell'Arabia, poi nella Turchia, e quindi nella Sicilia; dal che il nome di granturco ora comune , usato anche in Francia, in Germania ed in Inghilterra, e di grano- siciliano che gli conserviamo. 11 Fuchsio {2) ammette questa provenienza , almeno per la Germania; ma Ga- spero Bauhino (3) , il Dalechampio (4) ed il Mattioli (5) ne rilevano l'erroneità, confermando esserci stalo portato dall'America e non dall'Asia. Ed il Dodoneo , nato in Fiandra nel 1518, morto nel 1585, lo vidde a suo tempo trasportare in Europa, e difTondersi in molle Pro- vincie (6). Il Gerard (7), dice esser venuto prima in Spagna , come è ben naturale il crederlo , avendolo co- nosciuto nell'America meridionale i conquistatori spa- gnoli ; sebbene 1' Hernandez (8) , mandato nel Messico a (i) V. Zanon, Dell'agricoltura, arli e commercio Lellere , T. 5. p. 227. (2) Hlsl. slirpium, Gap. . 319, pag. 824. (3) Theatr. bolim. p. 2o. (4) Hisl. eener. planlar. T 1 , L. 4 , e. 2 . p. 382. (3) Disc, in Diobcor. T. 1 , p. 416 , dove dice: — Puossi rugio- nevolmenle connumerare fra le specie del grano quello che malamenle chiamano alcuni formenlo luì co ; e dico malamenle , perciocché si deve chiamare Indiano, e non lurco per esserci porlato dalle Indie Occi- dcnlali, e non d'AHa né di Turchia , come crede il Fuchsio. (6) Slirp. hisl. pemplad. IV, L. l . e. 26. (7j The herbal, or gener. hisl. of Ihe planls , p. 82. (8) Hist. ror. mexicanar. eie, corani. Rechio L. 7, e. 40, pag. 243. 21 sliidiarvi le cose naturali da Filippo 11 , e dove si trat- tenne dal 1593 al 1600 , si maravigli come gli Spagnoli a suo tempo , non l'avessero ancora a loro uso ridotto , trasferito e coltivato in Spagna. In quanto poi alla sua introduzione in Italia non sarei lontano dal supporre che dalla Spagna passasse in Sicilia , e di qui prendendone il nome , si estendesse nell' Italia superiore , ma più tardi che in Toscana; poiché il Segni, nel suo trattato intorno alla carestia (1) , parla di questo formentone, non come da lui veduto, ma sulla fede di Lorenzo Anania. Co- sicché, scrivendo egli nel 1602, è chiaro che fino a que- sto tempo non fu conosciuto nel territorio Bolognese ; oltre a che lo Zaoon (2) , appoggiandosi ad un docu- mento da lui detto cerio , fa sapere che non si conobbe nel Friuli questo grano siciliano, che dopo il 1610. Ho già superiormente avvertito che taluni crederono che il formentone fosse il grosso frumento, che Teofrasto dice nascere in Asia al di là di Bactra, con i granelli della grossezza di un nocciolo d'oliva. Questa opinione, che dubitativamente emesse Giovanni Bahuino parlando del Trilicum bactrianum di Plinio (3) , dal Cordo é affer- mata per certa ; sicché per questi scrittori il granturco sarebbe nativo ed originario di Bactra , provincia dell'Asia. Quindi da ciò si dovrebbe inferirne , che detto formentone fosse di più antica provenienza , e dall'Asia soltanto. Ma lo Stapel, nei commenti a Teofrasto (4), lo nega affatto con giuste ragioni , e per di più il Dodo- neo (5) ha chiaramente mostrato, essere il detto grano haitiano per ogni conto diverso dal siciliano; e già su- di TraK. sopra la carestia e faraeec, Bologna 1602. P;i(?. 136. (2) Dell' agricollura . arti e cummerc. Leltere T. 3 , p. 285. (3) Hist. nat. L. 18, e. 7. (4) Pag. 936. (5j Hisl. slirp. pemplad. IV, L. l , e. 26. 22 perìormente abbiamo detto a cosa debbasi referlre il grano batliano suddetto. Laonde, per tutto quello che è stato qui esposto su tal proposito , non può rimanere alcun dubbio sulla provenienza del formentone o mays dall'America meri- dionale esclusivamente, e che non fu conosciuto né col- tivato presso i popoli antichi orientali , egiziani , greci ed anche latini. Come egualmente non può sussistere quanto dice il Ducange nel suo Glossarium alla voce melica, che il granturco fosse coltivato nel 1195, nel Vercellese, a Montiglio nel 1300, a Calignano nel 1301, e successivamente in altri paesi ; ed in pari modo è uno sbaglio anche , che come riferisce il Molinari (1) fin dal 1204 fossero dati i semi di granturco bianco e quello per seminarsi all' Incisa di Monferrato , col nome di Meii^a , come sconosciuti fin d'allora , dovendosi piut- tosto ritenere che questa melica fosse qualche varietà di saggina. Vero è che col nome di grano siciliano e ciciliano si trova ricordato in un MS. del 1320 da Domenico Lenzi biadajolo fiorentino , una specie di fru- mento o grano , il quale peraltro nulla ha che fare col formentone o mays , ed è una specie di grano duro co- mune che si portava dalla Sicilia a vendere alla piazza di Orsanmichele , come lo rileva il Fineschi (2) editore di quel codice; lo che io noto acciocché per l'identità del nome , non ne nasca sbaglio. Il riso è altra pianta graminacea la quale era ignota agli antichi Romani , poiché 1' oryza descritta da Pli- nio (3) , avendo le foglie come egli dice carnose , si- (1) storia (l'Incisa T. t p. 198. (2) Istoria compend. di alcune carestie e dovizie di grano oc- corse in Firenze , cavata da un Diario MS. in cartapecora del Se- colo XIV. Firenze 1767. (:<) Hisl. nal. L. 18, e. 7. 23 mili a quelle del porro , raa più larghe , e fiori porpo- rini, non meno che T oryza ricordata da Orazio (1) , erano lutt'altra cosa del riso nostro comune, o Oryza sa- liva dei botanici , né si sa a che pianta referire V oryza degli antichi. Egli è vero che Teofrasto (2) dice che gli Indiani serunt potissimo quod oryzam vocant, slatque ma- gna parte temporis inaqua, effundit non spicam sed veluti jubam modo milii e(c. parole che fanno ben conoscere essere questo il nostro riso. Ed anche Strabene (3) parla chia- ramente della coltivazione del riso nelle stesse Indie, fatla nelle areole coll'acqua, e della sua sementa , non come di cosa da lui veduta, ma sulla autorità di Aristo- bolo: anche Dioscoride accenna (4) brevemente al riso come pianta frumentacea , e che nasce nei luoghi palu- stri ed uliginosi. Dal che se ne arguisce avere questi greci scrittori inteso parlare di questa graminacea come pianta esotica , ma da loro non conosciuta né vista ; nel modo stesso che di tanti altri vegetabili indiani han- no fatto discorso , sulla fede altrui. Né è da attendersi l'opinione del Paucton (5) , il quale pretende che V olyra dei Greci , che già abbiamo detto essere una specie di farro , fosse il riso , né che questo corrispondesse al Bromos di Plinio come forse Io credè il Fée (6) , sup- ponendo che questo naturalista latino avesse voluto in- dicare col detto nome bromos , una graminacea esoti- ca (7). Laonde dagli scritti dei summentovati autori non si prova che il riso fosse coltivato in Grecia, da supporre (1) Salir. 3, L. 2, vers. US. (2) Hist. plani. L. 4 , e. 5. (3) Geograph. L. i5. (4) Mal. med. L. 2 , e. 117. (5) V. Fée, Noie a! Lib. 18 di Plinio , T. 11, p. 379, noia 105, ediz. di Pankouke. (6) Nota 154 , p. 391 , alla traduzione francese di Plinio, ediz. dì Pankouke. (7) V. Plinio Hlsl. nat. L. 18, e. 18. 24 che di qui passasse fra i Romani ; ed al contrario se ne deduce che lo conoscevano come merce Irasportatavi. Resulta anche che avanti il 1400 , il riso non formava oggetto di coltivazione agraria in verun luogo dell' Ita- lia , ma che vi era semplicemente conosciuto come der- rata forestiera , essendo tassato dì una gabella insieme colle noci moscade, nello statuto di Vercelli, rivisto e ri- formato sotto il governo di Giovanni Luchino Visconti di Milano , verso la metà del secolo XIV, e stampalo poi nel 1541 a Vercelli da Gio. Maria Pellipari. Il Deni- na (1) assicura lo stesso, e dice che sembra fosse qua portato a vendersi dalla Grecia. Vuoisi peraltro dal Gre- gory (2) che i Portoghesi venendo dalle Indie Orientali, abbiano trasferita in Europa la coltivazione del riso , e che gli Spagnoli l'abbiamo introdotta nel regno di Na- poli , da dove passasse in Lombardia e nel Piemonte al principio del XVI secolo (3). L'Olivier de Serres (4) pretende al contrario che fosse portalo il riso dalle Indie direttamente nel Pie- monte , dove si cominciò a coltivarlo, secondo alcuni dal 1497 al 1505 (5). Difatti a Saluzzo fu dato mano a questa coltivazione , che dopo nel 1523 per causa di una epidemia fu proibita (6). A Novara vi è tradizione che vi fosse distribuito il riso per seminarlo nel 1521, dagli Spagnoli, quando Carlo V andò a prendere Milano; e presso Verona a Zevio si sa , che lo cominciò a col- ti) Rivoloz. d'Hai. T. 2, Lib. 14, e. 11. - Ved, anche Pa- gnlnl Pratica della mercalura , T. 3 e 4. — De Gregory De la cul- tore du riz. eie. , p. 12. (2) De la culture du riz. eie. , Ice. cit. (3) V. Demeo Mera, sulla coltiv. del riso nella provine, di Te- ramo , 1783. (4) Trait. d'Agricult. 1678', pag. 105. (5) V. Gregory De la culture du riz. , loc. cit, (6) V. Lodovico della Chiesa Storia del Piemonte, 1777, Lib. 3, p. 143. 25 tivare nel 1522 Teodoro Trivulzi milanese, coman- dante dell'armata Veneziana (1). Quindi non sussiste ciò che il Fumagalli (2) dice, che cioè i Milanesi aves- sero risaie nel XII secolo , non provandolo con verun documento; e molto meno può esser vero che dai Con- sulti legali del Garoelli , resulti come dice il Biroli (3) che nel Novarese vi esistessero delle risaie fln dal VII se- colo ; ed essendo falso ciò che il Carpani nella sua edi- zione degli Statuti di Milano riferisce al cap. 379, in- torno ai pestatori di riso , poiché il Gregory consultando nella Biblioteca Ambrosiana detti statuti autografi del 1396, non vi riscontrò nulla intorno a questo sog- getto , né di risaie ha trovato fatta menzione che nel XVI secolo. Anche il Torres spagnolo nel suo Trattato sul riso (4) ne fa introdotta la coltivazione in Italia nel secolo XVI. Pier Crescenzio (5) nell' originale la- tino della sua opera ed in molte altre edizioni latine non parla del riso, ma nell'edizione latina di Basilea del 1538, che ha il variato titolo De agricultura omni- busque planlarum et animalium generibus libri XII, vi è nel libro III pag. 133, un capitolo intitolato Deriso, ove dice : risum et ropelUa sunt alba et grossa, che nelle molte versioni italiane si traduce il pisello ed il rubuglioè bianco e grosso ec. ; cosicché confrontando anche il modo di coltivazione, si vede chiaro-che quel de riso et risum, è un errore , il quale deve correggersi de piso et pisum , giacché neir edizione latina ove è il detto titolo de riso vi (1) V. Belli, Mena, seconda nella Raccolta degli Opuscoli di Co- sinoo Trinci. Venezia 1768. — Maffei Slorie. — Gregory, De la cul- ture du liz. p. 12. (2) Aniichllà longobiirdiche T. 2. (3j Del risi) Trattalo econono. rustico ec , Milano 1807 , p. 2U. (4) Trattalo istor. ed econom. della nalur. spezie, pregi, paesi di origine e propagazione, usi fatti e che si possono fare del risoec. Ve- nezia , 1793 , 4.° (5; Opus rustie conaojod. L :S e. 20. è la figura in legno del pisello , che il riso In latino è dello oryze , e che dal Crescenzio nell'originale Ialino, come ho sopra notalo, non vi è nominato. Ma al con- trario nella traduzione italiana stampala a Venezia nel 1511 , non meno che in quella di Bologna del 1784 in 2 voi. in dio , fatta daW In ferrigno , ossia da Ba- stiano de Rossi, vi è al libro terzo, l'ultimo capitola intitolato del riso, del quale non si parla che in riguardo ai suoi effetti mangiandolo , e nulla della di lui coltiva- zione si dice; ma questo articolo è apocrifo ed aggiuntovi da uno dei più antichi traduttori, e ricopiato dagli altri, come lo rileva anche il cav. Iacopo Morelli (1). In Toscana fu cercato di stabilire delle risaie nel piano di Pisa, da un tal Leonardo di Colto de Colli cittadino pisano, come si rileva da un documento del 1468 riferito da Giovanni Targioni-Tozzetti (2) , il quale è una domanda di assicurazione dell'uso del- l'acqua proveniente da varj luoghi, per servizio delle risaie che voleva stabilire. Cosicché sebbene non si sappia , se i Priori e Gonfaloniere di Giustizia del Po- polo Fiorentino, cui la petizione era diretta, accordas- sero quanto voleva il detto Leonardo di Colto, e se le risaie vi fossero fatte , resulta lultavia che in quel- l'epoca del 14G8, si conosceva e si voleva praticare la coltivazione del riso in Toscana. Questa industria bensì in tempi più a noi vicini fu pensalo di attivarla in alcune località, come nella provincia senese, sotto il Granduca Francesco 1 de' Medici, secondo che risul- terebbe da una lettera scritta allo stesso Granduca , ed esistente nell'Archivio Mediceo (3). Ma per altro più (1) V. la nota all'elogio di Pier Crescenzio, detto da Filippo Re ec. , Bologna 1812 , pag- 43. (2) Viiiggi per la Toscana, T. 12 , pag. 217. (3) V. Rapporto della pubblica esposizione dei prodotti naturali e industriali della Toscana, fatta nel 1850, pag. xxxiv dell'Intro- duzione. 27 lardi nei poderi della Regia Villa del Poggio a Gajano, le risaie furono messe in allività di cultura sotto Fer- dinando I de' Medici circa la fine del secolo XVI , e vi rimasero fino al 1806, epoca nella quale una porzione fu ridotta ad altro genere di coltivazione , e poi nel 1810 , non essendo il prodotto che ne veniva, pro- porzionato alla spesa , furono abbandonate, e nel 1815 furono tutti quegli appezzamenti di terra appoderati , e ridotti a cultura asciutta , con qualche vantaggio per la salubrità dell'aria di quei contorni. Anche nel Luc- chese sul principio del XVII secolo vi furono introdotte le risaje , quindi proibite nel 1612. Lo stesso avvenne nel 1840 a Massaciuccoli e nel padule di Porta presso Pielrasanta , ma due anni dopo furono soppresse sul timore del danno all'aria di quei luoghi circonvicini. Cosicché tal coltivazione fra dì noi non ha avuto gran seguito, come al contrario lo è stato nella Lombardia , e ciò principalmente per i timori di danno alla salute pubblica. Per impedire questi inconvenienti , fu propo- sta la coltivazione di una qualità di riso detto secco , perchè si diceva nascere nelle colline all'asciutto come il grano. Di questo riso ne parlarono il Poivre nel 1750, ed il Padre Horta Gesuita nel 1765, e verso queste epoche fu sperimentato in vari paesi dell'Europa, ma sehza successo; quindi nel 1510 si tornò a proporlo come vantaggiosissimo, ma non riuscendo senza le irri- gazioni , per cui male gli si conveniva il nome di riso secco, fu lasciato in oblio (1). Tra le graminacee abbiamo anche la canna da jiucchero {Saccharum officinale) , la quale è pianta delle Indie orientali trasportata di là nell'America meridio- nale (2) , dove la coltivazione ne è ora così iramensa- (J) V. Humboldl, Voyag. aux regions equinoclial. eie. T. 2, p. 9i. (2) Verll Liisteyrie, Sur la cult, du riz en France. 8." Kxlr. dti Moiiileur num. 173 an. 181 1. 28 mente eslesa. Furono coltivate lo canne da zucchero in Sicilia , come luogo di clima caldo (1) portatevi dai Saraceni , e si vuole parimente che lo fossero nella Ca- labria, al dire prima di tutti del Porta (2); su di che lascerò di rammentare le contrarie opinioni dell'esservi o non esservi state realmente coltivate, le quali si suscita- rono fra il Nocca , il Bettoni , ed il Re (3) , e ricorderò soltanto che Francesco l de' Medici, il quale regnò dal 1574 al 1587 , tentò d' introdurne in Toscana la coltivazione (4) , ma senza successo , atteso la troppa diversità del nostro clima , con quello delle regioni ori- ginarie di tal vegetabile. (1) V. Filippo Re in Brugnat. Giorn. di Asie. chim. slor. nal. , T. 5, p. 447. — Cirillo, Fundam. botan. Neapol. 1787, p. 132. (2) Villae, Lib. XII , L. 11 , e. 17 , p. 903. (3) V. Brugnalelli , Gior. fl.s. chira. stor. nat. ec. , T. 5 , p. 275 e 447. — T. 6, p. 60. — Gagliardo. Lettera colla quale si dimostra che le canne di zucchero furono coltivale nei secoli XV e XVI, nella Ca- labria , inserite negli Annali d'Agricoltura Italiana T. 22 , p. 140. (4) V. Adriani , Esequie del Granduca Francesco 1. 29 g. II. Delle piante leguminose o baccelline. Dalle piante graminacee scendendo ora a quelle le- guminose, che formano un'abbondante messe nei nostri campi, e che si conoscono nella nostra agricoltura col nome di civaie e di piante baccelline , dobbiamo con- fessare che a riserva di certune spontanee nel suolo italiano, adottate e migliorate nella nostra coltivazione, r introduzione di alcune altre fra esse è sconosciuta , e deve rimontare ad epoca remotissima , poiché di queste ne fanno menzione tutti gli scrittori georgici greci e latini , come di cose volgarissime nell' uso e ben cono- sciute. In tali condizioni sarebbero colle loro varietà , i piselli {Pisum sativum)^ erebinthos di Omero (1) e di Ippocrate (2), pisos di Teofrasto (3), che taluni hanno credulo nativi d' Italia , e fra questi il Pollini (4) , ma che non lo sono , come non lo sono neppure d'Europa per Linneo , rimanendo ignota la patria loro anche al DecandoIIe. Lo sbaglio di aver creduto questa pianta nostrale, è nato dall' aver confusa tale specie con altra simile , dai botanici moderni bensì distinta come affatto diversa, e che è il rubiglio pisum arvensp. (5). I fagioli (1) lllad. 13, V. S89. (2) De vict.ratione. L.2, {).360, edil.cuin Foesio. (3) Hist.plant. L.8, e. 3 , ed erebintos orobiatos L.8, e. S. (4) Fior, Veron.T.2, p.482. (5) Intorno ai piselli o rubigli, vedi ciò che ho detto di se parlando del riso , riguardo a Pier Crescenzio. 30 bianchi {Phaseolus vulgaris, e Phaseolus romanus. Savi), SODO beo noli , ed originarj specialmente delle Indie orientali , e dei paesi equinoziali del vecchio e nuovo mondo, secondo il Savi (1). Fra il qual genere di fa- gioli , merita che qui si ricordi il Caracollo (2) , [Pha- seolus Caracalla , L.) per quanto non spettante alla agricoltura , ma al giardinaggio ; il quale nativo egual- mente dello Indie orientali , fu portato in Italia dai Portoghesi, ed il primo ad averlo fu il Granduca Ferdinando II de' Medici poco dopo il 1660, come lo sappiamo dal Triumfetti (3) e dal Savi di sopra citato (4). Altre leguminose sono il fagiolo dall'occhio {Dolichos melanophlalmus , Savi) nativo delle Indie orientali, e le Fave [ViciaFaba, L.) rammentate nella Bibbia (5) fra i doni fatti a David dagli Ammoniti e Galaditi, e citate fin da Omero (6). Sono esse originarie dell'Egitto, secondo Linneo, o delle vicinanze del mar Caspio, sui confini della Persia secondo il Lerche , citato dal Wildenow. Il Dodoneo (7) pensa che le fave coltivate fra noi, almeno quelle chiamale vernine, non fossero conosciute in Italia anticamente; lo che si riscontra non esser vero, aven- done parlato di tali fave Virgilio e Columella, poiché esse sono quelle che si seminano in primavera e delle quali ne fa pur menzione , come cosa ben conosciuta al suo (1) Memoria 3.» sopra I generi phaseolus e dolichos. Nm\. giorn. de' letterali di Pisa T.IO, p. 33. (2) Caracol, quod cochleam sonai, a florum forma desumpto. Triam- felli, De orlu et vegetai, planlarura p. 96. (3) Obs.de orlu et vegelalione plani, p. 76. (4) Menf).3.'' citala di sopra. (5) Reg. L.2, e. 17, v.28.— Ezeciì. 4. 9. (6) Iliad.l3, v. 589. — In arabo sono delle bakilla, dal che l'italiano baccello, col quale si chianaano i iegurai o frulli delle fave. V. Muratori, Anlicti. Hai. T. 2. p. 17. Dlss. 33. (7) Hisl.Slirp. pennplap. p. 313, ed Hisl. frumenlor. legunain. p. 1569 , p.88. tempo Pier Crescenzio (1). Anche Plinio (2) iraltando delle fave, dice che nascono spontanee in molli luoghi, particolarmente nelle isole dell'Oceano settentrionale; dove bensì lo Stapel avverte che non sono state finora osservale dai noslri botanici (3). Una varietà particolare di fave, che oggidì si vede coltivata, è quella a semi rossi, la quale Agostino del Riccio (4j dice essere siala portata in Toscana a suo tempo , ignorandone bensì la provenienza. Tutte le altre civaie, essendo spontanee dell'Asia , si sono migliorate colla cultura nei nostri campi; e queste sono: i Lupini [Lupinus albus, L.), che il Decandolle dice d'Oriente, ma che trovansi indigeni in Italia, come lo assicurano il Gussone ed il Bertoloni ; i Rubigli (Pisum arvens , L.) , siali confusi con i veri piselli, nel modo che sopra ho fatto avvertire (5) : i Mochi {Lalhyrus cicera, L.), ricordati da Golumella e da Galeno, ma non da Plinio; le Cicerchie {Lalhyrus sativus , L.) cicerculae di Plinio e di Golumella; i Leri o Zirli {Vida Ervilia, W.) Orobus dei Greci; la Veccia {Vida saliva, L.) Aphaca e Bidon dei Greci, Kelsadi delia sacra scrit- tura (6) tradotto dai settanta per gilh o nigella, ma nella versione svizzera e nella volgata , si dice più giustamente veccia (7); il Cece {Cicer arielinum , L.) , (1) Opus rustie, coniraod. L.3 , e. 8. (2) Hist.nal. L.18 , e. 12. (3) Adnot. in Theophrasl. p 951. (4) Agricoltura speriuaenlale , MS. ined. e presso di me, T. 2 , carie 337. (5) I rubigli erano noti ed in uso molto anticamente, poicliè it monaco di Bobbio che circa l'anno 930 scriveva i nìiracoli di S. Co- lombano, dice legumen pisi quod rustici herbiliam vocani , dalla qual voce herbilia ne venne rubiglia e rubiglio. V. Murai., Anlich. ilal. T. 1. p.347. Diss.24. (6) Reg. L.2, e. 17, v.28.- Isaia, e. 28 , y.2S e 28. (7) San Girolamo al C. 4 sopra Ezechiele, dice: quam nobis vi- ciam inlcrprelali sumus , Sepluaginla Theodosioque posuerunl ò;iùpav (olyram), quam alii aremrn alti sigalem putanl. Aquilae aulem prima 32 di cui per altro poco conio facevano i Latini , ed al quale secondo il Bochard (1) si deve riferire il chirionim della Bibbia , tradotto invece generalmente per sterco di colombo (2). Questa versione , è con naolta razionalità refutata dallo Scheuchzero (3) , non essendo mangiabile la colombina, ma però avverte che quella voce chirio- nim aveva il doppio significato, di cece cioè, e di sterco di colombo; ed il Bochard or ricordato, opina, che per sterco colombino , si dovesse anche intendere un cibo vile e cattivo , ed altrove (4) suppone che fosse un mu- sco o una terra grassa della figura di un cece. Giuseppe Ebreo (5) non meno che il Theodoreto (6) lo credono sale ; ed i Rabbini dicono che fosse il grano beccato dai colombi nei campi e raccolto nel loro gozzo. Lo Sprengel (7) per altro non ammette queste opinioni , e referisce al chirionim quella pianta bulbifera fra noi volgarissima , detta latte di gallina , Ornithogalum um- bellalum dei botanici, la di cui cipolla egli dice mangia- bile. Comunque però sia , i ceci erano conosciuti ed usati dagli Ebrei , poiché secondo S. Girolamo (8) quel Kali, che trovasi ricordato nella Bibbia (9) fra i doni recati a David, erano i ceci fritti o tostati, come è stato tradotto, e nella volgata Ialina, e nella versione italiana del Martini (10). Le Lenti [Ervum Lem, L.), cibo favo- ediiio ci Symmacus ri%i sive rdas (leas et teias) inlerprelali sunt , quam nos vel far spellamquc dicimus. (IJ Hieroz. P.2, L.l , e. 7. (2) Reg. L 4, C.6, V.25. (3) Physiq.sacr.T. S , p. 140. (4) De Animai. Sacr. Script., P.2, L.l , c.7. (5) Antiq.judaic, L.9, e. 2. (6) Quaest. 21. in Reg. (7) Commenl.in Dioscor , T.2, p.471. (8) V.Bochart. Hieroz. T. 3, p.'iO. (9) Reg. L.2, e. 17, V. 28 (10) La voce ebraica fcafó secondo il Calmel (Dici, lubl.) signlflca in generale una cosa fritta, come appunto I ceci, l'orzo e slmili. 33 rito da Zenone e dagli Stoici greci , pressu i quali si conoscevano col nome di phace e rammentale nella Bib- bia (1) col nome ebraico Naghada&ciin , erano comunis- sime fra gli Egiziani , ricordando più tardi le lenti niliache e di Pelusio , Ateneo, Ovidio, Virgilio, Mar- ziale , Ausonio , Plinio , ec. Che anzi S. Agostino (2) nel dire che abbondantemente crescevano in Egitto, e che servivano di cibo , stimandosi molto quelle di Ales- sandria , si maraviglia come esse venissero di là fino in Italia , quasi che fra noi non nascessero. Per altro al dire di S. Girolamo (3) non si coltivavano nel basso Egit- to, ma venivano portate dalla Tebaide e dall'alto Egitto. Ora le lenti si trovano spontanee in varie parti d' Ita- lia (4) ; ma il Bertoloni emette il dubbio che in origine vi siano slate portate dall'Egitto. Lo Slapel (5) intorno a questa civaia avverte che secondo Plinio , le lenti erano di due qualità , una cioè volgare , che sarebbe la nostrale un poco più grossa, l'altra egiziaca, la quale sembra che fosse più apprezzala perchè migliore, abben- chè più piccola di seme. Tutte queste ricordate civaie, colle loro numerose varietà , prodotte da ibridismi , dal clima , e dal terreno dei varj paesi d' Europa , dove si coltivano, sono ben note, e di non poche altre ridette varietà ne abbiamo avute come nuove ai nostri tempi , ma che variando condizioni di cielo e di terreno , sono ben presto imbastardite e ritornate alle specie comuni. (1) Genes.C.25 , v.34 , Reg.L.2, e. 17, v. 19. (2) V. opera omnia, ediz. Valgris. Venetiis, 1570, 4.° Enarrai, il) Psalm.4S, T.8, p.i42. (3) In Ezechiel. L.9,c.30. (4) V.Scopoli Flor.Carniol.Edit.2 , T.2,p.67; — Tenore fior. Neapolil.4, in sylloge p. 104; el T.S. p. 121 , et sylloge p. 136. N.o 1; - Coraolli flor.Comens.T. 5 , p.3S3; - Moricand, Fior Ve- nel. T.l, p.302. — Colla, Herb. Federa. T. 2 , p.209. — Berlolonl. FI<.r.Ual.T.7 . p.S40. (5) Adnotin Theophr.p.92S. 5 34 Alle piante bacceliioe , dalle quali gli agricollorr ottengono gran profltto come foraggio di ottima riuscita, facendone praterie estese , appartiene 1' erba medica , {Medicago saliva , L.), la quale è originaria della Media. Fu essa trasportata in Grecia dai Medj nelle guerre dei Persiani fatte da Dario , come lo attesta Plinio (1), ossia 470 anni poco più all' incirca , prima dell'era cristiana; e già Strabene (2) aveva indicato questa di lei prove- nienza il primo di tutti. Ebbe questa erba fra i Greci grandissimo credito , come eccellente alimento per i be- stiami , e perciò ricordala da Teofrasto (3) , descritta accuratamente da Dìoscoride (4), citata da Aristotele (5), il quale peraltro la vuole un foraggio non nutritivo , ma anzi emacianle, contro ciò che se ne pensa in gene- rale. Fra i Latini molto la lodarono Varrone (6), Colu- mella (7), Virgilio (8) , Palladio (9) ec; cosicché la di l€i coltivazione da remota epoca fu estesissima , e fino ai giorni nostri mantenuta , non solamente in Toscana, ma in tutta l'Italia. E qui credo dovere avvertire che questa erba medica, è stata parimente conosciuta in Francia col nome di Luzerne , e coltivata abbondante- mente , ma spesso, ed in varie provincie confusa sotto nome di Sain foin con altra pianta baccellina {Hedy" mrum onobrychis ^ o Onobrychis saliva), la quale è la nostra lupinella, errore commesso anche dall'Olivier de Serres, come lo rileva il Gilibert (10). Sulla qual lupinella (1) Hlst.Nal.L. 18, e. 16. (2) Geograpti. L. 12, p.660. (3) Hist. plani. L.8, e, 8. De caussis. L.2, e. 20. (4) Mal.raed. L.2, c.l77. (8j Opere, T.4 , 1.2 , e, penallimo de aolni. (6) De re rustica, L S, e. 42. (7) De re rustica, L.2, e 14. (8) Georgic.L.l , c.2i8. (9) De re rustica. L.3, IU.6. (10) Traile des praities arlificieltes , pagr 58. 35 tanti agroDonii hanno scritto per propagarne la coltiva- zione nel secolo decorso , e che oggigiorno è resa estesis- sima in una gran quantità di colline della Toscana. Ma questa lupinella è spontanea del nostro paese , come spontanea è ben anche la sulla o lupinellone {Hedysarum coronarium, L.), coltivata ora del pari in molti luoghi , ed in una certa abbondanza per foraggio , nelle praterie artificiali di collina (1). Lo stesso dicasi del trifoglio rosso, o trafogliolo, come corrottamente è chiamato , che si col- tiva nei campi per foraggio , e che è il Trifolium incar- natum , spontaneo esso pure dell'Italia. Sicché di queste tre ultime piante nostrali , la lupinella , cioè, la sulla e il trifoglio, non l'introduzione, ma la propagazione loro nella coltivazione si dovrebbe ricercare ; lo che rimonta ad un'epoca non molto remota. §. III. Delle piante Solanacee. Oltre le piante baccelline fin qui dette, molle altre di famiglie differenti si coltivano estesamente presso di noi, perchè vantaggiose nella rotazione agraria, o perchè il loro abbondante fruttato riesce di gran benefizio ai bisogni degli uomini e degli animali. Neil' esporre ora qualcosa relativamente alla loro intrcduzioue nella no- stra agricoltura, mi piace cominciare dalle patate [Sola- num tuberosum) appartenenti alla famiglia delle sola- nacee, dai Francesi e dai Lombardi dette pomi di terra , comecché piante di un' utilità massima , e da tutti ri- conosciute per tali. Le patate adunque non erano note prima della scoperta dell'America , poiché esse sono originarie del (1) V. Cultura della Sulla o lupinellone. Giorn. dell'Assoc. Agrar. di Grosse II». T.3, p. 170 36 Perù. Né sussiste quiMIo che il Gluslo (1) suppone , cioè che fossero state indicate da Teofrasto (2) sotto il nome (li Arachidna, poiché lo Sprengel (3) confuta giustamente come ridicola questa opinione, e riferisce V Arachidna al Lathyrus amphicarpos L. , piuttosto che al Lathyrus tuberosus L. , come vorrebbe il Colonna (4). Neppure sussiste r altra opinione del Gortuso , citato dai due fra- telli Bauhini (3), che cioè le palate siano il pycnocomon di Dioscoride (6) , mentre ciò si rileva non sussistere dall'Anguillara (7), da Fabio Colonna (8) e dallo Spren- gel (9), il quale ultimo lo crede il Leonurus marubia- strum. Quindi non fa maraviglia se presso gli antichi , delle patate non se ne fa menzione alcuna , avanti al secolo XVI. Il Baldini (10) pretende che il primo il quale ne abbia data notizia in Italia sia stato Girolamo Car- dano, verso il 1380, il quale lasciò scritto (11), in Colla aulem regione Perù, papas est tuberis genus, quo prò pane uluniur. Si osservi peraltro che il Pigafetta Italiano, aveva trovato al Brasile, dove approdò l'anno 1319, le batate , le quali come lo pensa e lo avverte Carlo Amo- retti (12) sarebbero per lui le patate. Ma potrebbe esser (1) Hisl. Rarior. piantar. L. 4 , pag. 80. (2) Hisl. plani. L. 1 , e. 11. (3) Hist. Ilei herb. T. l , pag. 98. (4) Ecfrasis. e. 13(5, pag 304. (5) Io. Bauh. Hisl. pi. T. 3 , p. 626 . el Casp. Bauh. Theatr. pag. 167. (6) Mal. naed. L. 4, e. 176. (7) De Semplici , p. 298. f8) Phylobasanon. p. 33. (9) Hisl. Rei herb. T. 1 . p. 180, e Conaraent. in Dioscor. T. 2. pag. 610. (10) Riigionamenti sui pomi di terra ec. , Napoli 1787, riportati nella Collezione di quanto si è scritto intorno alla coltivazione ed osi delle palale. Napoli 1803, p. 174. (11) De rerutn varietale, L. 1, e. 3. (12) Della coltivazione delle palale ec, nella collezione di quanto si è scritto intorno alla coltivazione ed usi delle palale ec. Napo- 37 lecito di dubitare, che piuttosto avesse quel viaggiatore voluto intendere delle cosi dette batate, o radici del convolvolus balatas , di cui parlerò più sotto. Infatti il Pigafetta (1) scrive avervi trovato le Batales , che nel mangiare si assomigliano al sapor delle castagne , e sono lunghe come i navoni , dal che si rileva che non erano le patate o pomi di terra , ma le batate. Bensì abbiamo con più certezza che il Fiaschi , mercante Fiorentino , altra volta ricordato in proposito del formentone, nella stessa sua lettera già citata, del 24 Gennaio 1534, scritta dall'America meridionale, al suo fratello Tom- maso , racconta che oltre al Mays , a Valenzuela semi- nano certa cosa che la domandano Patalta che fa una barba molto grossa, e la detta barba si cuoce sotto la cenere (2). Di queste patate dette a Quito ed al Perù papas , ne fece menzione Pietro Cieca Spagnolo, nella sua Cronaca del Perù (3) stampata nel 1S53; quindi il padre Giu- seppe Acosta gesuita , che le vidde al Brasile e al Perù , chiamandole papa (4). Come pure Francesco Carletti mercante Fiorentino, che viaggiò nell'America meri- dionale sul finire del XVI secolo , e di già altra volta ricordato superiormente , dice nel suo quarto ragiona- mento (5) , di aver trovato le papate (come egli le chia- ma , e che descrive chiaramente), nello sbarcare che fece al porto di Santa , nel Perù. Ma fin qui non si li 1803, pag. 1!>3. Ed anche Amoretti e Dandolo, Istruzione delia coltiv. delle palale ec. Firenze I8l7. Ed i Viaggi allorno al inondo del Pigafetta , pubblicati da Carlo Amorellì. fi) Ved. in Rarausio. Della navigazione e viaggi, T. 1, pag. 333, la relazione del primo viaggio allorno al mondo del cav. Pigafella Vicentino ec. (2) Ved.Giov. Targloni Tozzelli. Viiggiperla Toscana, edizione seconda , T. 5 , p. 460. (3) Pari. I , Cap. 40. (4) Hisl. nalur. e raora|. delle Indie ec. . Venezia 1896. (S») Ragionam. ec, p. 62. 38 avevano che semplici notizie della loro esistenza nella America , e non si trovavano questi tuberi presso di noi in natura. Il primo che gli facesse conoscere alla Europa si fu il famoso e disgrazialo Gualtiero Raleigh (1) il quale sotto il regno di Elisabetta , e precisamente nel 1584 scoprì la Virginia , e poco dopo , cioè nel 1586 (2), mandò le patate in Inghilterra, da dove si propagarono in tulle le altre parti dell'Europa. 11 Giù sio (3) ci rende noto aver esso avuto a Vienna d'Austria, due di questi tuberi sul principiare del 1588, da Filippo De Sivry prefello di Mons nel Belgio , il qual gli aveva avuti da un familiare del Nunzio Pontificio nei Paesi Bassi , con il nome di tarlulfoli; e non è perciò impro- babile che lo stesso Nunzio ne avesse inviale verso quel medesimo tempo anche in Italia. Ma la notizia più certa della loro coltivazione nella Toscana , si ricava dal pa- dre Magazzini Vallombrosano , il quale nel suo libro DeW agricoltura toscana , stampato nel 1623, dopo la di lui morte , attribuisce 1' introduzione delle patate in Toscana dalla Spagna e dal Portogallo, ai Garraelitani scalzi, parlando della maniera di coltivarle , in modo da far supporre che da qualche tempo fossero piantate e coltivate a Vallombrosa. Laonde è insussistente quanto ne dice lo Zanon (4) ed il Baldini (5), cioè che in To- scana furono esse introdotte a' tempi del Granduca Fer- dinando II dei Medici , fondandosi ambedue sopra una (1) V. Rozier. Coarsd'Agricult. ec ou Diclion. univers. d'Agr. T. 8, p. J84. (2) V. Pereira , Elemenis <>f mal. med. and Therap. Tom. 2 , pag. 1261. (3) Hi hamaf; da cui molto verosimilmente ne è venuta la voce toscana carciofo. I7j Lib. 10. De cullu horlor. vers.235. (8) Deipnosoph.L. 2, pag.70 , edil.Casaub. 1612. (9) De re rustica. IMart. 9. 1. (10j:HìsI. plani. L. 6, c.4. (II) De alim. facult.c.51. (12) Deipnosoph.L 2, pag. 72. mente nella Puglia ed in molte altre parti d'Italia si dà a questa pianta. Oggigiorno peraltro presso di noi si pre- ferisce il ricordato girello dei carciofi domestici, quando sono bene sviluppati i fiori. Anche Pier Crescenzio (1) parlando del cardo, e dando il metodo di coltivarlo per farne i cardi o car- ducci , non dice nulla dei di lui fiori , né parla dei carciofi , i quali perciò gli erano sconosciuti. Da tuttociò ne consegue , che il carciofo salvatico o cinara cardunculus L. era l' unico conosciuto dagli antichi e coltivato , per averne dai rigetti o polloni , i carducci , dopo averli imbiancali ed addolciti sotter- randoli ; mentre il carciofo vero domestico o comune , cinara scolymus , ora abbondantemente coltivato nelle nostre campagne , devesi all' industria agraria degli Italiani del secolo XV, i quali preferirono questa spe- cie per le squararae calicine dei fiori mangiabili , per la delicatezza dei girelli , non che dei cardoni e dei gobbi, che con i rigetti, o colle piante invecchiate se ne fanno. Al qual proposito dei così detti gobbi, devesi avver- tire che fra Agostino del Riccio (2) dando il modo di farli colle piante dei veri carciofi, termina questo suo insegnamento col dire , a e questo sia detto in quanto alV imbiancare che si usa oggi dette piante di carciofi , detti per tutto gobbi »; sicché pare che questa pratica, in quanto alle piante dei carciofi domestici , cominciasse ad usare al di lui tempo , cioè verso la metà del se- colo XVI (3). (1) Opus rustie. commod. L.6, carie 22. (2) Agricoli, sperimenlaie MSS. T. 1, e. 52. l3) Rilevasi daW Almanac du bon Jardinier di quest'anno 1831, che si stampa a Pari;|i, pag. 249, che finora in Francia era ignota questa industria agraria , già vecchia in Italia ; poiché vi si riferisce una nota del Sig. Audot sul naodo di fare questi gobbi , i quali per- ciò si danno come un nuovo prodotto ali'orticullura francese. Come mai in Napoli fossero già cullivati i carciofi domestici nel 1466, e di dove portativi , non lo sap- piamo, mancando anctie al Deeandolte (1) la notizia della loro patria originale , abbenchè il Wildenow (2) gli assegni la Francia Narbonese , l' Italia , la Sicilia e la Barberia ; forse in ciò confondendo l'origine dei car- ciofl salvatici cinara cardunculus detti di sopra. Né sa- rebbe improbabile che fossero i carciofi domestici o co- muni , venuti dal miglioramento dei salvatici per opera della coltura, come lo dubita il Decandolle, dicendo del cinara scolimus , o carciofo vero , verosimiliter se- quenlis ( cioè del cinara cardunculus ) varietas cultura formata (3). Lo che dallo Zannichelll (4) era già stato indubitatamente ammesso; e ciò è più probabile della contraria opinione emessa dal Giachini (5) , il quale credeva che per trascuratezza di coltivazione, i carciofi domestici fossero diventati della specie salvalica o il cardunculus. Comunque siasi è certo che i veri carciofi, cinara scolimus , da Napoli passarono in Firenze nel 1466, come si è detto , né in allora erano conosciuti , e col- tivati nel resto dell' Italia , come fra noi , poiché a Ve- nezia in un giardino ne fu veduta una unica pianta come novità^ da Ermolao Barbaro (6), il quale cessò di vìvere nel 1493. (1) Prodr. syst. nat.T.6, pag 620, (2) Spec. piantar. T. 3, P. 3, pag. 1691. (3) Proci, syst. rial. L.c. (4) Islor. (Ielle piaule dei lidi Venali, pag. 67. (5) Lelter. apnlogel. a Filippo Valori scrilla il 23 Agosto 1.527 ili difesa e lode del popone, pag. 14. (6) Dioscor. mal. med. interprete Ruellio cura corollariis Hermol. Barbari pag. 237. Lo stesso Barbaro dice che i Genovesi cliianaavano il carciofo (forse salvatico) arocco , che fa derivare da! greco cocca/o.<, cioè cono slrobilos , e da arocco probabilmente se ne è fatta la voce arlicocco o articiocco , colla quale si chiamano i carciofi in Lombar- dia ed in Francia. 53 I carciofi hanDo delle varietà che sono state già indicate da Giovanni Bauhino (1) , e che attualmente pur si conoscono , come di calice conico , ò verdeg- giante , o pavonazzelto , più o meno spinoso alla cima delle squamme , ed altre di figura rotondata , che di- consi comunemente mazze ferrate , le quali più precoci ci vengono trasportate oggigiorno anche nell' inverno dallo Stato Romano per via di Civitavecchia, o dalle campagne di Napoli. Questa razza particolare fu rap- presentata dal Lobel (2) col titolo di carciofo massimo , portato dalV Inghilterra. Fra le quali varietà precoci una ne abbiamo og- gidì introdottasi da pochi anni indietro , che si dice carciofo francese , e che nell' inverno facilmente pro- duce i bocci dei fiori , tosto che ne siano le piante in buona esposizione ; e ciò non è che un perfezio- namento della razza comune per opera di una più ac- curata coltivazione. Per altro il Bauhino (3) dice che a Montpellier dura il carciofo per tutto l' inverno , co- sicché questa varietà precoce dei così detti carciofi francesi , era nota fin dal XVI secolo. Lo che rilevasi ancora dal Soderini (4) , che disse coltivarsi questi car- ciofi precoci ed invernali a Genova , comunemente ; ed anche i! Taegio (5), facendo sapere che in Francia erano carciofi d'ogni stagione, insegna il modo per averli, fin dall'anno 1559. II Padre Agostino del Riccio (6) dice (1) Hisl. plani. T. 3, P.l, pag. 49. Anche il Padre Agosl. del Ric- cio nella sua Agricoli. Teorica MSS. noia in naolli luoghi diverso qualità più o meno spinose, di colori e di figure svariale, che hI di lui tenapo si coltivavano presso Firenze. (2) Icones slirpium, T.2, p.3. — Io. Bauhin. Hisl. plani. T. 3 , P. 1, pag. 51. (3) Histor. Plani. T.3, L.l. pag. SO. f4) Cullur. degli orli e giard.pag.70, (5) La villa Dialog. ec, pag. 158. (6) Agricol. Teorica MSS. carie 215. 54 che sono attorno a Firenze e nella città assai piante che fanno i carciofi buoni di Gennaio, innanzi e dopo come fanno a Genova. . . e tutto quello che dico lo dico di vista. Molto in uso , anche attualmente abbiamo le lattu- ghe , spettanti alia stessa famiglia delle composte , delle quali ne sono tre specie distinte per i moderni botanici , con buon numero di varietà ciascheduna . e tali specie primitive sono la lactuca saliva , o lattuga romana , la lactuca capitata , o a palla , la lactuca crispa o cresputa , da Linneo (1) considerate come varietà di una mede- sima specie ; cioè della saliva. Dì qualunque di esse è ignota la patria, e forse sono originarie delle Indie orien- tali. Gontuttociò le lattughe sono state conosciute da moltissimi secoli addietro. Infatti nella Bibbia (2) la voce ebraica cazareth , è tradotta nella Volgala per lat- tuga: ed al referire del Bochard (3) e dello Scheu- chzero (4) , sarebbe la lattuga a palla. Plinio (5) dopo aver ricordato che i Greci ne avevano differenti qualità , avverte che presso i Romani ne coltivavano molte più; e di falli anche Columella (6) ne nomina una certa quantità come ricercato cibo , negli orli ; e noi in so- stanza abbiamo sempre le stesse lattughe dei Romani, dai quali ci sono state trasmesse , e più altre varietà ancora (7), senza che se ne possa stabilire con precisione ii (1) Spec. piantar. T.2, p;ig.lll8. (2) Exod. e. l'i, V. 8. Nel lesto ebraico la versione iiUerale direbbe; E mangeranno in questa sera l'agnello Pasquale arrostilo al fuoco , con pane azimo e con erbe amare , che nella Volgata è tra- dotto:» cum laclucisagreslibus w; e cosi traducono i più. V. Calniet, Di- clion. Bibl., ediz Latina del 1766 f." fatta dal Mansi. T. 1, pag.564. (3) Hieroz.pag.63. (4) Physique sacrée, T.2, pag.72. (5) Hlst. nal. L.20, c.8. (6) De cultn hortor. L 10, v. 182. (7) Per queste varietà V. Alamanni, la coltivaz. L.5, pag. 171 , odiz. del 1590, dove nota quelle coltivate a suo tempo. — Rozier Cours d'agric. ou dictionn. T. 6, pag. 208.— Laraark Encyclop. bot. T. 3, b5 tempo della loro introduzioue , clie è per altro antichis- sima. Rileviamo soltanto dal Mattioli (1) che una varietà la quale tuttora esiste in alcuni orti, di color verde chiaro, e spruzzata di macchioline rosse sanguigne, era stata nuovamente portata da Cipro in Toscana al di lui tempo , |)er quanto aveva sentito dire. Alla stessa famiglia delle lattughe, cioè alle compo- ste cicoriacee dei moderni botanici, appartiene il radic- chio, intybus dei Greci e dei Latini, ma da questi ultimi chiamato anche cichorium , e dai botanici detto cicho' rium intybus. Di questo non occorre farne parola, perchè è pianta volgarissima e comune in tutti i luoghi erbosi dell'Europa intiera , non escluso il suolo italiano. Note- remo invece altra congenere pianta, l'indivia {cichorium endivia L.) della quale pur anche se ne conoscono alcune varietà , che si coltivano per uso dell' insalata. Non è questa, come il radicchio pianta nostrale , ma delle Indie orientali , secondo che lo accerta il Wildenow (2). Ma dell' indivia ne fece discorso Dioscoride (3) col nome di seris , e secondo lo Sprengel (4) di questa medesima pianta intese parlare* Virgilio (5) in quel verso : Quoque modo polis , gauderenl intuba rivis che lo Stocchi traduce : e come goda Nell'ora che si abbevera l'indivia (6). pag.403. — Gallizzioli, Eleraenl. di bolan. eagric. T. 3, p.ig. 306 —Ce- ra, Dizion. d'aeric. T. 14, pag. S34. (1) Disc, in Diosc.T.l , par. 549. (2) Spec. piani. T. 3, L. 3, pag. 1629. (3) Mal. med.L.2,c. 160. (4) Hisl. rei herb.T.l, pag. 146. (3) Georg. L.4, v. 120. i6) Le Georg, di Virgil. Iradolle. Prato 1831, pag. 187. 5o Dal che si rileva che quest'ortaggio era già inlro- doUo io Grecia , e quindi fra i Romani , e coltivalo per cibo , senza che se ne possa raccapezzare l'epoca precisa. §. VI. Piante Umbellate. Venendo ad altra famiglia numerosissiuia di specie , quale è quella delle umbellate , alcune di queste formano oggetto di più o meno estesa coltura. E primieramente poco dirò delle carote [daucus ca- rota L.) , le quali sono state in addietro confuse colle pa- stinache , altro genere della medesima famiglia , giacché la carota è comunissima in tutti i prati e luoghi erbosi , sì di collina che di pianura d'ogni provincia dell' Europa, della Crimea e del Caucaso , da dove per opinione del Pereira (1) passò nella China , nella Cocbincina , e nel- l'America. In tutta l'Italia è pianta volgarissima , ed anche abbonda in moltissimi luoghi della Toscana , co- sicché questo vegetabile non ha fatto che passare dai luoghi salvatici ed incolti, negli orti, dove addomesti- candosi , ha prodotto le molte varietà ora coltivate che se ne conoscono da molli anni indietro , come può rile- varsi dal Soderini (2), Secondo l'opinione del Sibthorp (3) e dello Sprengel (4) lo staphilinos di Ippocrate (o) e di Dioscoride (6) , ma non di Teofrasto (7) né di Columel- la (8) , sarebbe questa carota , che quei primi Greci scrit- tori bensì nominavano come medicamento , e non come (1) Elements of Mal. med. aud Therap. T.2, pag.1474. (2) Cullur. degli orli e giard. pag.80. (3) Prodr. fior. Graec.T. 1, pag. 183. H) Commenl. in Dioscor. T.2, pag. 520. (o) De his quae ulerum non gerunl, ediz Foes. T. 1, pag.686. (6) Mal. med. L.3, e. o9. Avvertasi che lo slaphylinos agria , sa- rebbe per il Siblhorp il daucus gutlatus. (7) Hisl. pian. Lib. 9, cap. IS. (8) De re rustica. L. 9, e. 4. 67 inserviente al cibo. La pastinaca gallica di Plinio (1) è per il Re (2) probabilmente la carota. Il siser , nominato altrove dallo stesso Golumella (3), dal ridetto Sprengel (4) si vuole che sia egualmente la carota. Pier Crescenzio (5), parlando della pastinaca, dice che si trova altra pastinaca rossa , lo che sarebbe la carota nostra, la quale si colti- vava a suo tempo come le pastinache bianche , allora più comuni ; ed il Mattioli (6) tratta della carota , sotto il titolo della pastinaca salvatica. Da tutto questo rilevasi che sebbene le carote fossero voigarissime e salvatiche , nondimeno la coltivazione delle addomesticate per cibo era scarsa ; e perciò dobbiamo considerarla, in quanto a quello che riguarda la sua maggiore estensione negli orli , come d'un'epoca non remotissima. La pastinaca al contrario, colia quale fu confusa la carota , e che è del pari coraunissima e spontanea in molti luoghi d' Italia , era coltivata presso gli antichi più abbondantemente , ed a preferenza della carota medesima ; e tanto per questa ultima , che per le pastinache, non abbiamo data certa del tempo nel quale se ne cominciò una più estesa cul- tura , come per quella delle differenti varietà che oggi si conoscono dagli agricoltori. Fra le piante ombellifere pure evvi il sedano o sel- lerò [Àpium graveolens L.), il quale è spontaneo dei luo- ghi umidi , ed un poco palustri, di quasi tutte le Provin- cie d'Europa, né manca in alcuni luoghi a lui propizi della Toscana. Era noto all'antichità , che lo riteneva come medicinale, poiché presso Ippocrate , Teofrasto, Dioscoride ec. è ricordato col nome di eleioselinon , da (1) Hisl. nat. L. 19.C.5 (2} Saggi storici dell'agricoli, antica, pag. 20S. (3) De calta hortor. L.10:v. 114.— De re rasi. L. 12, e. (4) Hist. rei iierli.T.l, pag. 149. (5J Opus rustie, comm. L. 6, e. 9. f6) Disc, in Dioscor.T.2,pag.789. 8 58 Plinio con quello di helioselinum, ed ancora di apium dallo slesso Plinio, da Palladio, da Virgilio, da Columella ec. Non pare per altro che fosse mangiato, essendo ritenuto per pianta funebre e di mal augurio. Ma coll'andare del tempo introdotto negli orti ad epoca ignota, vi subì per la coltivazione quelle modificazioni che costituiscono ora i nostri sedani comuni , e le altre varietà , a foglie piene , a zoccolo grosso e tenero , noto col nome di se- dano rapino. Di tutte queste ed altre varietà se ne for- ma oggi soggetto d' industria in molli orti per erbag- gio da mangiarsi. Tuttavia l'uso di coltivare come or- taggio per cibo i sedani, non deve essere molto remoto, poiché Pier Crescenzio parla dell'apio , o sedano dome- stico , per le sue qualità medicinali e non cibarie ; ed anche l'Alamanni nel Canto V della sua Coltivazione, che finì di scrivere nel 1546, quando era refugiato in Francia , ricorda l'apio o sedano da coltivarsi qual pianta medicamentosa, ed invece loda altro vegetabile ombellifero afiìne, ricercato per le sue dolci radici, cioè il Macerone {Smyrnium olusatrum ), corrispondente per il Fee (1) aìV hipposelinum dei Greci e dei Latini, ed a\V olusatrum secondo il Re (2); cosicché il Macerone in Toscana era allora coltivato per cibo, a preferenza del sedano; della coltura del quale tuttavia verso quella medesima età ne scrisse il Soderini (3). Del prezzemolo {Apium petroselinum) è inutile cercarne l'origine , per- chè nativo d'Italia, e perchè noto come coudiraento dei cibi, col nome di Selinon presso Nicandro , Teofraslo, e di Apium amarum, gracile, viride, vivax presso Virgi- lio, Orazio, Plinio ec. (1) Nola 213 al L.19, di Plin. Hlsl. nal. traduzione francese ediz. di Pankouke.T. 12, pag.332. (2) Saggi storici deiragricoll. antica, pag. 207. (3) Colt, degli orti e giardini, pag. 31. 59 Anche il finocchio è pianta umbellata, della quale se ne distinguono più specie , che Linneo riguardava come varietà del suo Anethum foeniculum. Ma i mo- derni botanici lo hanno meglio distinto. Il finocchio forte e salvalico è comune in tutte le colline sterili ed apri- che dell'Europa, ed egualmente volgare ed abbondante fra noi in Toscana. Il suo sapore piccante lo ha fatto chiamare finocchio forte dal nostro volgo, ed i botanici lo riconoscono col nome di foeniculum vulgare , ed an- che con quello di foeniculum officinale. Di questo non occorre parlare , perchè è pianta sempre stata fra noi conosciuta dagli scrittori latini, ed anche greci, rimon- tando fino ad Ippocrate che lo chiamò marathron (1), come anche fecero altri greci autori, li Mattioli (2) pare che voglia il finocchio forte essère Vhippomaratron di Dioscoride (3), il quale invece secondo lo Sprengel ap- partiene ad altra specie di umbellata , cioè al Cachris Morisonii Vahl (4). Oltre di che lo stesso Mattioli crede che il Marathron sia il finocchio dolce ; opinione che non regge dopo le osservazioni dei fratelli Bauhini , dello Sprengel , e di altri. Questo finocchio , che per il suo grato odore e sapore noi appelliamo finocchio dolce, non era conosciuto dagli antichi; come non lo era nep- pure una ter/a qualità, che è ingrossata molto al di sopra della radice , nella base delle sue foglie tenere , dolci, e di buon sapore. Questa qualità è detta finocchio- ne , e finocchio di Bologna , perchè quivi a preferenza si coltiva e meglio riesce , per quanto anche negli orti suburbani di Firenze si sia cominciato a coltivarlo da circa una quarantina di anni decorsi. Le ridette due spe- (1) De iiilern. affecl. ed. cum Foes. T. 1, pag-S.*). (2j Disc, in Diosc. T.2, pag.28l. (3) Mal. med. L..3,c.82. (4) Coram. in Dioscor.T.2, pasr.S24. 60 eie furono da Ottaviano Targioni-Tozzetli mio padre credute varietà l'una dell'altra (1) , lo che più recente- mente il Gav. Bertoloni (ti) ha potuto verificare non sussistere, dichiarando che effettivamente sono due di- stinte specie. Fra le quali egli nomina Foeniculum sa- tivum , la prima ossia il nostro comune finocchio dolce, e Foeniculum dulce la seconda , vale a dire il finocchio di Bologna. Né l'una né l'altra sono originarie dell'Italia, e vi sono slate importate dall'estero, probabilmente co- me lo vuole Lobel (3) per il finocchio dolce , dalla Gre- cia e dalla Siria ; lo che è un poco dubbio , non aven- done parlalo gli antichi. Pier Crescenzio non fa men- zione che del finocchio forte, e tace affatto degli altri due, i quali sono perciò di un'introduzione non remo- tissima. Infatti trovo in un manoscritto di Agostino del Riccio (4) esistente presso di me , che questo finocchio dolce chiamato altrove finocchio doppio ^ fu dall'autore ve- duto coltivalo a suo tempo , come pianta peregrina e nuova, nel giardino di Iacopo Salviati , posto in via del Mandorlo, ed ora del nostro illustre Marchese Gino Capponi ; talché pare che detto Salviati ne fosse il pri- mo introduttore in Firenze, verso la metà del seco- lo XVI o poco dopo. Molti scrittori , come i fratelli Bauhini , il Gesnero ed altri , lo chiamano finocchio fio- rentino romano. Il finocchio di Bologna è ricordato da Gaspero Bauhino col nome di Foeniculum dulce quod Bononia adferlur (5), e dal di lui fratello Giovanni, che lo dice foeniculum dulce maiore et albo semine (6); lo che prova (1) Lez. d'agric. T 1, pag.lSO.T 2, pag,52. (2) Fior. Hai. T.3. pag.34. (3) V.Jo. Bauh. Hist. plani. T.3, L.27, pag.4. H) Agricoli, teorica MSS. e. 30. (5) Pinax Ihealr. bolan. pag.47. (6) Hisl. plani. T.3, L.27, pag.4. 61 essere già notissimo neli'orlicultura Bolognese , fino presso a poco dal XVI secolo; ed il Tanara, parlan- done col nome di finocchio cardo (1) ne dà l'invenzione ai Bolognesi , i quali al tempo in che egli scriveva , cioè nel 1664, ne avevano una estesa coltivazione, mollo ben conosciuta , e curata diligentemente. Ai vegetabili umbellati, dei quali si fa in qualche luogo una coltivazione utile, appartiene l'anacio {Pim- pinella anisum L.). Questa pianta è originaria dell'Egit- to , e per taluni della Grecia ancora, ed è conosciuta fin dalla remota antichità ; poiché Ippocrale (2) e Dio- scoride (3) ne parlano come di un rimedio molto usa- lo; ma non sappiamo se veramente fosse in allora col- tivato nella Grecia, o se ne traessero questi semi dal- l'Egitto; poiché Dioscoride, che dice esser chiamato sio, loda gli anaci di Creta e poi quelli di Egitto. Anche Plinio (4) ne parla molto per le virtù , e loda pari- mente assai quelli pur di Greta e di Egitto ; dal che si può supporre che di là venissero come droga ira- portata in Italia. Anche Columella (5) che lo dice ana- cio egiziaco, e che con altri ingredienti lo propone per aromatizzare l'olio, non parla nulla della di lui coltivazione, la quale per la prima volta è ricordata da Palladio soltanto (6), accennandone il tempo della se- menta. Pier Crescenzio (7), ne parla per le virtù e per la coltivazione, sicché parrebbe che già questa fosse stala sempre in corrente nel XIII secolo. In Toscana la coltivazione dogli anaci si fa da molto tempo indie- (1) Econ. delcitlad. in villa L. 4, p. 237, ed. 2. di Roma , 1651 (2) Superfoel. Secl.3, pag. 163 e 265. ediz. cum Foes. (3) Mal. med.L.3,c.65. (4) Hisl. nat.L.20, C.72. (5) De re ruslica, L.12, §.49, 8 e g. 51, 2. (6) De re rusl. L.3, Ut. i, Febr. e. 24 e lil. 9, mari e. 17. (7) Opus. rusl. commod. L. 6, C.5. 62 tro nella Romagna , e parlìcolarmente a Dovadola , a Gaslrocaro e a Terra del Sole. Il Pereira (1) pretende che l'anacio sia ricordato nel nuovo Testamento ('i), ma che sia mal tradotto per aneto nella versione inglese. Per altro nel testo greco dei Vangeli , vi dice anethon e non anison ; perciò giustamente nella Volgata latina , e nella traduzione italiana del Martini, è per aneto, e non per anacio , abbenchè il Galmet (3) voglia che anethum si debba intendere per anacio , naa senza ve- runa ragione. L'aneto {anethum yraveolens) infatti è molto odoroso , abbondantissimo e spontaneo nelle cam- pagne dell' Europa meridionale , dell'Asia minore e dell'Affrica , ed è stato usato assai dagli antichi , sic- ché non saprei per quali ragioni il Pereira voglia l'ana- cio piuttosto che il ridetto aneto. Lo stesso Pereira , ed anche lo Sweet (4) ci fanno sapere, che la sementa degli anaci fu introdotta in Inghilterra nel 1551, mentre in Italia vi si coltivava per lo meno avanti a Palladio, cioè nel V secolo. Al contrario il coriandolo {Coriandum sa- tivum L.) essendo originario di molte provincie dell'Eu- ropa , e particolarmente dell'Italia , non meno che della Germania, ed anche dell'Egitto, dove anzi dice Plinio (5) che vi nasceva di ottima qualità, non è maraviglia se fu ricordato col nome di Ghid da Moisè (6) in prima , poi da tutti gli autori greci e latini , con quelli di coriannon e di coriandrum. [i] Eleni, of mal. raed. and Therapeul. T. 3, pag. 1446. (2) S. Matl. c.XXlII, 13. (3] Diction. bìblic. trad. latina del Mansi, Lucca 1766, T. 1, pag. 85. (4) Hortus Bri4ann. ed. 3, 1839, pag. 299. (5) Hist.nal.L.20.c 20. (6) Exod.c.XVI, 31. 63 §. VII. Delle piante crucifere. Fra le piante ortensi , non si possono trascurare i cavoli, appartenenti alla famiglia delle crucifere. Il cavolo comune, detto Brassica oleracea da Linneo, crambe dai Greci antichi , nasce spontaneo nelle rupi marittime della Grecia, della Francia, dell'Inghilter- ra (1). Il Pallas (2) lo trovò salvatico in Russia, sulla riva sabbiosa del fiume Soura nel distretto di Pensa. In Italia è comune in molli luoghi (3), ed in Toscana ab- biamo dal Mattioli (4) , che il cavolo^ salvatico nasce copiosamente nelle Maremme di Siena , intorno al Monte Argentario, ed in altri luoghi, sì del mar Tirreno, come Adriatico , e nella costa di Terracina andandosi verso Na- poli. Oltre a questo sappiamo che trovasi spontaneo alla Corchia nelle Alpi Apuane (5). Da ciò ne viene che non è maraviglia , se comin- ciato a coltivarsi fin da tempo immemorabile, se ne sia migliorata la razza, e se ne siano ottenute a poco a poco le tante varietà che oggigiorno ne abbiamo : species a vetustissimi temporibus eulta , et ideo polymor- pha, dice il Decandolle (6), il quale in una sua me- moria concernente tal soggetto , ne annovera le tante varietà e sotlovarietà che adesso si conoscono (7). (1) V. Decandolle !Mem. sur les (ilfforenl. especes et varielés de choux , et de raiforts cullivés en Europe. Paris 1822 8." pag. 7. (2) Voyag. dans plusieurs provine, de l'Empire de Russie, T. 1, pag. 140. (3) Berloioni. Fior. Ila). T. 7, pag. 146. (4) Discorsi in Discor. T. 1, pag. 498. (5) V. Sinai Fior. Alpium Versiliensium eie. pag. 146. (6) Syst. regni vegelab. eie. T. 2, pag. 583. (7) Memoir. sur les differ. espec. el variel. de choux eie. citala di sopra ; e Syst. regn. veget. eie. 64 Gli antichi Greci ne avevano e ne coltivavano di- verse , fra le quali il cavoi nero cresputo, e quello a palla, ricordati da Teofrasto, da Nicandro , da Ate- neo ec. ma tuttavia non tenuti in quella stima, che queste ed altre varietà godevano presso i Romani , a testimonianza di Plinio, il quale dice olus caulesque quibus nunc principatus hortorum , apud Graecos in ho- nore fuisse non reperio (1). Seguita poi a ricordare quelli a suo tempo coltivati , molti dei quali sono gli stessi dei nostri ; come a modo d'esempio la brassica, laculurris è il cavolo cappuccio bianco per i più, ma non per il Fée. Di questo cavoI cappuccio ne parla an- cora Avicenna col nome di Canabit (2). Annovera pur anche lo stesso Plinio la brassica cumana o cavoi cap- puccio rosso ; la brassica sabellica o cavolverzotto per alcuni ed il frangialo per il Fée; la brassica pompeiana o cavoI fiore primaticcio; la brassica cypria o cavol fiore tardivo; la brassica apiana, che Ateneo chiama se- linusia, o cavol verzotto crespo, ed altri (3). Cosicché nel Lazio conoscevansi tutte le principali varietà che si col- tivano anche attualmente, e perciò la loro introduzione fra noi di tutte queste medesime varietà, risale ad un epoca che si perde nella lontananza dei tempi. Il cavol rapa soltanto o torzuto, detto anche ra- vacoio {brassica oleracea gongylodes, o brassica oleracea caulorapa di Decandolle) tanto bianco che pavonazzo , il fusto del quale ingrossando si mangia, perchè tenero e carnoso, pare non fosse conosciuto tanto anticamente, (1) Hist. nal. L. 19. e. 8. (2) V Arabicor. nomin. inlcrpret. T. 2, pag. 8, in Avicenna Canones eie. (3) Per la sinonimia dei cavoli presso gli antichi scrittori, para- gonata a quella dei nostri più moderni, vedasi Dodoneo Hisl. slirpium. pag. 620 — /(). Bauhin. Hisl. plani. T. 3, pag. 821. E fra i più re- centi il Fée, noie a Plinio, L. 9, e. 8, al Tom. 12, pag. 361 della traduz. francese di Pankouke. 65 giacché il Soderini (1) ed il Mattioli (2) dicono non aver- ne trovato fatta menzione in Plinio , né in altri scrittori antichi; per quanto il Fée voglia che fosse la brassica la- cuturris detta di sopra, dal che parrebbe piuttosto che fosse stato questo cavolo introdotto sul principiare del secolo XVI. Ma si osservi che Benedetto Rinio nel suo Liber de simpUcibus, MSS. del 1415, esistente nella Bi- blioteca di S. Marco a Venezia , dà un'ottima figura di questo cavolo alla tav. 62 ; cosicché doveva già a quel tempo essere noto nell'agricoltura veneta, per lo meno. Oltre a che si avverte che il Soderini dice dei cavoli fiori non è memoria appo gli antichi, mentre è certo che la brassica pompeiana e la cijpria di Plinio sono il nostro vero e legittimo cavoi fiore. Similmente il Mattioli dice anche che il cavolo intagliato molto nelle foglie, fatto familiare a tempo suo negli orti , non è descritto da alcuno; ed invece questo cavolo è la brassica apiana, o la selinoides dello stesso Plinio. Perciò non possiamo stare all'asserzione negativa dei due detti autori. Il P. Agostino Del Riccio (3) finalmente trattando dei ca- voli, avverte che i cavoli rossi vennero come nuovi a Firenze dopo la metà del XVI secolo. Delle rape ignoriamo il vero paese originario, per quanto la maggior parte dei botanici le dicano piante spontanee dell'Europa, perchè trovansi in molti campi; ma può dubitarsi col Decandolle che vi siano rinate e naturalizzate per antica antecedente coltivazione. Ta- luno pensa che siano provenienti, come vuole il Fée (4) dalla brassica Napus, ma é più verosimile che siano va- rietà prodotte colla coltivazione dalla vera brassica rapa (1) Collivaz. degli orli e giardini, pag. 87. (2) Discorsi in Dioscor. T. 1, pag. 407. {3) Agric. Sperimenl. MSS. , T. 2 , car. 369. (4) Nola 199. al lib. 18 di Plinio T. 1), pag. 404, Iraduz. fran- cese ediz. di Paiikouke. 9 66 salvatica, noo spontanea deir Italia, ma che Ateneo (1) sulla fede di Possidonio dice trovarsi eziandio fuori de- gli orli della Dalmazia; luogo nel quale non la indica spontanea il Prof. Visiani nel suo Specimen stìrpium Dalmalicarum stampato in Pavia l'anno 1826. Gli antichi Romani facevano molto caso delle rape per la nutrizione degli animali e degli uomini, come si rileva da Plinio (2) che ne descrive tre varietà , e da Columella (3) ancora ; e già furono ricordate da Teo- frasto e da Nicandro (4) , dal che ne consegue che le medesime erano di un uso antico. Laonde non è pos- sibile il rintracciare l'epoca della loro introduzione , o quella delle loro varietà nella nostra agricoltura, nella quale se ne incontra una numerosa serie , come lo di- mostrò l'esposizione d'orticoltura e giardinaggio fatta in Firenze nel Settembre 1852. Lo stesso può dirsi del navone, o colzat , o raviz- zone {brassica Napus)^ dai Greci conosciuto col nome di bunias, e da Columella (5), e da Marziale (6) con quello di rapa. Sono i navoni o ravizzoni, come sopra ho detto, originar] di varie provincie d' Italia (7), e coltivati per ottenerne l'olio dai semi , ma spesso confusi colla bras- sica rapa oleifera , varietà delle rape comuni. Anche la radice o ramolaccio o ravanello, nomi che servono a distinguere le diverse varietà in grossezze e figura , proviene dal Raphanus sativus originario della China, del Giappone, e dell'Asia occidentale , ma cono- sciuto dai Greci e dai Romani , col nome di raphanus. (1) Deipnosoph. L. 9, e. 2. pag. 360. (2) Hisl. nal. L. 18, e. 12. (3) De re rasi. L. il, e. iO. (4) Georg. In Àlhen. Deipnosoph. L. 4, e. 3, e L. 9, e. 2. (5) De re rust. L.2, i.iO.De callur. hortor. il. 3. (6) L.13, eplgr.20. (7) BerlolonI, FI. Hai. T. 7, p.l5i. 67 Le sue varietà consistono nell'avere le radiche grosse o piccole, rotonde o bislunghe , bianche o rosee, o rosse, o violette , o nere di buccia. Fra queste, le rosse este- riormente, sono ricordate dal Redi (1), il quale le dice d'Affrica, e di averle ricevute nel 1686 dal Cestoni, ed in altra lettera, ne offre al Valletta di Napoli i semi. Per lo che parrebbe che fossero slate introdotte verso quella epoca. Questi rafani erano già usati dai Greci e dai Romani , ì quali gli dividevano, come si rileva da Pli- nio (2) , in Algidense lungo e diafano , ed in Siriaco o rotondo , ossia in ciò che noi ora diciamo radici e ra- molacci ; per lo che ne è remotissima la loro importa- zione dalla China , ed impossibile ritrovarsene l'epoca. §. Vili. DeUe piante cucurbitacee. Le cucurbitacee coltivale fra noi , sono principal- mente di quattro specie , le quali colle loro respeltive numerose varietà , formano una serie di frutti polposi , di volgarissimo uso cibario. Tali sono le zucche, di- stinte ora in due specie cioè: Cucurbita maxima e Cucur- bita pepo; il Cocomero Cucumis citrullus {S}, il popone Cucumis melo; ed il cetriolo Cucumis sativus. Le zucche , comprese le loro molteplici varietà , sono originarie dell'Oriente e delle Indie, come si rile- va anche da Ateneo (4) , e conosciutissime dai Greci, poiché Ippocrate , Teofrasto , Dioscoride , Galeno ec, ne nominano per l'uso di vitto e di medicamento varie qualità nei loro scritti. Columella (5) ne ricorda esso pure molte varietà ; e le zucche serpentine e lunghe , sono (1) Lettere, ediz. di Firenze T.i, p.324 e T.S, p. 143. (2) Hi8l.nat.L.l9, e. 5. (3) Cìicurbila citrullus di Linneo. (4) Deipnosoph.L.2, e. 23. {5) De hortor.cult.L. 10, v.380. 68 avverlite da Plinio (1), cosicché la introduzione di tulle queste zucche nella coltivazione nostra , risale a mollo tempo indietro (2). Quelle peraltro quasi bicorporee , dette da pescatori o zucche da pesci ( cucurbita lagena- ria [3), con alcune loro varietà di forme diverse, cioè a fiaschetta , a pera , a cipolla , a clava , a tromba ec. , resta dubbio se siano state conosciute dagli antichi Ro- mani , e se quindi fossero realmente quelle zucche , che servivano, come si rileva da Plinio (4), per orcioli nei ba- gni, per vasi da vino, o per riporvi i semi delle piante. Infatti , essendo le sopraindicate varietà della cucurbita lagenaria, native delle regioni intertropicali e dell'Ame- rica , è più probabile che non fossero note agli antichi Greci e Romani , e che le zucche di cui , come sopra ho dello , parla Plinio per i diflerenti usi domestici , fos- sero piuttosto alcune speciali varietà della comune zuc- ca o cucurbita pepo. Pur nondimeno delle zucche da pe- scare , i botanici tutti del secolo XVI ne parlano come di piante , note e coltivate andantemente anche per certe loro varietà , cosicché la loro introduzione fra noi deve rimontare a poco prima del ridetto secolo. Più modernamente il Raddi nel suo Viaggio in Egitto fatto collo Ghampollion nel 1828 e 1829, raccolse i semi di tre nuove varietà di zucche, che si introdussero negli orti (Ij Hist.nat.L. 19, e. 8. (2) Il Padre Agostino Del Riccio , nella sua Agricoli, leor. MSS.a carie 133 e 186 , dà una nota di 20 varielà di zucche coilivale negli orli a suo tempo.— I frulli delle zucche lalvolla crescono straordina- riamente; tale si fu quella di libbre 250 che è dipinta in un quadro a olio, ora al R. Museo di Firerìze, ed una volta alla R. villa di Ca- reggi, ricordata nel Innario dei conladini del 1779, pag.136; eduna di libbre 200 che fu veduta alla pubblica esposizione in Firenze dei prodotti naturali e industriali della Toscana nel 1830. V. il Rapporto di detta esposizione pag. i27. (3) Lagenaria valgaris. Decand. CO Hist.nat.L. 19,0. 5 69 di Firenze , come resulta da una notizia datane nel Giornale Agrario Toscano (1). Il cetriolo poi {Ciicumis sativus) , benché originario della Tarlarla e delle Indie orientali , con le sue nume- rose varietà, è rammentato nella Bibbia (2) sotto il nome di Kischyimoclìisciuim. I Greci, come vedesi negli scritti d'Ippocrate , di Aristotile, di Teofraslo , di Galeno, lo conoscevano col nome di colocinlha ; ed i Latini, come si sa da Plinio, da Golumella , da Virgilio e da altri, lo indicavano col nome di cucumis. Presso gli Egiziani e gli Arabi era volgarissimo, e distinto col nome Khiar ; tanto che può dirsi che le varietà di colore e di figura che oggi si ritrovano nei nostri orti , sono le stesse presso a poco di quelle ricordate dai summentovali au- tori ; di modo che il cetriolo è pianta da antico tempo trasportata e coltivata in Italia ed in Toscana. Rilevasi per altro dai manoscritti di Agostino del Riccio , che il cetriolo bianco venne come nuovo in Firenze a suo tem- po , cioè verso il 1596, o poco prima, epoca in cui scriveva ; per quanto a Siena vi fosse coltivato da molto tempo in addietro, e che altra varietà detta cetriolo tur- co , di fruito bislungo, vi fosse stata portala pochi anni avanti. Né meno lontana é l'origine dei poponi {cucumis melo, L.) i quali nativi dell'Asia e d'Astracan, erano col- tivati in Egitto, in Grecia, ed in Italia dai più remoti secoli. Infatti sono questi frutti ricordati dalla Bibbia (3) col nome di AhaticUn, da Ippocrate (4)-, da Aristotile (5) da Teofraslo (6) da Ateneo (7), da Dioscoride (8) da Ga- (1) Anno 1831. Tono.S, p.95. (2) Numeri e. 11, v. 5. (3) Numeri eli, v.S. (4) Affecl. p. 259, edit.cura Foes. (3) Probi. L. 20, e. 3. (6) Hisl.plant.L.7, ci. (7j Deipnos.L. 2, e 26. (8) Mat.raed.L.2, c.l63. 70 ieno (1) fra i Greci , che li distìDguevano col Dome di sicyos , e sicijopepon ; da Aviceona (2) e da Serapione (3) fra gli Arabi col nome di Balheca , che i più riferiscono invece al cocomero (4) come fa li Rumphio (5), il quale cita lo stesso nome di Balteca come voce indiana; da Plinio (6) da Golumella (7) ec, fra i Latini col nome di melopepo , che erano i vernini, e pepo i comuni. E questi autori del pari che il Mattioli (8) ed Agostino Gallo (9) ne annoverano un certo numero di varietà , le quali presso a poco sono le stesse delle conosciute attualmen- te. Marcello Virgilio, ne'comraenti a Dioscoride (10), par- lando delle qualità dei poponi a suo tempo , non pare che ricordi le zatte , le quali perciò non sembra fossero conosciute che assai più tardi ; ed il Giachini cita i po- poni turchi , i damaschini , i cutìgnoli , i serpati , e le cedronelle , come in voga nel 1527 , epoca nella quale scrisse la sua lettera a Filippo Valori in difesa e lode del popone, 11 Micheli descrive alcuni poponi nei suoi manoscritti, e queste descrizioni sono riferite nel dizio- nario botanico italiano di mio padre (11). Il popone ver- nino si dice coltivato in Toscana da Cosimo III , quasi che fosse fra noi introdotto a suo tempo (12), ma pare che (1) Simplic.medic.L.8.Altment.facaU.L.2. e. 4, 5, 6. (2) Canon. L. 2, traci. 2, e, 89, p.l09. (3) Hist.simpl.medic.L.S, e. 104. (4) V.Baldass.e Mich. Campi Spicilegio bolan.p.lS, i quali bensì avvertono che questo nome balheca era generico e dato ad altre cu- curbitacee. (5) Herbar.Amboin.T.5 , p.400. (6) Hist.nal.L.tO, e. 5. (7) De re rustica L. il, e. 3. (8) Disc, in Dioscor. T. 1, p,S47. (9) Dell'agricoli, giornale sei, p. 1S3, ediz, di Venezia 1576 , e pag. 132, ediz. di Torino 1379. (10) L.2, e. 121, p. 131. (11) Tom. 1, pag. 220, e T. 2, pag. 82. (12) Laslrl, Corso d'agricoli. T. 4, pag. 3. 71 gli antichi Romani lo conoscessero di già , col nome di melopepo , come sopra ho già detto. I cocomeri o angurie [Cucumis citruUus (1) ) , sono spontanei delle Indie orientali, e trasferiti di là in Egit- to, e quindi a noi da molto tempo; ed anche più re- centemente di alcune varietà, ne furono raccolti i semi dal Raddi nel suo viaggio in Egitto , e seminati nei nostri orti (2) , ma forse alcune sono le stesse cono- sciute dai nostri maggiori ; su di che nulla può dirsi di certo. Ma sebbene il Brasavola (3) pensi che il cucumis o sycios dei Greci , fosse il nostro cocomero o angu- ria , tuttavia il Mattioli è di contraria opinione , e cre- de che i Greci antichi non conoscessero questi frutti (4) , fondandosi sul non avere Serapione(5) riferito al propo- sito del cocomero o Dullaha in arabo , veruna autorità dei Greci scrittori , ma Arabi soltanto. L'Aquilani (6) pe- raltro ritiene i melopoponi di Galeno (7) non essere altra cosa che i nostri cocomeri o angurie , su di che il Mat- tioli resta in dubbio. Ma Baldassarre e Michele Cam- pi (8) dimostrano, che il melone indo d'Avicenna (9) altro non è che l'anguria o citrullo di alcuni scrittori antichi , che Piero Crescenzio con noi Toscani chiama cocomero. Oltre a ciò il ridetto Aquilani non crede il cetriolo es- sere il cucumis , sul quale scherza proverbialmente Ate- (1) Cucurbita CìlruUus L. (2) V. Giorn. Agrar. Tose. T. 5 , p. 95 e 299. (3) De Siraplic. raedicam.exam.edit.Venel.1545, pag.214. (4) Discorsi in Dioscor.T.l, p.547. (5) Hisl. simpl. medie. L.3, e. 104. (6) Origine , qualità e specie dei poponi e altro. Trattato ec, tra- dotto dal latino in volgare ec. Fir. 1602. Il MS. autografo latino esiste presso di me. (7) De alim. fae. L.2, e. 5. (8) Spicilegio botan.p.118. (9) Llb.4, Fen.l , cap. 39. 72 neo (1), ma il cocomero. Laonde stando a queste diverse opinioni, si potrebbe dubitare se i! cocomero o anguria, fosse stalo effettivamente conosciuto dai Greci , presso i quali a vero dire si confondevano tra loro le tante va- rietà di cucurbitacee , che dall'Asia avevano importate; confusione rilevata già da Ermolao Barbaro nei suoi corollari , dallo Stapel nei commenti a Teofrasto, dal Mattioli nei suoi discorsi in Dioscoride, dai fratelli Bal- dassarre e Michele Campi nel loro spicilegio , e soprat- tutto dall'Aquilani ricordato di sopra. 11 mellone propriamente detto, da non confondersi col melone o popone (2), e che i botanici hanno distinto col nome di cucumis flexuosus , per essere lungo e ritorto , è originario delle Indie orientali , ed in tempo indietro era mollo coltivato negli orti di Firenze; lo ricordano il Boccaccio (3), il Burchiello (4), Benedetto Dei (5), ed il Rucellai (6). Oggigiorno per la sua troppa sciapitezza , divenuta proverbiale , non è più in uso fra noi. Pare se- condo i fratelli Campi nel loro Spiciliegio botanico , che questo fosse detto Abdellavi dagli Arabi , ed anche Batecha; lo che è una riprova che Balecha o Battecha, era un nome piuttosto generico di vari fruiti cucurbi- (1) Texens pallium mulier cucumerem devorel. Alban. Deipnos. L. 3 , C.2, ed il perchè vedasi in Stapel comraent. in Theophrasl. pag.781. (2) Sul confondere che alcuni fanno il naellone col popone, v. la lezione o cicalata di Maestro Bartoiino dal canto dei Bischeri ec. , Iella all'Accademia della Crusca sul sonetto del Berni « passere e bec- caflchi inagrì arrosto ». Firenze 1382 , p. 42. Lezione che è di Gio- van Maria Cecchi , dove dice. . . . quel mellone in lingua non fiorentina vuol dir popone. (3) Decamerone.Giorn. S.novel. 9, dove scherza sull' insulsag- gioe di maestro Simon dalla Villa. (4) Sonetto 3, p.2, dove dice, e fa di comperare un buon po- pone. — Fiutalo che non sia zucca o mellone. (Sì V.Giovanni Targioni-Tozzetti , Viaggi ec, T.3, pag. 41. (6) Le Api. Poema, verso 43G. 73 tacei , usato dagli Arabi, e derivato dagli Indiani, dai quali provennero la maggior parte di consimili piante. Non sappiamo quando fosse introdotto nei nostri orti il predetto mellone ; e solo per congettura si può dire , che ciò fosse stato verso il principiar del secolo XV , poiché non se ne trova fatta menzione , prima di que- st'epoca, se pure non si volesse credere che fosse il cu- cumis anguinus vel erralicus di Plinio (1), lo che non è accordato dal Fée , il quale lascia incerta questa pianta del naturalista latino (2). Secondo i fratelli Gara- pi , nel loro Spicilegio p. 108 , si potrebbe credere che questo cucumis flexuosus di Plinio, fosse il cocomero paleslino o saracenico degli Arabi, o la dragontite di Ate- neo secondo il Dalechamp. Pier Crescenzio lo chiama melagnolo o melone , ed è un vegetabile che proviene dalla Palestina e dalle Indie. §. IX. Piante bulbirere o cipolline. Altre specie di piante ortensi e tutte bulbifere , dai nostri coltivatori conosciute collettivamente col nome di fortumi, meritano di esser qui ricordate. Tali sono come disse l'Alamanni (3) La piangente cipolla , e l'aglio olente , Il mordente scalogno, e il fragil porro. La loro coltivazione è cominciata negli orli da remoti secoli , né può raggiungersi l'epoca della loro introdu- zione, né il loro paese originario, perdendosi il tutto nell'antichità dei tempi. Sappiamo che gli Egiziani col- (1) Hist. natur. L. 20, e. 2. (2) Nota 20 al lib. 20, di Plinio trad, in francese, edlz. di Pan- kouk.T. 13, pag.187. (3) La Coilivazione. Lib. 5. 10 74 tivavano queste piante, non per mangiarle, ma come deità» usanza messa in ridicolo da Giovenale (1). Erano bensì mangiate dagli Ebrei, i quali usciti dalla schiavitù dell'Egitto, lamentavano la perdila di questi, fra quella di altri cibi , come rilevasi dalla sacra Scrittura (2). Esempio veramente deplorabile dell'umana stranezza, che alla propria indipendenza preferiva il sapore di una ci- polla I 1 Greci avevano molle varietà di questi fortumi, che Teofrasto (3), ricorda coi nomi dei luoghi dell'Asia, da dove furono loro importate , e presso i Latini erano parimente di un uso comune. Tulle per altro estranee all'Italia, come lo avverte il Berloloni (4). Infatti delle cipolle ( aUim caepa ) non se ne conosce fra i botanici la patria ; il porro ( allium porrum ) , si vuole originario delle Provincie Germaniche , e sebbene il Pollini (3) , dica che si trova nei prati del Veronese e del Vicen- tino , rinato da sé , tuttavia egli stesso dubita che ori- ginariamente vi sia stato introdotto dai semi di piante coltivate; l'aglio {allium sativum), sarebbe della Sici- lia per opinione di vari botanici , ma ciò non sussiste; e di fatti non è ricordato fra le piante spontanee di quell'isola nella Flora sicula del Gussone, né nella Flora italica del Berloloni. Lo scalogno ( allium ascalonicum ) é della Sìria e dell'Asia minore , così detto secondo il Mattioli (6) , per esserci stato portato da Ascalone castello della Giudea. La sola erba cipollina ( alHum schoenoprasum ) na- sce spontaneamente in molti siti dell'Italia, e dai luoghi silvestri è passata negli orti , ma non si conosce fin da (1) Satira 15, v. 9. Plinio nella sua Hist.nal.L. 19, e. 6 dice Al- lium caepasque inter deos iurejurando lenet Aegyplus. (2) Numeri, eli. (3) Hisl. plani. L.7, e. 4. (4) Flora Ilalica.T.4, p.66. (5) Flora Veronensis T. 1, p.429. (6) Discors.in Discor.T.i , p.587. 7o quando, giacché Teofrasto (1), la cita col Dome di scorodon schislon; e col nome di brilta si trova notata nei Capitolari di Carlo Magno (2). Così questa pianti- cella nostrale , fu essa pure conosciuta e coltivata fln da remoti secoli negli orti per condimento dei cibi. §. X< Di alcune piante ortensi di svariate famiglie. Le bietole spettano alla famiglia delle chenopodiee di alcuni, o salsolacee di Moquin, e se ne conoscono di due specie distinte, abbenchè Linneo (3), le considerasse tutte appartenenti alla sua beta vulgaris (4). Una però è indicata dai botanici col nome di beta cicla , o sicla ; e nasce spontanea in Sicilia , ed in altri luoghi dell'Italia. Questa è quella che coltivasi in tutti gli orli col nome semplicemente di bietola, o bietola da erbucce , o bianca, fino da remotissimo tempo , atteso che per lo stesso uso la conoscevano e coltivavano sotto il nome di tey- Uon i Greci , nel modo che si rileva da Ippocrate (5) da Teofrasto (6) , da Dloscoride (7) e da Ateneo (8) , il quale ne nomina quattro varietà diverse ; e quindi an- che col nome di beta l'usavano i Latini , secondo che Io possiamo rilevare da Plinio (9) , da Cicerone (10) , non meno che da Marziale (11), il quale la nomina (1) Hisl.planLL.7. C.4. (2) V. Sprengel, Hisl. rei herb.T. 1, p.220. (3) Spec. plant.T. I , p. 322 , ediz. 3.* (4) Recentemente anclie il Moquin, In De Candolle Prodr. Syst. nat.T. 13, p.5S, rimette queste due specie come varietà, con altre sottovarietà loro alla bela vulgaris ^ come aveva fatto Linneo. (5) Vict. ration.T. 1, p.404, et de morbis rauliebr.T.l, p.609, edit.cum Foesio. (6) Hist. plani L.7, e. 2. (7) Mal.med.L.2, e. 112. (8) Deipnos. L.9, e. 3, p.371. (9) Hisl.nal.L.19, e. 7. (10) Opere, L.7. Epislol.26, pag 117. (ll)Lib.l3. Epigr.l2. 76 come una pietanza sciapita. Sicché da tuUociò si com- prende perchè sempre in seguilo se ne è mantenuta la coltivazione nei nostri orti, come pianta culinaria. L'al- tra specie è la vera beta vulgaris , alla quale è asse- gnato dai botanici per patria l'Asia centrale , 1' Egitto e le coste marittime dell'Europa Australe (l),ma esclu- sane l'Italia; poiché a testimonianza del Bertoloni (2), non si trova questa pianta spontanea nel nostro suolo. Vi è però essa estesamente coltivata per la sua grossa e dolce radice , ed è conosciuta nel volgo col nome di barbabietola (3). Di queste ne abbiamo delle rosse più generalmente, e altre varietà rosse pallide, dette rao- scadelle , e delle bianche o giallastre, dette anche radici di abbondanza, o per contrapposizione, di carestia. Le barbobietole rosse sembrano originarie della Germania, o almeno in Toscana ci pervennero di là , a testimonianza di Pier Vettorio Sederini (4), e del Pa- dre Agostino del Riccio (5) ; e ciò verosimilmente circa la metà del secolo XVi. Il Mattioli (6), infatti dice che in Alemagna e nel Trentino, trovò una specie di bie- tola rossa, le cui radici erano grosse e dolci, e ne parla in modo da non averle vedute che colà. Il fatto certo però è che gli antichi non conobbero queste no- stre barbebietole rosse o bianche, poiché non se ne tro- va fatta menzione da veruno scrittore Greco o Latino , (1) V. Roera. et Schuit. Sysl. vegetab. T.6, p. 290. Decandolie prodr. Syst. nalur. regn. vegetai. T. 13, p. 53. (2) Flora Italica T.3, p.43. (3) Queste radici vengono talora grossissirae, ed una di libbre 43 trovasi dipinta fra ì fruiti mostruosi che erano alla R. villa di Ca- stello ed ora al Museo di Firenze, citati dal Laslri nel suo Corso di agricoltura T.5, p.222. (4) Cultura degli orli e giardini p.49. {3j Agricoltura sperimentale MSS. T. t, carte 2G2. - id. agricol- tura teorica MSS. carte 109 e 13S. (6) Disc, in Dioscor.T.l, p.SOO, 77 e neppure fra gli Ilaliani da Pier Crescenzio , il quale tratta soltanto della coltura ed usi dell'altra bietola da erbucce (1). Gli sp\D3iCÌ, spinacia oleracea, essi pure della stessa famiglia delle chenopodiee o salsolacee , di cui adesso tanto ne è estesa la coltivazione e l'uso fra noi, sono di patria ignota per i più dei botanici , e nel prodromo del Decandolle (2) , si dicono d'Oriente. Furono del tutto ignoti agli antichi ; ma possiamo ritenere, che gli Ara- bi conoscevano gli spinaci, poiché lo Sprengel (3), dice che si trovano ricordati negli scritti di Eben Alva , di Avicenna , e di Rhazes. Comunque sia è certo però che essi sono estranei all'Italia. Infatti dice il Mattioli (4), lo spinacio è erba nuova, non conosciuta né scritta se non dai moderni; e più sotto seguita : vogliono alcuni che gli spinaci ne sieno slati portati di Spagna. In Inghilterra fu- rono introdotti nel 1568 al dire dello Sweet (5). In Italia per altro vi erano conosciuti molto prima, per- chè Pier Crescenzio (6) parla degli spinaci e della loro coltivazione , come cosa comune al suo tempo , e gli distingue dall'atreplice, colla quale pianta, per l'uso che ne facevano gli antichi, e per una certa somiglianza di forme si potevano confondere. Di fatti l'atreplice o spi- nacione , ( Atriplex horlensis ) , pianta essa pure delle chenopodiacee , originaria della Tartaria e della Sibe- ria, era slata importata fin da antichissima epoca in Grecia , dove si coltivava col nome di atraphaxis , e da dove fu introdotta presso i Romani , che la dicevano atriplex. Usavasi molto in Lombardia nei tempi andati » (1) Opas rust.comraod. L.6, e. 14. (2) Tono. 13, p.118. (3) Hist. rei herbar.T. 1, p. 270. (4) Discors. in Dioscor.T. 1, p. 486. (5) Horlus brilann. p. 575, edil.3. (6) Opus ruslical. commodor. L. 6, c.l02. 78 ed anche in qualche luogo della Toscana , come lo av- verte il Cesalpino (1). Ma il Mattioli (2) , al contrario asserisce, che non si seminava a suo tempo negli orti di Toscana, mentre molto abbondantemente ciò usavasi fare nella Lombar- dia , per mangiarne le sue foglie , come le bietole e gli spinaci. Molto in uso sono gli sparagi {Asparagus ofjìcinalis) i quali formano il tipo della famiglia delle asparagoidee, ma su di queste piante non mi tratterrò , giacché come originarie d'Italia , dovevano anche esservi coltivate in antico per mangiarne i rigetti o polloni , secondo che costumiamo oggidì noi. E che cosi fosse , rilevasi da Catone (3) che parla del modo di seminarli e coltivarli , e presso Plinio (4) si trovano ricordali , sotto il nome di asparagi alliles come piante ortensi, dicendoci omnium kortensiorum lautissima cura asparagis : fra i quali ri- corda quelli celebri per la loro grossezza di Ravenna , come noi ora apprezziamo per la stessa ragione quelli di Pescia ; e di più furono ricordati gli sparagi da Gio- venale nelle sue Satire (5), Oltre ai domestici , i Ro- mani non ignorarono i così detti salvatici, che distin- guevano col nome di corruda , e che sarebbero l' aspa- ragus tenuifolius dei botanici , da Linneo riguardato come varietà delVofficinaUs. Di questi sparagi salvatici volgarissirai nelle campagne dell'Italia, della Grecia, e dell'Affrica boreale , noi mangiamo i turioni , o teneri germogli , non mollo grossi , col nome di spazzole. Dagli antichi scrittori greci non è stato conosciuto il nostro sparagio domestico, come l'osserva Io Stapel (6), (1) De planlis L.4.C.3. (2) Discorsi in Dioscor.T.l, p. 486. (3) De re rustica cap. 161. (4) Hist. nal. Llb. 19, e. 8. (3) Salir. S, V. 81. (6) Comment. In Theophrast. pag. 602. 79 poiché non è nativo di quella provincia , ma dell'Italia come si è detto, non che della Siberia e del Giappone. In- fatti Vasparagos di Teofrasto (1) sarebbe uno sparagio spinoso, che lo Sprengel (2) riferisce aW'asparagus aphyllus, molto prossimo aìVasparagus acutifolius o asparagus corruda dello Scopoli (3), esso pure spontaneo dell'Ita- lia , ed anche della Grecia, il quale da DIoscoride (4), e da Galeno (5) , fu detto asparagus petreus, ed ormenon da altri Greci; e di queste sole specie, perchè spontanee nelle loro campagne , ne fecero conto come medica- mento, e non come cibo. Una pianta erbacea, la cui coltivazione è generale in tutti gli orti, e nei vasi ancora sulle finestre presso tutte le basse popolazioni , come ci laciò scritto il Mat- tioli (6) costumarsi a suo tempo, si è il bassilico (oct- mum basilicum) appartenente alla famiglia delle labiate, ed originario di molte province dell'Asia e dell'Affrica, da dove estesosi nella Grecia e nell'Italia, è stalo sem- pre assai valutato e coltivato come pianta medicinale e condimentaria. Infatti si conosceva il bassilico sotto il nome di ocimon (7) fin dai tempi d'Ippocrate (8) , proponendolo esso come rimedio in alcune circostanze; ed anche sotto un tal punto di vista essendone stato (1) Hisl. plani. L.l, e. 16, L. 6, e. 1 e 3. (2) Hisl. rei herbar. T. 1, pag. 88. (3) Fior. Carniolica ediz. 2, T. 1, pag. 248. (4) Mal. raed. L. 2, e. 152. (5) Facull. simpiic. raedicara. L. 6. (6) Discor. in Dioscor. T. 1, pag. S61. (7) Nolarono alcuni antichi bolanici , fra I quali basterà ricordare il Fuchsio [Hisl. slirp. pag. Si6) , che ocimon indicava il nostro bassilico , ed ocymon voleva dire un insieme di erbe fresche da fo- raggio nella primavera. Cosicché non si debbono confondere queste voci , nel modo che è slato fatto da non pochi , e debbono essere ben distinte nel loro significalo , secondo che sono scritte coir* coll'y. (8) Affect. T. 1, pag. 529, edil. cum. Foes. 80 trattato da Teofrasto (1) da Dioscoride (2) e da Gale- no (3), il quale ultimo oltre le virtù medicinali , ne annunzia il suo impiego come aromatizzante i cibi. Se- rapione (4) fra gli Arabi , ne indica le principali va- rietà col nome di baderudsch , che pur anche ora si usano. Ma per altro , mentre da alcuni dei citati scrittori, era lodalo per certe sue virtù, specialmente adoprandolo all'esterno, da altri si riteneva al contrario inutile, ed anche dannoso, come può rilevarsi da Pli- nio (5), il quale riferisce tali opinioni , e le non poche superstizioni che intorno a tal pianta avevano gli antichi. Presso i Romani tuttavia era coltivato per gli stessi usi , essendo che Plinio (6) or ricordato , oltre il dirlo medicinale, lo annovera fra le piante ortensi, come già fecero anche Catone , Varrone e Palladio , trattando della sementa e coltivazione di questa pianta. Più tardi fu ricordato col nome di basilisca nei Capitolari di Carlo Magno , e nella Physica di S. Ildegarda (7) ; nome cor- rotto dalla voce grecobarbara basilicon , colla quale per il primo lo chiamò Simon Sethi (8) ; mentre presso gli antichi Greci si conosceva , come si è detto , per oci- mon (9). Le molte varietà che di questo vegetabile tanto facilmente si formano col clima e col terreno cambiato; (1) Hist plani. L. 7, e. 3. (2) Mal. med. L. 2, e. 171. (3) De facull. alimeal. 2, pag.640. (4) Simplic. medie, histor. L. 3, e. 6. Nel qaale parla del bas- silico carioflllalo sotto il nome arabo di berengemish, e al cap. 7 del bassilico cornane sollo il nome di berendaros e bedarocs. (5) Hisl. nal. L. 20, e. 12. (6) Hist. nal. L. 19, e. 7. (7) V. Sprengel hist. rei. herb. T. 1, pag. 222 e 227. (8) Synlagma da cibarior. facultat. basii. 1538 8.° V. Sprengel hisl. rei. herb. T. 1, p.2i7. (9) Si vuole che il nome dì basUicon gli fosse dato per II sdo odore, perchè come dice il Fuchsio abeodem odore quod basilica et regia domus dignum sii , basilicum hodie nuncupalur. 81 sia io riguardo alla grandezza differente delle foglie e della loro tinta verde più o meno cupa , e talora pavo- nazza ; sia delle spighe più o meno lunghe dei fiori , bianchi o rossastri, e del vario odore che esala, erano conosciute del pari presso gli antichi. L,a varietà colle foglie più larghe , è detta dai botanici ocìnium basilicum majus; ama un terreno grasso, dentro al quale si mantiene in modo, che le sue foglie acquistano una gran dimen- sione , prendono la forma cuculiata o concava , e pos- sono talora ricuoprire un piccione torraiolo ; dal che questo bassilico detto anche massimo, è dal nostro volgo chiamto bassilico da piccioni. Alcuni botanici lo dicono ocimum bullalum. Di questo ne parla Pier Cre- scenzio (1), sotto il nome di bassilico beneventano, e di questo pure sembra che intenda parlare il Soderini (2), quando dice d' Alessandria ne viene con foglie grandissime, tanto che sembrerebbe che una tal varietà, ci fosse slata importata dall'Egitto in tempi pia a noi vicini , giacché così grande di foglie, non la ricordano i più antichi. Un'altra varietà vi è a odore di anacio o di cedro, la quale è delta bassilico anaciato o cedralo, indi- cata dal Rumphio (3) col nome di ozìmum cilralum, e dai moderni con quello di ocimum basilicum anisatum ; ed una terza varietà è V ocimum basilicum glabralum , del Roxbourg (4), distinto col nome di ocimum carijo- phillatum, , e questa è più specialmente nativa delle Pro- vincie di Bengala , di Giava , e del Ceilan alle Indie orientali. Tale è probabilmente quella descritta dai frati commentatori di Mesue , ma non quella realmente che cariofillata dice il ridetto Mesue , come può riscontrarsi nel Mattioli ed in Bauhino , secondo che più sotto diremo. fi) Opus rustical. coramodor. L. 6, e. 44. (2) Cullar. degli orti e giard. pag. 44. (3) Herbar.Araboin.T.S, pag. 266. (4) Horlus Bengalensis pag. 43. 11 82 Un'altra specie ili bassilico dìslìnla dalla prece- dente, egualmente originaria delle Indie orientali, e del pari conosciuta dall'antichità promiscuamente, è il così detto da noi bassilico pino o bassilico gentile, dai botanici chiamato ocimum minus, di foglie molto piccole, ma variabile ancor esso per la grandezza di queste, per r aggruppamento dei suoi rami, per l'odore , colore ee. Di questo pure avvene una varietà con odore di ga- rofani, ricordala da Pier Crescenzio, dal Rinio nel suo soprallodato MSS. , nel quale ne cita anche tutte le altre varietà, come ben note nel 1415 in cui fu scritto quel codice , e da Marsilio Ficino nel suo consiglio sulla pe- ste , che scrisse nel 1479 , chiamandolo bassilico gario- fìllalo , cioè minutissimo che ha odore di garofoli (1). Mesue (2), sotto il nome di Alfeleniemic , intendendo in- dicare il bassilico carioGllato , ricorda questa slessa varietà come ingrediente del suo eleltuario di gemme; ed a questo proposito è da notarsi , che il Mattioli ed anche Gio. Bauhino (3) riprendono i frati zoccolanti commentatori del detto Mesue, i quali volevano attri- buirsi il ritrovamento di questa varietà , che i due or ricordati botanici rivendicano agli Arabi. Di più gli stessi scrittori non credono, che tanto Mesue quanto Serapione (che pur lo ricorda ) abbiano inteso dell'altra specie di bassilico comune a foglie grandi con odor di garofani, e col quale, come sopra ho detto, i mentovati frati commentatori confusero la presente specie, giacché dai predetti scrittori Arabi è descritto il bassilico garofa- nato col caule quadrangolare e le foglie piccole, vale a dire questo ocimum minus, e non V ocimum basilicum. lì) Ediz. di Firenze, per gli eredi Giunta 1322, pa?. 8. (2) De re medica, lacob. Silvi interprete, L.3.de anlidot. p.283, edlt. 1548 Lugdun. Mesue Opera edil. Veneliis 1565, curanl. Ioan, Costa. De electariis pag. 103. (3) Hist. piantar. T.3, pag.148. 83 Destinata agli slessi usi è anche l'altra pianticella, che come condimento dei cibi, è pure coltivata abbon- dantemente al pari del bassilico. Essa egualmente è della famìglia delle labiate, e comunemente dicesi mag- giorana , e dai botanici origamim majorana (1). In To- scana chiamasi persa o persia , forse come avverte il Mattioli (2) per esserci stata portala dalla Persia , ove nasce spontanea, egualmente che nelle Indie orientali, oell'Arabia , e nei paesi mediterranei dell'Affrica. Comu- nissima nell'Egitto, egli è probabile, secondo l'opinione dello Sprengcl (3), che da questa provincia passasse ad essere coltivata in Grecia ed iu Italia. A tale opinione potrebbe dar valore il sapersi , che questa pianta da Nicandro (4) e da Dioscoride (5) è nominala sampsuchon, che al dire di Plinio (6) è voce egiziana nella sua ori- gine , e grecizzata dai detti scrittori. Teofrasto (7) la chiama umaracon, da cui la voce amaracus di Catullo (8), e di Virgilio (9) per indicare la maggiorana , seb- bene lo Sprengel (10) dubiti che potesse forse questa di Virgilio essere altra specie molto simile , e perciò con- fusa dagli antichi , originaria della Palestina e di Creta, che Linneo distinse col nome di origanum maru. Con- (1) Il nome di maggiorana con poca differenza di ortografìa e di pronunzia, è comune in molti paesi dell'Europa , come può vedersi nel Neranic polygioUen lexicon P. 2, p.787; e secondo lo Slapel (com- inent, in Theophrasl, pag. 688 ) proviene dalla voce greco-barbara manlzurana. (2) Discor. in Dioscor.T. i, pag. 717. (3) Comra. in Diosc.T.2. v,513. (4) Theriaca vers.617. (5) Mal. med. L. 3, e. 42, Dioscoride riferisce molli allri nomi , col quali era chiamata in varj luoghi alla di lui epoca. (6) Hist.nat.L.21, c.3S. (7) Hisl.plant.L.6, c.7. (8) Carmina LXI. In nuplias Juliae et Manlii vers.7. (9) Aeneid.L.l, vers. 693. (10) Comraenl. In Dioscor.T. 2, pag. 51 3. 84 tultociò resulta, come lo provò anche il Mallioli (1) , ed altri, che il sautisuco, l'amaraco, e la maggiorana sono una cosa slessa, e ciò contro l'opinione del Dodoneo (2). Avicenna parla della pianta in discorso col nome arabo di Morsand schusch , dal quale oggigiorno se ne è for- mata per corruzione la voce mardakusch, colla quale la persia o maggiorana è conosciuta in Egitto. Dal che si vede come era in antico accolta e stimata questa pianta per il suo odore , e come non debba recar maraviglia se la di lei coltiviazione si è trasmessa Ano a noi. E qui, poiché di piante odorose ortensi ho tenuto discorso, conviene che pure ne rammenti adesso un'al- tra , che noi conosciamo volgarmente col nome di tar- gone , detta dai botanici Artemisia Dracunculus.QMesin appartiene alla famiglia delle composte o singenesie, delle quali ho parlato al §. V, pag. 47, e fra le quali avrei dovuto rammentarla, se la di lei coltivazione fosse per la sua estensione di qualche importanza. Ma poiché è pianta condimentaria, ed in qualche orto allevata in poca quanlilà , così ho creduto meglio di collocarla in questo paragrafo , a seguito delle altre fln qui dette, comecché ad esse più analoga per 1' uso. Or dunque questo tar- gone, che da alcuni scrittori è chiamato anche erba dragone o dragoncello , nasce originariamente nella Rus- sia , nella Siberia, e nella Tartaria. La sua introduzione nei nostri orti, sebbene remota , non lo è però tanto che ne possano aver avuta notizia i Greci antichi , e nep- pure i Latini; e di fatti il Mattioli (3) rammentandolo col nome di dragoncello , dice che si coltiva negli orti di tutta Italia , e che di esso, non è memoria alcuna ap- presso gli antichi Greci, e nemmeno Arabi. La prima volta (1) Discors.in Dioscor. T. 1, pag. 89 e T.2, pag. 767. (2) Hist.norum.el lierbar. coronar, et odorai, p. 296. (3) Discors.in Dioscor. T.l, pag. 628. 85 che si Irovi fatta menzione di questo vegetabile è presso Simon Sethi (1) , il quale quasi contemporaneo di Avi- cenna , fiori verso la metà del XII secolo , e dal quale fu chiamata con voce grecobarbara tarchon , da cui con molta verosomiglianza ne venne il nome targane , col quale noi Toscani la designamo. Anche Avicenna (2) cita il tarcon , che forse potrebbe essere questa stessa pianta , su di che il Dodoneo (3) resta alquanto incerto che sia. Pier Crescenzio non fa motto di quest'erba, ma Agostino Gallo (4) fra gli antichi scrittori italiani di coltivazione di piante , è il primo che trovo a parlare dell'erba dragone, lodandola nelle insalate, ed inse- gnandone il modo di seminarla e custodirla ; e poste- riormente ad esso ed al Mattioli , il Soderini (5) ne paria come cosa di uso notissimo per V insalate di me- scolanza e per le salse. Cosicché sin dal secolo XVI que- sta pianta era ben conosciuta , ricercata e coltivala nei nostri orti di Toscana, senza che possa stabilirsi quando precisamente introdotta , ma per altro , a quanto pare n( n molto avanti il secolo XVI suddetto. §. XI. Piante tecniche appartenenti a diverse famiglie. A completare la storia delle piante erbacee, che entrano nella nostra coltivazione tanto svariata, si pre- senta ora una serie di vegetabili , dei quali alcuni sono stati molto in uso al tempo passato , ed altri lo sono tuttora, come utilissimi rami d'industrie agrarie; (1) Syntagina de cibarior. facult. Basiìeae 1338. (2) Canon. L.2. Iractal. 2, e. 682. (3) Slirpium hi.stor. Petnplad. e. 17, pag.709. (4) Le venti giornate d'agricnlt. pag. 1 45, dell'ediz. di Venez. 1366 e pag. 123 dell'ediz. di Torino 11)79. (5) Cullur. degli orti e giardini , pag. 99. 86 e ciò a seconda delle circostanze locali di ccrlune Pro- vincie Toscane , dove sono più o meno in credilo. E queste piante per essere troppo alla spicciolata, non potrei ridurre scientificamente ad una famiglia sola di vegetabili, perchè ciascuna sotto questo punto di vista appartiene ad altrettante sue proprie famiglie. Ma poiché nel loro complesso possiamo riguardarle tutte applicabili ai bisogni svariati della vita sociale e delle arti, io quindi le riunirò qui in un solo gruppo, sotto il titolo di piante tecniche , per la ragione del loro spe- ciale impiego , non avendo scopo diverso , né potendo servire di alimento agli uomini o agli animali , come sono quelle di cui finora abbiamo tenuto discorso. Che perciò parmi che sia conveniente il comin- ciare a dire in primo luogo del Lino {Linum usitalissi- mum L.) (1) , come utile a farne filo e tele col tiglio della sua buccia , e ad estrarne olio seccativo per le arti dai suoi semi , proficui pur anco nella medicina per la mucillaggine che di più contengono. Il lino è pianta erbacea originaria di tutta l'Europa , non esclusa l'Italia, contro l'opinione dello Zanon (2), il quale vuole che ci sia stalo portato dall'Egitto, ed anche assai tar- di , ove nasce nei campi fra le biade ; ed oltre a ciò è egualmente spontaneo della Siberia e dell'America Settentrionale. La sua coltivazione, era estesissima pres- so gli antichi Egiziani, come si rileva dalla Bibbia dove nell'Esodo (3) si parla del lino in questione sotto nome di Poscia senza alcun dubbio. Trovasi pur ricordato in molti altri luoghi della sacra Scrittura con i nomi ebraici di phista e di had , spesso tradotti per bisso , voce generica colla quale intendevasi ogni sorta di tes- ti) Della famiglia delle Linose secondo il sistema naturale, e della ci. V. Penlandria , Ord. .3. Trigynia del sistema di Linneo. (2) Lettere sull'Agrlcolt. commercio ec. T. 3, p. 387. (3) Cap. 9, V. 31. 87 suto fine , come più sotto torneremo a dire. Anche nel libro di Giosuè (1) si legge, che Rahab operuit stipula Uni , i due esploratori mandati a Gerico , per nascon- derli ; cioè sotto i gambi del lino, che aveva posto a seccare sul tetto: per quanto 1' Killer (2) dubiti, che quella stipula lini , piuttosto si debba intendere per gambi di canapa, giacché la voce etz ebraica tradotta per stipula , indica nel suo senso generale e primitivo, sostanza legnosa , come lo sono i fusti della canapa , più di quelli del lino. Ma io non saprei quanto peso si potesse dare a questo dubbio del citato Killer , per- chè etz vuol dire anche gambo, stelo, di qualunque sottil pianta. Erodoto (3) accenna alla coltivazione antica del lino presso i Colchi e gli Egiziani ; lo che può essere certificato dal vedersi , che le mummie , almeno una gran parte, erano fasciate con strisce di tela di lino, come ho avuto luogo di verificare, e coi reattivi chi- mici, e col microscopio (4) in alcune di queste, portate dall'Egitto in Firenze, dal Rosellini nel 18^9, mal- grado la di lui contraria asserzione , e come in seguito delle osservazioni microscopiche fatte sopra altre mum- mie dal Dutrochet (5) si deve ritenere ciò essere di fatto, contro l'opinione di non pochi, incominciando da Erodoto (6), il quale ci disse che gli Egiziani fasciavano le loro mummie syndonis byssinae fasciis incisis , cioè secondo molli di tele di cotone; che Io stesso abbia af- fermalo il Rouelle (7), il Blumenbach (8), il Berlolo- (1) Cap. 2, V. 6. (2) Hierophyt. P. 2, p. 131. (3) Histor. L. 2, e. lOa, pag. tSl. (4) Per le forme disUnle che hanno 1 fliamenli del lino e del coione, esaminali al microscopio, vedasi il mio Corso di bolanica e mal. med. Firenze 1847, pag. 289 e 297. (3) V. in Jameson's Journal, T. 23, p. 221. (6) Hislor. L. 2, p. 142. (7) Mem. de l'Academ. des Selene. 1750. e. pag. 130. (8) V. Opuscol. Sclenlif. di Fran. Tanlini T. 2, p. 149. 88 ni (1), il Rosellini (2) ; e che Luigi Bossi (3) abbia cre- duto, che le mummie fasciate di tela di lino nun fossero forse tanto antiche come le altre fasciate di tele di cotone , con il che sarebbe venuto a conciliare le due opinioni op- poste. Comunque si voglia , lasciando ora a parte questa questione , è certo che gli Egiziani antichi coltivavano il lino, resultando ciò anche dai monumenti e loro illu- strazioni dateci dai Rosellini (4) , e che parimente ne tessevano il filo (5) , e di queste tele di lino gli Egi- ziani medesimi ne facevano commercio con i Greci (6). Omero ricorda il lino (7) ; Ippocrale (8) parla in più luoghi del lino in filo , e degli usi medici che se ne fa- cevano a suo tempo; e di più, altrove propone il seme come medicamento. Anche Dioscoride (9) annovera il lioseme , fra i medicamenti; e Galeno (10) inoltre ci avverte, che si mescolava nel pane per mangiarlo, usanza che vigeva presso i Traspadani al tempo di Pli- nio (11). Finalmente Plutarco (12), e S. Girolamo (13), (1) Disscrl. de quibusd. novis plantts et de bysso anliquor. B')- noniae 183S. (2) Monum. dell'Egilto e della Nubia. Mon. civ. T. 1, p. 358. (3) Dizion. d'arti e mestieri. T. 18, p. 124. (4) Monumenti dell'Egitto e della Nubia. P. 2. Monum. civili. p. 333. lav. 33 e 36. (5) Flavio Vopisco notò che in Alessandria vi erano molli tes- sitori, e che le loro tele erano vendute a caro prezzo. V. Zanon, lettera sull'Agricoltura comra. ec. T. 4 , p. 69 ; Cardano De Subtil. p. 611. Giov. Targioni Tozzelti , Viaggi ec. T. 3, p. 236. Rosellini Monum. dell'Egitto e della Nubia Monum. Civili. T. 1, p. 337. (6) V. Ferrari, De re Vesliaria. P. 2, Lib. 4, e. 12, pag. 166 Cocchi, Del vitto Pittagor. in nota pag 32. (7) Iliad. Lib. 18 sul fine. (8) De phystulis. T. 1, p. 883. De affect. T. 1 , p. 324 , edici cum Foesio. (9) Mal. raed. L. 2, e. 123. (10) De alimenl. facult. L. l, e. 32. (11) Hisl. nat. L. 19, e. 1. (I2j De Iside et Osiride , p. 332, ediz.di Parigi , in folio, 1624. (13) Opera, T. 3, p. 347. 89 parlaDO chiararaenle delle vesti dei sacerdoti egizi fatte col lino , i di cui fiori erin? del colore del cielo se- reno , vale a dire celesti, come di fatti lo sono. Dopo tutte queste prove, egli è indubitato, che il lino era un oggetto importante di agronomia presso gli antichi popoli Egiziani e Greci. Era ben anche coltivato in Ita- lia dagli Etruschi Falisci ( ora territorio di Montefia- scone), come si rileva da Grozìo (1) poeta al tempo di Ottaviano, e da Silio Italico (2). Non così per altro pare che possa dirsi dei Romani , presso dei quali nel periodo della repubblica, non fu valutato il lino, ser- vendosi di lane per le vesti; e soltanto sotto gl'impe- ratori pare che si cominciasse ad impiegarlo per que- sto uso, e per conseguenza a coltivarlo. Virgilio (3) indica il tempo della sua sementa ; e Columella (i) e Palladio (5) fanno lo stesso, ma poco apprezzandolo perchè isteriliva i campi , e vi era poco tornaconto. Ciò prova a vero dire che la coltivazione del lino, seb- bene non molto valutata , era tuttavia in un certo uso sotto i Romani. Ma d'allora in poi non solamente si è mantenuta, che anzi si è accresciuta in Italia ed in Toscana , nel quale ultimo luogo bensì non forma oggetto di esteso commercio , ma di utilità privata ed individuale per certi abitanti la campagna. Il Muratori (6) , dice che si trova memoria della coltivazione del lino nei bassi tempi, e precisamente nell'anno 896 dell'era volgare, la quale si faceva nel modanese prima che altrove. Ri- ferisce pur anche lo stesso autore, che in diversi con- ci) Cynaegeticon ver. 40. (2) De bello panico, L. 4, v. 223. (3) Georg. L. 1, V. 212. (4) De re raslica L. 2, e. 7 e 10. (o) De re rustica L. 11, tlt. 2. [Gì Anlich.ital.T. 1 , DIsscrI. 13, p. 103. 12 90 tratti di livelli nelle carte di Ravenna degli anni 1106 , 1123, 1174, vi era l'obbligo, oltre alcuni particolari derrate , di dare una certa quantità di lino (1). Dal che può rilevarsi , che la di lui coltivazione ha formalo in Italia tutta , un ramo più o meno esteso di commercio agrario da remoto tempo , riducendolo da salvalico e spontaneo, a domestico e coltivato. Non può Io stesso dirsi della canapa cannabis sativOf della famiglia delle orticacee , la quale è pianta ori- ginaria delle Indie orientali , e di là importata nel no- stro emisfero. Erodoto (2) ricorda questa pianta come mollo coltivata a suo tempo dagli Scili ; e se si dovesse star dietro all'opinione dell'Hiller , di ritenere cioè per canapa la stipula lini^ sotto la quale furono nascosti gli esploratori di Gerico, come si ha dalla Bibbia, e come sopra ho ricordato parlando del lino (3), si potrebbe dire che gli Egiziani già coltivassero la canapa. .Su di che per altro non possiamo troppo fondarci. Teofrasto non parla della canapa; Dioscoride ne tratta (4), e la dice utilissima a farne tenacissime funi, io che è ripe- tuto anche da Plinio (o). Galeno (6) ne racconta le virtù medicinali , ed è per questo motivo che era pianta co- nosciuta dall'antichità. A tempo dei Romani peraltro fu introdotta molto più tardi della cultura del lino in Italia, poiché Virgilio parla di questo e non di quella, ed il primo che ne tratti, ma di passaggio, è Varrone (7) e dopo lui Columelia (8), ma brevemente, e Palla - (1) Muratori, I. e. Dis9ert.24 , T. t , p. 349. (2) Histor.L.'i, p. 114 e 113. (3) Pag. 87. (4J Mat.med. , L. 3 , e. 165. (5) Hlsl. nat., L.19, e 9. (6) Sirapllc.facull., L.7, e. i03. (7) De re raslica , L.l , e. 23. (8) De re rustica, L.2, e. 10. 91 dio (1). Sicché la canapa, di cui ora ne è estesissima la coltivazione nelle pianure di Lombardia e della Roma- gna , ebbe il suo principio nei secoli remoti, senza che se ne possa stabilire con precisione l'epoca (2). Gli Arabi conobbero la canapa , ma non apparisce che ne facessero filo, servendosi soltanto delle di lei fo- glie e semi, per fumare e per comporre dei preparati da prendersi per bocca in sostituzione all'oppio, onde esi- lararsi ed esaltare fantasticamente le loro idee. Gli Egi- ziani nel XVI secolo se ne servivano a questo oggetto, come si rileva da Prospero Alpino (3), e come sappiamo essere sempre in uso tal costumanza, la quale costan- temente si è sempre mantenuta presso la maggior parte dei popoli dell'Asia e dell'Affrica, secondo le relazioni di antichi e di moderni autori (4); fra i quali più re- centi , non può tacersi l'O'Shaughnessy (5), il quale parla estesamente degli effetti narcotici della canapa , già noti nel sud dell'Affrica, nella Turchia, in Egitto, nell'Asia minore, nelle Indie orientali e nell'America meridionale, dove tutti gli oziosi l' adopraoo in fumo per ubriacarsi. L'usanza molto antica di farne colle foglie e semi suoi dei preparati inebrianti da prendersi per bocca, ha fatto credere che potesse essere il nepen- thes di Elena , di cui parla Omero (6). E qui per inci- ti) De re rustica. Februar. Ut. S. (2) Sulla coltivazione in antico della canapa, il Prof. Gio. Conti ne Ila letto una memoria all'Accademia delle scienze dell'Islituto di Bologna, V. nuov.ann. delle scienze naturali di Bologna. T.6, p.6f. Ragazzoni reperì. d'Agric.T. 13 p. 37. (3) De medie. aegyplior.L.4 , p.258. (4) Galeno de alim.ricult. L. 1, e. 34 , ci. 2, p. IS. Kaempfer. Araoen.p.64S. Chardin Voyag.T.4 , p.207. Rumphio Amboin., T.5, L.8, e. 34, p.208.Tunberg.voyag., T. 1, p.237,eT.4, p.S4.Journ. de chim.raedic. 1842 , T.8, p.S96. Erodoto nelle sue istorie, lib.4, p. 313, racconta che gli Sciti si inebriavano col fumo del semi di ca- napa , hoc odore gaudenles , scylae fremunt, (3) On the preparations of indian hemp or gujah. Calcutta 1839. (6) Odissea, L.4, v. 220, V.Pereira, Elemeots of themat.med. end ther. T.2, p. 1723. 92 (lenza giova osservare , che varj medici moderni hanno cercalo d'introdurre nella nostra terapealìca e Oìateria medica alcune preparazioni , che colie foglie di canapa se ne fanno, proclamandone a dosi moderale le virtù calmanti e narcotiche, in sostituzione all'oppio (1); per il quale scopo hanno indicalo sempre, credendola una specie difTerente, la canapa indiana (5), la quale a vero dire non dilTerisce dalla nostra , se non che per essere raccolta spontanea e salvatica alle Indie orientali, e per essere in conseguenza più piccola, e forse anche più attiva, mentre la nostra in forza dell'essere coltivata artiflciosamente è mollo più grande, raa anche meno vi- rosa. Di questa identità indubitata, ne fanno fede il Rox- bourg (3) ed il Pereira (4). Peraltro in veruno dei luo- ghi fuori d'Europa se ne fa conto per farne filo, avendo specialmente nelle Indie orientali altre piante che desti- nano a quest'uso (5). In Italia sul principio che vi fu introdotta la canapa, pare piuttosto che a farne tele, vi fosse valutata per farne funi e cordami, come si rileva da Plinio (6). Peraltro l'utilità del tiglio di questo vegeta- bile, dovè presto esser conosciuta, per estenderne l'im- piego a far tele, e quindi non è meraviglia se si propagò per tutta Italia , e nelle grasse pianure della Lombar- (1) V. il mio Cor-so di botan.e mal. raed., Firenze 1847, p.626. Secondo i varj paesi e secondo le differenti preparazioni si trovano queste indicale coi nomi di gunjacti , na;idjone , tiadshi , achach , ba- chicti , sidtiee, subjee , bang , currus ec. (2) Non bisogna confondere l'attuai canapa indiana o cannabis saliva , con altra pianta totalmente diversa, cui è stato dato lo slesso nome volgare; e che è ì' apocynum androsaemifolìum. (3) Flora Indica. T. 3 , pag. 772. (4) Elements of mal. med. and ther,ipeQt.T.2, pag, 1096. (5j Adoprano alle Indie il tiglio di varie piante , come sarebbe quello dcW'urlica nivea , deìVurlica helerophylla , de\ì' Hibiscus can- nabinus, deìVnibiscus Sabdariffa, AeW'Yuleo corchorus capsularis, della musa texlilis , di varie qualità di ananas, e di Agave ec. , colle fibre delle quali piante formano cordami, e tessuti anche molto sopraffini. (6) Hist. nat. L. 19, e. 9. 93 dia, la di lei coltivazione (1). lotoroo a che nota Pier Crescenzio (2), il modo di ottenere quella alta a dar ti- glio per funi , e quella capace di far tele da sacchi, len- zuoli e camice , come egli dice , per Io che si vede, che già era a tali usi impiegata comunemente da molto tempo indietro. Oltre il lino e la canapa merita fra le materie testili essere ricordato il cotone , voce derivata dall' araba Koton (3). 11 cotone di cui molte specie e varietà se ne conoscono , comprese dai botanici sotto il genere gossy- pium, appartiene alle malvacee, e la più ovvia è il gossypium herbaceum ; ma altre specie ve ne sono tutte originarie delle Indie orientali , abbondantemente ora coltivate in molti luoghi dell'Asia , dell'Affrica , non che dell'America, dove la dolcezza del clima lo consente; lo che dà luogo anche a questa coltivazione nelle Pro- vincie meridionali dell' Europa, non esclusa l'Italia in- feriore, cioè il regno di Napoli e la Sicilia. Lasciando a parte le specie e varietà differenti che questo genere gossypium comprende (4) , noteremo al- ti) Nella concordia fatta nel 1271 , fra il cornane di Modena con quello di Lucca per le gabelle di molle merci, vi è notalo anche de soma canepina. V.Muratori, Ani. ilal.V.2, pag. SI, disserlaz. 30. (2) Opus ruslical.coramod.L. 3, e. 6. (3) Secondo il Mongez ( Journ. des Savanl. 1823 , pag. 177 ) il nome di coione viene dall'arabo g'hoUon, derivalo forse da CoUonani (oggi Canara) , conlrada delle coste del Malabar , da dove le navi degli Arabi lo trasportavano per la via del Golfo Persico e del Mar Rosso. Il nome Sanscrilto Karpasam indica il cotone, dal che xaitpuaaos che Arriano adopra per significare la pianta colla quale alle Indie orien- tali fabbricavano le tele comuni di coione. Il carbasus di Lucrezio, era il tendale dei teatri che serviva a difendere dal sole gli spetta- tori , e che perciò da taluno fu creduto che questi tendali e le vele carftasme degli antichi fossero di tela di coione. Pare che Giacomo de Vitry (Hist. Orienl. L.l, e. 83), andato colle crociate in Palestina , e morto nel 1244, sia il primo europeo che abbia usata la voce coaoji. (4) Per le varie qualità di piante di cotone , v. Lasleyrie, Del Co- toniere , e sua coltivazione ce. , tradotto da Luigi Targioni ec. Na- poli 1809, pag. 61. Tenore", Mem. sulle diverse specie e varietà di cotone coltivale nel regno di Napoli , 1839. 94 cune generalità di questo piante , le quali forniscono quella peluria bianca , che ne involge i semi , dentro alle cassule o fruttti maturi , e che o in stato di lanu- gine , o filata e tessuta , serve a tanti svariali e comuni bisogni delle popolazioni. L'abbondanza del cotone delle Indie orientali, dette motivo, fino dalla remota antichità, ad un com- mercio delle tele con esso fatte {Hntea xylina) coli' Egitto, come lo racconta Fllostrato (1), le quali tele pagavano sotto Tolomeo Epifone una tassa o gabella d' introito , per quanto si rileva da un monumento geroglifico stato scoperto a Rosetta (2). Passatane quindi la coltivazione delle piante, da primo nell'Arabia, si estese dipoi an- che nell'Egitto, ma non nel basso Egitto, poiché nes- suno scrittore ce lo dice, ed invece tutti nominano il lino, quivi esclusivamente coltivato, che prendeva il nome dal luogo ove si raccoglieva , secondo che ce Io insegna Plinio (3). I Greci conobbero la peluria del cotone col nome di Xylon, nel modo che così sta scritto in Erodoto (4) e come lo fa osservare Plinio (5). Ed oltre a ciò, da Suida (6), da Myrepso (7), e da altri Greci, fu nomi- nata pam&aos, bambax, bambacion ec, dal che ne venne l'italiano bambagia. Si vuole che Galeno (8) abbia in- leso parlare del filo di cotone, sotto il nome di ely- chnion , della qual cosa non conviene il Mattioli (9) , (1) In vila Apollon.L. 2, e. 20. (2) Analyse de l'inscript. hyerogliph.du monam. Irouvé a Ro- sette ec. Diesde 1804, pag. 167. Berloloni, Dissert. dequibusd. nov. piantar, generib. ec. , et de bysso anliquor, pag. 9. Mongez, Sur le bysse ec. Journ. des Savants. 1835 , pag. 176. (3) Hist. nat. L. 19, e. 1. (4) Hislor.L.3, pag. 230, e L.7, pag. 540. (5) Hist. nat. L. 12, e. 10, L.19, ci. (6) V. Stapel Comment. inTheophr. pag. 426. (7) Secl. 1, de Anlidolis. pag. 425. (8j Melhod. raedendi 13, e 5. (9) Disc, in Dioscor. T. 1, p.440. 95 avvertendo di più , che tanto Galeno che Dioscoride , non hanno fatto menzione di questa pianta. E per quanto Giovanni Bauhino (1) pretenda, che Dioscoride sud- detto, parlando deW Acantion al L. 3, e. 18, abbia in- dicato il cotone , tuttavia ciò non è vero ; perchè questo scrittore dice che l'acanzio (riferibile aWOnopordon acan- thium o illiricum dei moderni botanici), ha le foglie acu- leate , e ricoperte da una lanugine simile ad una tela di ragno, colla quale filata e tessuta, se ne fanno vestes bomhycinis similes^ cioè simili alla seta. E questa ver- sione adottata dal Mattioli in italiano , e dal Laguna in spagnolo (2) , è la vera , atteso che il cotone ha la pe- luria nei frutti e non nelle foglie, le quali non sono neppure spinose. Nella Bibbia ebraica (3) trovasi la voce scese, tra- dotta nella volgala per bisso (byssum), ma nella mag- gior parte delle altre versioni in varie lingue, vi si spiega per lino fine; cosicché Olao Celso (4) sostenne, non essere il bisso altro che lino, e tale opinione fu seguita da molti. Tuttavia lo Scheuchzero (5) , il Gal- met (6), il Rosellini (7) e molti altri, sono concordi a volere lo scese o bisso, non essere altro, che il cotone. Al qual proposito gioverà riflettere, che nei Paralipomeni L. 1, e. 15, sta scritto che era David indutus stola byssi- «o.... et eliam indutus eral ephod lineo; e che Pausania (8) (1) Hisl. plani. T.t, p.343. (2) Pedac. Dioscoride Acerca, De la raat. raedicinal ec. tradagido par el Dr. Arsdres de Laguna medico de lui. Ili eie. Anvers 1SS5, pag. 273. (3J Exod. e. 23, v.S, e. 28, V. 30 e 42, ed ìd molti altri luoghi. li) Hierobolan. P. 1, pag. 507. P.2, pag. 169 e 283. (3) Physiq. Sacrée , T.2, pag- 137. (6) Diclioan. histor. criliq. Sacrae Scriplur. (7) I Motium. deU'Egillo e della Nub. Monam. civili T. 1, pag. 134. (8j Giaeciae descripl. L.5, pag.294,edit.Hanoviae leiSI.^cum Xyiandro, Est enimvero Eleorum ager el caelera ferax, ci byssum educai felicissime, Cannaben quidem , Unum, el byssum serunl. 96 dice aver visto seminare in Elide (o Morea occidentale adesso) il bisso o cotone, insieme col lino e colla cana- pa ;perlochè si concepirà facilmente, che vi era una ben distinta e conosciuta dififerenza, fra il tessuto di lino, e quello di cotone o bisso. Il Galmet (1) dice che il bisso era un lino perfettissimo , col quale i sacerdoti facevano delle vesti ; e che nella sacra Scrittura sono da distinguersi tre sorta di bisso, confuse per lino. Una era il bad in ebraico , che è propriamente il lino ; l'al- tra era lo scese, che è il cotone, la terza il buz o ve- ramente il bisso , o seta della conchiglia detta nac- chera , o pinna marina , degli zoologi. Quale ultima materia setacea comparirebbe da vari passi della Scrit- tura (2), troppo abbondante, da non poter credere che buz significasse, o almeno sempre, questa seta di nac- chera , la quale non è in tanta quantità da poterla sprecare , ancorché in oggetti di lusso , come parrebbe che fosse stato fatto ai tempi biblici. E qui accenneremo anche l'opinione dello Sprengel (3), il quale ci dice che il cotone nella Bibbia vi è indicato coi doppi nomi di bad e di buz. Il Rosellini poi riferisce il piscia ed il bad del testo ebraico della sacra Scrittura al lino, e lo scese ed il buz al bisso o cotone , voci tutte ricordate in più e più luoghi della stessa Scrittura (4) ; dal che si con- cepirà la molta confusione che sempre rimane in que- sta questione. Polluce nel Lib. 7 dice essere il bisso appresso gli Indiani una specie di lino , che Pausania (i) Dlclion. hisCoricum critic. ec.lacrae script. L.l. (2) Paralipora. L.5, e. 2. Novil operavi in auro argento.., hya- cimo l'I 6j/sso; ivl.L.2, e. 3, fuil quoque velutn ex hyacinlho, purpura, croco et bysso; ivi.L.2, e. 8. Levilae... vestili erant byssinis. Ester ci, el pendebant ex omni parte tenloria. . . sustenlata funbius byssinis. Ezechlel 27, 16, el byssum et sericum , dal che si vede che erano dae cose diverse il bisso e la seta. (3) Hisl. rei herb. T. 1. p. 18. ii) V. Rosellini Monum. civili dell'Egitto ec.T. 1, pag.344. 97 e Filostrato avvertono ottenersi da un albero (1). Di- fatti tali erano gli alberi eriofori di Teofrasto (2), e gli alberi lanigeri di Erodoto (3) e di Plinio (4) e quelli degli Etiopi molli canenlia lana nominati da Virgilio (5), vale a dire quella specie di cotone fruticoso o quasi arboreo , che oggi i botanici distinguono col nome di Gossijpium arboreum , senza per questo negare che an- che altre specie, come sarebbero il vilifolium , il reli- giosum il suffrulicosum ed alcuni altri , essi pure fru- tescenti e del pari tutti nativi delle Indie orientali , po- tessero essere stati adoprati , e molto facilmente con- fusi insieme dagli antichi. Vuoisi che queste specie fruticose o di apparenza arborea, o almeno alcune di esse, fossero coltivate a preferenza nell'Arabia e nell'Egitto, trasferitevi dalle Indie, e che quella detta Gossypium herbaceum, si col- tivasse non tanto nell'Egitto, come anche quasi unica- mente in Siria ed in Greta, per essere più facile a sopportare un clima meno caldo. E qui in proposito degli alberi lanigeri degli antichi , è bene riflettere col- l'appoggio delle salde ragioni addotte dal chiarissimo prof. cav. Bertoloni (6) , che non può sussistere l'opi- nione di taluni , i quali pretenderebbero che il bisso e la lana prodotta dagli alberi, non fosse il cotone, ma la peluria di uno dei tre principali bombax , indigeni egualmente delle Indie orientali , i quali crescono a grandissime altezze (7). Ma la lanugine dei frutti, seb- (1) V. Stapel , comment. in Theophr. pag. 426. (2) Hisl.plant.L.4, c.9. (3) Historiar.L. 3, e. 106, pag. 230. (4) HisI.natur. L.12, e. 10, e L. 13, e. 14. (5) Georg. L. 2, v.120. (6) Disserlat.dequibusd.plaalar. gener.et de bysso anliquor. ec. pag. 13. (7) Questi sono: 1.° il Bombax penlandrum L. , o Eriodendron anfracluosum D.C. 2.° Bombax Malabaricum D. C. , o Bombax hepla- 13 bene finissima e lucida, è troppo corta, per potersi filare, ed in troppo piccola quantità da supplire ai bi- sogni , per i quali poteva essere destinato il cotone nei remoti secoli , e del quale abbondantissimo fin d'allora ne era il consumo. Ai tempi degli antichi Romani non era certamente coltivato il cotone in Italia, per quanto il Belonio (1) alTermi il contrario, ma gratuitamente, giacché Pli- nio (2) è il solo che parli del cotone, gossypium e ocylon da lui detto, come merce esotica, e conosciuta dai Latini, ma non come prodotto dall'agricoltura italiana di quei tempi ; né veruno dei geoponici antichi fra le altre piante che formavano soggetto di coltura in quei secoli , lo rammenta. Perciò si può supporre che in Italia fosse portato dall' Egitto come merce , alfin di supplire al poco consumo che se ne faceva. Parimente Pier Crescenzio nulla ne dice , e ne tacciono pur an- che il Tanara ed il Soderini , che vissero in tempi a noi più prossimi. Contuttociò nel Liber de simplicibus di Benedetto Rinio Mss. del 1415, vi è benissimo effi- giato il grossìjpium fierbaceum, da far conoscere essere copiato dal vero. Il luogo che in Europa ebbe per il primo con molta probabilità questa coltivazione, si fu la Spagna; dove ve lo poterono introdurre i Saracini nella loro invasione. Tale opinione potrebbe avere un appoggio , nel sapersi che Eben-EI-Awam di Siviglia, nel XII se- colo , scrisse un trattato di agricoltura (3), nel quale phyllum Cavati. 3.° Bombax gossypium L. o cochlospermum gossypium Kunt.V.Decandolle. Prodr Syst.nat.T. 1, pag.479 e 527. (1) Singulariles , pag. 13. (2j Hist. nalur. L.iy, ci. (3) Questo Irallalo d'agricollura di Abn-Zaccaria-Saliaia-Aben- Motiarael-Ben-Aluncl-Ebn-El-Awam , di Siviglia, che laie era il lungo norae di questo autore, fu tradoUo dall'Arabo In Spagnolo nel 1802 da Gius. Bangueri , e stampato con grandissimo lusso. 99 parlò a lungo della coltivazione del cotone in Spagna, raccogliendone le notizie ed i precelti da scrittori Arabi , Egiziani e Persiani (1). Per la qual cosa è da credersi che tal coltivazione dalla Spagna fosse estesa in altre provincie dell'Europa mediterranea (2); ma contutlociò si vuole che in Sicilia vi fosse già colti- vato il cotone in grande, fino dall'XI secolo (3). In Puglia al tempo del Porla (4), che cessò dì vivere nel 1515, era copiosamente coltivala questa pianta; e pa- re che fino ai giorni nostri se ne sia mantenuta più o meno questa pratica in Calabria , intorno a Napoli, a Castellammare ed altrove, la quale in tempi del blocco continentale sotto l' Impero di Napoleone , produceva molto profitto (5), In Francia vi fu trasferito il cotone erbaceo dal- l'Italia , secondo che lo assicura il Ruellio (6) , e ciò verso il principiare del secolo XVI , per quanto si può congetturare. In Inghilterra, a testimonianza dello Sweet (8), il cotone erbaceo fu fatto conoscere nel 1594, l'arboreo nel 1694, il religiosum nel 1777. In Toscana era noto al tempo di Cosimo III , perchè come pianta di curiosità era coltivata al Giardino botanico dell'Uni- versità di Pisa; nel catalogo del qual giardino, pubbli- cato da! Tilli, nel 1723, si trova notato, sotto il nome (1) V. Lasleyrie, Del cotoniere ec. L. e. (2) Lasleyrie L. e. pag. 19.Brawn , De veslilu Sacerd.haebreor. L. 1, pag. 124. Berloloni, Dissert. de quibusd. planlar. et de bysso antìq. L.c. (3) Lasleyrie, Del cotoniere ec. L.c. Il PegoioUi nella sua Pra- tica della mercat. che scrisse nel XIV secolo, parla del coione fre- quenlemenle come un articolo di mercanzia portalo In Europa dalle Indie e dal Levante. V.Pagnini della Decima , T.3. (4) Villae ec. L.12, pag. 900, ediz.Francof.lS92. (5) Tenore Mem. sulle diverse specie e varietà di cotone coltiv. nel Regno di Napoli ec. (6) De natura slirpium L. 2, e. 130. (7) Horl.britann. edit. 3, pag. 78. 160 di Xylon, tanto il cotone erbaceo che 1' arboreo. Non abbiamo per altro memoria che il cotone fosse mai seminato in una certa estensione in Toscana nei tempi addietro, sebbene vi fosse conosciuto come mercanzia, poiché nel transitare dallo stalo di Lucca in quello di Modena fu convenuta nel 1281 fra i comuni delle due dette città , la gabella per ogni soma bombacis cuius- cumque conditìonis (1) , e soltanto abbiamo per certo che la di lui cultura fu reiteratamente sperimentata a Radicondoli nei senese, dal cav. Eduardo Berlinghieri, il quale scrisse nel 1790 le regole da seguirsi per questo scopo , e le inviò all'Accademia dei Georgofili , negli Atti della quale furono stampate (2). Quindi nel 1808 fu incoraggiata dal governo Napoleonico la sementa del cotone ; per lo che l'Accademia dei Georgofili pub- blicò in allora un' istruzione relativa a questo sogget- to (3). I tentativi bensì che furono fatti da alcuni pos- sidenti , essendo riesciti poco favorevoli , a motivo dell' incostanza delle stagioni nel nostro clima all'epoca della maturità dei frutti , fecero abbandonare questa industria , la quale ora non potrebbe più sopportare la concorrenza commerciale dell'Egitto, delle Indie e del- l'America , da dove ci viene importato in tanta abbon- danza , e a si basso prezzo; e già anche nel regno di Napoli per questa stessa ragione , se ne è notevolmente ristretta la coltivazione. Come corredo in certo modo delle piante filamen- tose ora ricordate , possiamo riguardare le piante tinto- li) Muratori, Anlicliilà Italiane T. 2, pag- SO.Dissert. 30. V. an- clie il Pegololti, Pral. della mercat. dove è spesso nominato il cotona mappulo, cioè il cotone non filato, e la bambagia o il filato, fra le tante sorta di naerci che si trasportavano dal Levante in Europa ; nell'opera del Pagnini; , intit. Delia decima, tom. 3. (2) T. 3. pag.l. (3) Istruzione dell'Accademia dei Georgofili sulla maniera di coltivare il cotone in Toscana, firmata dottor Ottaviano Targioni-Toz- zetti, cav.Giov.de Bailloa, e dottor Sarchiane 101 rie , perchè esse servono appunto a tingere i fili e le tele : e di queste ben anche in Toscana molle furono le coltivazioni che se ne fecero nei passati tempi, perchè la ristrettezza del commercio per la difficoltà delle co- municazioni , ci privava di molli prodotti esteri , o ce li faceva esser troppo rari e costosi. L'arte della lana, tanto copiosamente esercitata in Firenze ed in Siena, nei tempi di Repubbliche , richiedeva anche la tintura dei panni , ed anzi gran quantità di questi veniva dal- l' estero appunto per tingersi, essendo accreditatissima nelle molte fabbriche, la tintura in turchino, in rosso, in nero ec. Per il colore turchino e per tutte le sue scale , non essendo in allora troppo in uso l'indaco, che ora ci viene principalmente dall'America , o almeno era raro e co- stoso quello che veniva dalle Indie orientali (1), si adoprava il guado ( Isatis tinctoria) , pianta della fami- glia delle crucifere , ed originaria dell'Italia , e di quasi tutte le altre Provincie dell'Europa, non che dell'Asia Occidentale (2). Questa sua qualità tingente dovuta all'in- daco che contiene, era nota fino dai più remoli secoli, poiché i Britanni o antichi Inglesi , in allora barbari , si tingevano di turchino tutto il corpo col sugo del guado, come narra Giulio Cesare (3) , qual pianta na- sceva spontanea anche fra loro , e ciò forse facevano (1) Si osservi di fallo che il PegoioUi nella sua Pratica della mercatura , scritta verso la metà del secolo XIV , fra le droghe delle quali era gran conamercio coli' oriente , nomina l'indaco di differenti qualità e provenienze, e tulio delle Indie orientali, e nomina pure il guado , sicché fin d'allora erano conosciute ben dislinlamenle que- ste due droghe tintorie. (2) V. Bertoloni, Fior. Ilal.T.6, pag.613. Decandolle, Syst.ve- getab,T,2, pag.S69. Linneo in Analecla transalpina , T.l, pag. 159. (3) Comment. in bello Gallico L. 3, e. 14. Si è preteso anzi che dalla voce celtica briih, che vuol dire guado , per l'uso che ne face- vano quei barbari , fossero poi detti Britanni. 102 per incutere terrore nei combattimenti. Quest' uso di tingersi in tal modo nella persona, è confermato da Pomponio Mela (1) e da Plinio (2), il quale racconta che in tal modo si tingevano i Daci ed i Sarmati , e le donne britanne parimente , per trasferirsi nude a certi sacrifizi. L'uso poi che se ne faceva del guado in antico per tingere in turchino le lane , è certificato da Dioscoride (3) da Vitruvio (4) , da Plinio (5) e da Ga- leno (6) come cosa comune e ben nota in quei secoli Questa pianta era chiamata dai Greci isatis, dagli anti- chi Belgi glass o glast, e dai Germani Weid , o Waid donde sembrano derivali i nomi glastum presso dei Latini, guede o gueste presso dei Francesi, guado presso degli Italiani, e guato ancora, come dicevasi al Borgo S. Sepolcro (7). Taluno ha creduto che questi nomi venissero dal Celtico glastum o guastum (8) , voci che lo Sprengel (9) fa derivare piuttosto dal latino, nella quale lingua era ben anche detto vitrum (10). Oltre il conoscer bene la pianta , gli antichi la distinguevano in salvatica o spontanea, ed in domestica o coltivata (11), (1) Geograph. de silu orbis L.3, e. 6. (2) Hist,nat.L.22, ci. (3) Mal.mod. L.22, e. 5, e L.S, et 07. (4) De Archilect. L.7, e 14. (5) Hisl. nat.L.20, e. 3, e L.3S, e. 6. (6) Simpl. medie, facult. L. 6, p.48. (7) Giovanni Targioni-Tozzelti , Viaggi per la Toscana, T. 4. pag.29o. (8) Ved.Lasieyrie , Du pastel , de l' indigo ec. pag. 1. (9) Commenl. in Dioscoride, T. 2, pag. 489. (10) Nocca illuslr., piantar, in Julii Caesaris commenlar. ; nel Brugnatelli giom.dl fis.cliira.slor. nat.ec, Selt. e Ollob.l8l2. Sai- mas, exercil. Plinianae , T.2, pag. 936. (11) Marcello Virgilio ( Inlerpret. in Dioscorid. ) dice che l'ar- llcolo dell' isalide silveslre allribuilo a Dioscoride è apocrifo, e ciò lo confernaa lo Sprenge! , come anche in Plinio sono (roppo diverse le definizioni dell' isalide silveslre e doraeslica , da dover ritenere queste due piante per semplici varietà. Il Cesalpino crede che il guado 103 poiché in molli luoghi , benché vi nascesse da sé, tut- tavia per supplire ai bisogni della tintorìa , se ne fa- cevano estese coltivazioni. In Spagna per esempio anche prima del secolo XII vi era coltivalo il guado, attesoché Eben-el-Awam , altra volta citato per il coione , nella sua opera d'agricoltura parla di questo vegetabile , del modo di seminarlo, di raccoglierlo, e di prepararlo per l'uso delle tintorìe. In Italia pure si coltivava in molti luoghi, ed il Mattioli (1) ci ha lasciato il ricordo del mol- to prodotto che se ne aveva al suo tempo nella Marca appresso a Nocera , in una terra più parlicolarmente che nelle altre , chiamata Gualdo , nome veramente datoli dal molto guado che vi si semina e vi si raccoglie. In Toscana nei floridi tempi dell' arte della lana , se ne seminava moltissimo in varj luoghi , ma piìi che altro, e da epoca assai remota, nella campagna di Montepulciano e del Borgo S. Sepolcro. Resulta infatti essere stato molto esleso a Montepulciano questo traffico anche coll'estero, da un contratto del 1347, stipulato fra una società di Fioren- tini e Montepulcianesi , col quale vendevano a certi mercanti di Valenza per il prezzo di 800 fiorini d'oro, libbre 45,000 di guado. Di più certificano la mercatura di questa derrata nello stesso paese, due sentenze del 1305 e 1309, relative a differenze insorte fra alcuni mercanti di guado, documenti tutti allegati dal Repetti (2). Anche a San Sepolcro estesa ne era la coltiva- zione, e con molta cura protetta, poiché negli statuti di quella città al libro V, rubrica 25, vi sono stabilite salvalico sia la plumbago europaea, ed il Lobel che sia la saponaria vaccaria. Ved. OllavionoTargioni-Tozzelli , Lezioni d'Agricoli. T. 2, pag.136. (1) Discors. in Dioscor. T. 1, pag. 670. (2) Sull'abbandono della colliv. dello zafiferano ec. Alli dell'Ac- cad. dei Georgofili , T. 19, pag. 37. 104 le regole ed ordioi da seguirsi con molto rigore, nella raccolta, maoipolazione , e quanto altro concerne la riduzione delle foglie in pani , per l'uso delle tintorìe. Pier Vettorio Sederini (1) , parla del modo di coltivarlo e lavorararlo , aggiungendo , che fassene grande impre- sa per i tintori , e che è di gran guadagno, e da non trascurarsene la sementa. Questa coltivazione per altro dacché fu importato dall'America l'indaco, andò sem- pre diminuendo, e poco ora se ne coltiva per fare il piede come dicono i tintori ai loro vagelli , o tini in turchino. In Roma contuttociò per incoraggiare la se- menta e raccolta del guado, nel 1652 fu preso il poco proficuo espediente di proibire l' introduzione per gli stati pontificj dell'indaco d'America (2). Nel tempo del blocco continentale sotto il dominio Napoleonico , fu dal governo incoraggiata questa coltivazione in tutta la Francia ed Italia , colla veduta di ricavarne dalle foglie la parte colorante, ossia l'indaco, per supplire al bisogno delle tintorie. Al quale oggetto ne furono in Toscana fondate due fabbriche nel 1808, delle quali una in Firenze , l'altra al Borgo San Sepolcro (3) ; ma presto restarono interrotte nella loro coltivazione, e così cessò anche la sementa del guado (4). (1) CuHora degli orli e giardini ec, pag 136. (2) Lasleyrie , Du pastel, de l' indigo ec. pag. 73. (3J La fabbrica stabilita in Firenze nel soppresso monastero di San Domenico nel Maglio, era dirella dal professor Paolo Masca- gni, dal professor Giuseppe Gazzeri, e da noe, essendosi allri due esentali per causa di salute f v. Conlin, degli Atli dei GeorgoOli T. 7, pag. 19 ). L' altra fabbrica al Borgo San Sepolcro , era dirella dal dot- tor Gaetano Cloni. (4) Il guado , olire le qualità linlorie eie virtù medicinali sup- posteli dagli antichi, è sialo indicalo per pastura delle bestie , ed i primi a farne uso in Francia sono stali il Bohadsch ed il Dauben- ton {V. Lasleyrie , Du paslel ec. pag. I9j. Ma già in Inghilterra era stalo usalo mollo prima come foraggio, da quanto rilevasi da Tom- maso Hdle nel suo Compiei, body of Husbandry, London 1738, T.3, 105 Per avere il colore rosso, evvi un pianta spontanea € molto abbondante nell'Ilalia , e specialmente nei luo- ghi boschivi ed incolti della Toscana , quale si è la robbia , che appartiene alla famiglia delle rubiacee cui dà il nome , e della quale si prescelgono le radici per tingere, e ciò da antichissimo tempo (1). Due sono le specie di robbia ben distinte (2) , delle quali una è la rubia tinclorum o robbia cosi detta domestica , con le foglie caduche; l'altra la rubia peregrina colle foglie persistenti, detta salvatica , più abbondante e più co- mune da per tutto, ma di radice più sottile e meno colorata. Secondo alcuni, oltre l'essere state raccolte per gli usi della tintorìa queste radici indistintamente dalle salvatiche e spontanee , fin da remoto tempo , ne furono anche fatte estese coltivazioni. Presso Ippocrate (3) è no- tata la robbia come medicinale, e Teofrasto (4), la «ita per la sua radice rossa , sotto il nome di erythro- danon. Dioscoride (S) , descrive la robbia come atta a tingere in rosso colla sua radice, la quale egli dice trovarsi salvatica e coltivata, ed essere chiamata dai greci erythrodanon ed ereulhodanon. Virgilio (6) , la (1) L'arte di tingere in rosso la lana colla robbia, era eserci- tata per eccellenza nel 1300 in Firenze da una famiglia, che per que- sta ragione prese nome della Robbia, cui appartenne il celebre scul- ture Luca della Robbia nato nel 1388, da Simone di Marco che era lanajolo. (2) V. Bertoloni, Fior. Ital.T.2, pag.145 e 146. (3) De ralione vici. In morb. aculis T. 1, pag. 407, edil. cum Foesìo. (4) Hisl. plani. L. 7. e. 9. Altrove L.9, e. 14 , nomina una robbia colle foglie di ellera , la quale è una pianta differente, cioè la rubia ■lucida, o Vasperula odorala a parere dello Sprengel {Comm. in Dio- scorid. T. 2, pag. 363 ), o piuttosto come lo sospetta lo Slapel [Comm. in Theophrasl. pag. 1114) è uno sbaglio del copista che scrisse un antico codice , il quale è servito di lesto. (5) Mat.ined.L.3, e 160. (6) Bucol.Egl. 4. v.4,D. 14 106 chiama Scandyx, che Plinio (1) confonde con un colore composto di biacca bruciata e terra rossa ; ma che al- trove (2) ricorda chiaramente e senza equivoco, per una pianta necessaria a tingere le lane e le pelli colla sua radice, lodandone assai quella d'Italia e della campagna di Roma; dicendo di più che in altri luoghi ancora si trovava spontanea , ed eziandio seminata ad arte. E già Dioscoride di sopra nominato , ricordò questo vege- tabile come coltivato a suo tempo in Italia a Ravenna, ed anche nella Galazia (3) in Caria , ora Djebail nella Turchia asiatica , come molto ricercata e di gran pro- fitto per i coltivatori. Di modo che da quanto ne dicono Dioscoride e Plinio, si rileva, che la robbia era col- tivata in Italia fin da quei tempi, abbenchè vi nascesse anche spontaneamente da per sé. Questa pratica si è mantenuta eziandio per molti secoli dopo, atteso che Pier Crescenzio (4) si estende a parlare del modo di cultura della robbia, come parimente il Soderini (5); e nell'agro cortonese ci dice il Mariti (6) che ne era comune la sementa fin dal XIV secolo, seguitata senza interruzione per qualche secolo dopo, rilevandosi ciò da molti contratti, statuti e leggi di verso quel tempo, lutti relativi alla coltivazione della robbia , riferiti (1) Hisl.nat.L.SS, e. 6. (2) Hisl. nal. L. 19, e. 3. (3) L'edizione In f." del Dioscoride greco-latino per cura del Sa- raceno del 1598 , dice 0a6avn tìs TaXiXaiai Thebana di Galilea , e que- sta è la lezione che segue il Mariti (Della rabbia pag. 179). Lo Spren- gel , nella sua edizione e versione dello slesso Dioscoride ( Lipsia , 1829. T.l, pag. 489) dice Tapiivavn tìs TaXaria? Tebiana di Galazia. Il Mallioli dice Tebana di Francia , e cosi pure il Laguna nella sua traduzione del dello Dioscoride in Spagnolo; ed egualnoenle si legge Galliac nelle altre edizioni del Ruellio, del Ryff ec. La lezione per allro dellt» Sprengel è preferibile. (4) Opus ruslical. connnaodor. L.6, e. 101. (5) Culi, degli orli e glard., pag. 233. (6; Della robbia ec. , pag. 9 e seg. 107 dallo slesso Mariti. Matteo Silvatico (I) che scrisse nei 1336, parla della robbia coltivata in Toscana; e negli Statuti di Gampiglia del 1537 , vi sono ordini per le tutele della coltivazione della robbia dai bestia- mi (2). Il padre Magazzini, nella sua opera postuma (3), discorre del modo di seminarla , e di quanto altro oc- corre per questa cultura , sempre io vigore ai suoi tempi fra noi. Nel 1783 il prof. Biagio Barlalini (4) provò a coltivare questa pianta nell' agro senese , dove non trovò memoria che ciò fosse praticalo per uso dei tintori al tempo di Repubblica, sebbene l'arte della lana vi fosse molto esercitata, da non poter credere che quella solamente salvalica, secondo che usavano rac- coglierla i campagnoli come dice il Mattioli (5), potesse servire al bisogno. Anche il canonico Andrea Zucchini nel 1778, ne ritentò la coltivazione nell'agro corte- nese , dove già era praticata estesamente in antico, come abbiamo detto; ed a tale scopo, dopo gli esperi- menti fattine per eccitare i suoi concittadini a riassu- mere questa industria anche in altri luoghi , pubblicò nel 1782 una sua Memoria per sercire alla collivazione della robbia in Toscana ec. Trovandosi bensì dai tintori più comodo il servirsi delia robbia, che sotto il nome di Alizzari ci prove- niva , e sempre ci viene a basso prezzo dal Levante (6), (1) Pandecl. raedicin. e. 243. (2) V. Rapporto geoer. della pubbl. espos, dei prododi nalur. e induslr. delia Toscana del 1850, pag. 130. (3) Della collivazione pag. 11. (4) Memor. sulla robbia ec. negli Atli dell'Accad. dei Fisiocrilici di Siena, T. 1 , pag. 266. (5) Disc in Dieso. T. 1 , pag. 971. (6) Gli alizzari o radici di robbia di Cipro, erano apprezzati tra noi sino dal secolo XIV. V. Pagnini, Della Decinna, T.3, pag. 298. Il nome di Usuri ridotto in lizzavi ed alizzari , secondo il Mondaini verrebbe dal greco moderno Xc^ccpi, nome corrotto dall'antico pi^a ri- Zii radice. V. Mariti, Della robbia , pag. 61. Oltre questo nome la 108 questa coltivazione fu per vari anni abbandonata; ma nel 1834 il marchese Cosimo Ridolfi la riattivò a Me- lelo, e questa robbia serve ora eccellenlemente a tin- gere il cotone in rosso detto d'Adriaoopoli (1). Final- mente fu pure coltivala nella provincia Grossetana dal 1839 al 1846, occupandovi uno spazio di terreno di circa 50 saccate , compreso nei possessi di varj pro- prietarj , ma ne fu sospesa tal coltivazione, non sem- brando che vi fosse tornaconto. Anche nella campagna Livornese nella tenuta di Limone e di Suese, una società vi coltivò questa pianta dall'ottobre 1843 al marzo 1847, in uno spazio qui pure di 50 saccate , restando poi sospesa per dissesti economici di cattiva amministra- zione. La coltivazione di un'altra pianta, inserviente coi suoi fiorellini o flosculi alla tintura in rosso per la seta specialmente, è il cartamo o zafTrone (2), carthamus tinclorius , il quale non è originario dell'Italia, ma delle Indie orientali, e nasce pur anche nell'Egitto, in Oriente, a Madera, forse secondo l'opinione di ta- luni per esservi stato coltivato in origine (3). Teofra- sto (4) , del pari che Dioscoride (5) , lo chiama cnecon o cnicon, coi quali nomi parimente lo conobbero Ari- stotile, Esichio, Egineta, Aezio , Galeno ed altri (6), robbia ne ha differenti altri in Italia ed in altri paesi , come può ve- dersi in Arduino. Mera. ed osserv.suiia cultura ec. di varie piante per servire alla tintura ec. T. 1 , pag. 41 ; e Mariti ^ Delia robbia pag. 192. (1) V. Rapporto gener. dell'esposiz. del prodotti nat. ed indu- striali della Toscana ec. 18S0 , pag. 1 SO. (2) Detto ancora grogo e gruogo saracinesco , zafferano saraci- nesco, bastardo, o matto. V. 01 tav. Targioni-Tozzetti, Dizion. botani- co, T.2, pag. 46. (3) V. Decandolle, Prod.Syst.nat. vegelab. T.6, pag. 612. (4) Hist.plant L.6, c.3 e 4. (8) Mal.med. L.4, e. 190. (6J V. Slapel Coramenl. in Theophr. pag 613. 109 ma era in allora adoprato solamente come medica- raenlo , essendo i semi purgativi; né intorno agli usi dei suoi fiori , altro sappiamo dal solo Dloscoride , che impiegavansi nei cibi. Plinio (1), quasi copiando, ma non bene Teofrasto , disse che gli Egiziani avevano lo cnico (zaCTrone) ignoto all'Italia, dal seme del quale ne levavano olio, nel che sbagliò col ricino, secondo che lo avverte lo Stapel ; e sebbene si conosca adesso che anche i semi dello zaffrone possono dare olio (2), gli Egiziani antichi tuttavia non lo sapevano, ed invece molto olio ricavavano dal ricino. Laonde dal modo di esprimersi del suddetto Plinio ne conseguirebbe, che il cartamo non fosse stato conosciuto , e per conseguenza nemmeno coltivato dai Romani. In quale epoca perciò fosse introdotto in Italia, o quando se ne cominciasse a fare uso per la tinta rossa, non ho potuto trovarlo, ma non deve essere di una data remotissima. Vero è che il Pegololti (3) , il quale scrisse circa il 1340 , più volte cita fra le mercanzie allora conosciute fra noi ed impor- tateci per varj usi, anche lo zaffrone ad uso dei tintori. Il Mattioli non dice altro che seminasi negli orli e nei campi; ma mentre parla delle di lui qualità medicinali, nulla ne dice degli usi tintorj , avvertendo soltanto, come lo aveva detto Dioscoride, che alcuni ne mettono i fiori nelle pietanze , in luogo dello zafferano. Dal che parrebbe che si ponesse a partito la sua tinta gialla, ma brutta, che i fiori danno all'acqua pura (4), ma che CI) Hist.nal. L.21 , e. 13. (2) V. Oltav.Targioni-Tozzelli , lezioni d'agricoli. T. 2. pag. 96. (3) Pratica della mercatura ec.nel T 3 del Pagnini , Della Decima ec. (4) Si avverta che dai fiori dello zaffrone se ne leva coll'acqua sola, una (inla gialla non bella né apprezzala , giacché in essi esiste un'altra parie colorante rossa, la quale si eslrae col mezzo della potassa e si ravviva poi coll'agro del limone; e questa è la bella tinta della rosso di cartamo , o cai lamina dai chimici , la sola ricercata nelle tintorie, per farne tulle le tinte dal color rosa pallido, fino al rosso ciliegia. no ora non si apprezza più. Forse è da credersi che i no- slri antichi mercanti fiorentini imparassero ad estrarne il di lui bel colore rosso dai Ghinesi e Giapponesi, le donne dei quali ultimi al dire del Tunberg (1), avevano il costume ab antiquo di tingersi in rosso o violetto le labbra per bellezza, e che per ciò essi mercanti ne por- tassero i flosculi come merce tintoria per un gran tempo, senza curarsi di coltivarlo , e che dopo se ne introdu- cesse questa industria agraria anche fra noi. In qua- lunque ipotesi peraltro è certo , che incominciatosi a usarlo per tingere col di lui bel rosso la seta , si co- minciò anche a coltivarlo in Italia , e particolarmente nella Romagna , dove formava un ramo di commercio piuttosto lucroso , e qualche poco vi si coltiva ancora. Ma quello delle Indie, che viene in piccole panelle, e quello di Spagna, che viene sciolto, danno più co- lore. Quello di Persia , di Levante e di Egitto, sono dai tintori riguardati inferiori ; ma preferiti al nostrale. Il prof. Biagio Barlalini nel 1786 ne esperimentò in Siena la coltivazione, pubblicandone poi i risultamene ottenuti, per incoraggiare altri ad imitarlo più in grande (2). Verso quell'epoca all' incirca , il canonico Zucchini ne fece per vari anni la sementa nel giardino dei Semplici a Firenze, la quale riducevasi ad un esperimento , collo stesso scopo di quello avuto dal precitato Bartalini. Diversa è la storia dello zafferano {crocus salivus) della famiglia delle iridee, stato chiamato ancora giallone, grogo, gruogo, grolago, zafferano domestico ed ambro- sino ec, perchè questa è una pianta spontanea del- l'Oriente, di quasi tutta l'Europa e dell'Italia, dove si trova nel regno di Napoli, in Ascoli , nelle Marche, in Piemonte ed in Toscana , particolarmente nella (1) Vdyitg. Iraduz. compenti. , pag. 3l7. (2) V.AllI dell'Accad. dei Fisiocrilici di Siena, T. 7, pag. 28.3. Ili selva Pisana , e nelle campagne di Montepulciano e di Pienza , ove nei tempi passati era molto coltivato per le tintorìe. Si è sempre fatto uso dei soli pistilli, estratti dal fiore, che si rigetta come inutile. Questi pistilli fila- mentosi e crocei di colore , e di odore acuto, sono stati ricercati nei secoli più remoti per questo loro odore me- desimo, sebbene grave; e più tardi per il color giallo vivo che somministrano. Come odorifero il croco, o zafferano, è ricordato nella Bibbia (1) sotto il nome ebraico Carcon ; da Omero (2), da Plutarco (3), da Teofrasto, (4) da Dio- scoride (5) e fra i Latini in più luoghi da Lucrezio, da Virgilio, da Properzio, da Orazio, da Ovidio, da Marziale sotto il nome di crocus e di spica cilissa. Plinio parimente ne tratta in più luoghi (6) , e Pier Crescenzio sotto il nome crocus, nelle antiche versioni italiane detto gruogho (7) , ne insegna il modo di piantare i bulbi e raccoglierne il prodotto. Oltre l'essere stato un tempo addietro coltivato abbondantemente nel regno di Na- poli, e specialmente in Aquila, da dove viene sempre il più stimato, ed in Sicilia dove molto ne vidde il Sesti- ni (8), e dove si coltivava fin dai tempi di Plinio (9) , che molto lo loda per la bontà, egli è certo che in To- (1) Canlica.C.4 , v. 14. Per quanto nella Volgala sia ritenuto esser queslo lo zafferano, lullavla lo Scheuchzero ( Phys.sacr.T.7 , pag.204), crede piulloslo che si abbia a ritenere per lo zafferano delle Indie o curcuma , curcumu longa , e non per il crocus. (2) lliad.L.4, v.384. Hyran. in Pania vers.2S. (3) Sympos. quaesl.31. (4) Hisl.plant.L.6, e. 6. (5) Mat.med.L.1 , e. 25. (6) Hist.nat.L.21 , c.G e 7. (7) Opus rusi.coraraodor. L. 6, e. 23. Si avverta di non equivo- care col grogo o Ziìffrone per la somiglianza dei nomi , essendo vera; mente croco il nome dello zafferano, che nelle versioni del Crescen- zio è detto gruogho. (8) Lettere sulla Sicilia, T.2 , leti. 7. (9} Hist.nat.L.31 , c.4. 112 scana fu un profittevole ramo d'industria fin dal seco- lo Xni , per lo meno, nei territori di Val d'Elsa e dì MoQlepuiciaoo. La qual cosa viene dimostrata dal Re- pelti (1) , il quale cita vari documenti degli anni 1309, 1347 , 1387 , oltre ai quali merita che sia notato quel- lo del 1379 relativo all'appalto dato per il prezzo di 68 fiorini d'oro dal Comune di Montepulciano, per il provento del 1380 sul dazio dello zafferano. Nel terri- torio volterrano parimente fu molto coltivato in quella medesima epoca, come si rileva dagli Statuti di quel comune, di verso il principio del XIII secolo, nei quali è proibito di mandarne al di fuori i bulbi e di falsifi- carlo , sotto pene pecuniarie , accresciute in seguilo fino alla confisca dei beni (2). Questa industria agra- ria era anche in attività nel senese nel 1401 , e con- tinovò assai dopo, come si rileva dal Mattioli (3), non meno che dal Soderini (4). Oggidì questa coltivazione è quasi finita fra noi , per quanto il raccolto per il suo caro prezzo, potrebbe sostenere la concorrenza degli zaf- ferani che vengono dall'Aquila , come ho detto , e che essendo di prima qualità si chiamano zafferani di giar- dino , dalla Spagna, dalla Barberia , dalla Morea e da Grange in Francia , ed anche talvolta dalle Indie. Pre- scindendo dalle sue qualità tintorie , dirò per incidenza che molto se ne consuma per dare il giallo a certi formaggi, come per esempio a quello detto Parmigiano, a certe paste da minestra, ed a certe pietanze, e questo uso ognora in vigore in molti luoghi ai tempi presenti , rimonta ad epoche lontane , poiché Dioscoride dice che (1) Sull'abbandonata colllv dello zaffer. in Toscana. Adi dei Geor- goHIi , T. 19, pag. 21. V. anche Pagnini , Della Decima, T. 1, pag. 43. (2) Giachi , Saggi di ricerche sullo sialo antico e ntioderno di Volterra. Fir. 1786 , pag.60. (3) Discors. in Dioscor.T. 1 , pag.77. {i) CoIUv. degli orli e giar(1.pag.522. 113 a SDO tempo gli ItaiiaDÌ se ne servivano per colorire i cibi. Per la tinta gialla, è di uso comune presso i tin- tori, di lana e di seta, perchè dà un bel colore, un'altra pianta spontanea in molli luoghi della Toscana non solamenle , ma del resto dell'llaiia e di tutta quasi l'Europa, che i botanici distinguono col nome di Reseda luteola , della famiglia delle Resediacee. Conoscesi fra noi col nome di luteola e di erba guada, o gualda, da non confondersi bensì col guado , di cui superiormente ho fatto parola (1), come fece Marcello Virgilio nei suoi commentari a Dioscoride (2). Di questa luteola non ne è fatta menzione appresso gli antichi Greci, ma gli scrittori latini che la conob- bero per il suo giallo colore, la indicarono col nome di lutea, luteum, ed herba lutea, come fecero Virgilio (3), Vitruvio (4) , e Plinio (5). La qual cosa è confermata dalle opinioni di Giov. Bauhino (6) , di Pietro Ardui- no (7), dello Sprengel (8), del Fèe (9) ec, abbenchè lo Zucchini (10) non se ne mostri persuaso, e che già il Cesalpino (11) sospettasse poter essere invece la sua Co- roneola o Genista ovata L., pianta italiana e tingente essa pure di giallo; e che finalmente il Lobel (12) (i) Dicesi eziandio erba guada maggiore: erba gialla : bietola gialla: bielolino : biondella: bragiìone: guaderella: guaidone : mo- fardina ec V. Oli. Targioni-Tozzelli Dizion. bol.T. 2 , pag.199 (2) Pag. 165. (3) Bucol.Egl.4, V. 44. (4j De archilect.L. 1 , C.14. (5; Hisl.nal.L.33 , e. 5. (6) Hisl. piatii. T. 3 , P. 2 , pag.46S. (7) Mena, osserv. ed esper. sopra varie piante che possono servire xilla tintura ec. Padova 1766. (8) Hist.rei herb.T. l , pag. 144. (9) Fior, virgiliana, pag. lOi. (lOj Sopra la luteola saliva ec. ragionainenlo ec. , pag.42. (11) De planlis L.6 , e. 39 , pag.3Sl. (12) Icones pkin.T.2 , pag. 89. IS 114 la riferisse alla sua genislella infectoria, ossia genista fionda
  • ) V. il mio corso di bol.el mal. med. 1847, pag. 238 e seg. (6) Questa estrazione fu eseguita dal Carradori nel 1807. (7) Per questi nomi V.Bauhino, HisI.plant.T. .3, pag.629. Lan- zoni , adversar. L. 3, e. 2. MagnenExercilat.de labaco pag. 1. Nardi Recchi rer. miixicanar. nov. Hspan. L. .5,0.31, pag. 173. Stella, Il la- bacco, Irattaloec.Roma 1609. Baruffaldi, La labaccheide ec. Nola alla pag. lOi. Arisi, ti tabacco maslic e fumai, dilinimbi pag. 2 e pag. 271. Duburgui , Mem. Ifieoriques et praliq.du labac. pag. ix. dì cui ben anche partecipa le qualità virose. Nativa unicamente deirAinerica , dopo la scoperta di questa nuova parte del globo , venne accolta con grande en- tusiasmo dagli Europei, e passò sollecitamente anche nell'Asia e nell'ACfrica , ove da per tulio si cominciò a masticarne o fumarne le foglie , o a tirarne su per il naso la loro polvere. Ben presto peraltro sorsero opposi- tori acerrimi contro colali usanze, riguardandole per- niciose sotto i due aspetti della religione cioè, e della salute. Alcuni teologi promossero la questione se l'uso del tabacco fosse stato, inventalo dal demonio, e se po- tesse guastare il digiuno fumandolo. Su diche non poche dispute ebbero luogo nel secolo XVI e XVII (1). Oltre a ciò considerati certi inconvenieoli che venivano alla poca riverenza dei luoghi sacri, fu da vari concili pro- vipjCJali proibito ai sacerdoti di usarne , almeno pri- ma del divin sacrifizio (2). Urbano Vili, colla sua bolla del 30 Gennaio 1642, inibì sotto pena di alla scomuni- ca , il prendere tabacco nelle chiese di tutta la diocesi di Siviglia , e questa stessa proibizione fu rinnovata da Innocenzìo XI nel 1681. I timori sparsi dai nemici del tabacco, intorno ai gravi danni per la pubblica salute, mossero i governi a farne delle proibizioni , sotto pene severissime. Amurat IV salito al trono di Costantino- poli assai giovine nel 1621 , ben presto cominciò a pu- nire con atroci modi di morte i contravventori ai suoi ordini , proibenti il fare uso di tabacco in qualunque (1) V. Gimma , Sior. delle gemme e pietre ec. T, 1, p;ig.S23. (2) D.il concilio smodale di Lima al Perù del 1388; da quello del Messico del 1589; da quello di Firenze del 164S; dalla sacra congregazione dei Concili a Roma nel 1678, fu proibito ai Sacerdoti di usare del tahacco prima e dopo la messa, e nella chiesa. Giusli- ni.irio Vicario apostolico dell'Alleria nelle costituzioni Giustiniane ec- clesiastiche , L.3, tit.l, e. 99, proibì sotto pene spirituali e pecunia- rie a ciaschedun ecclesiastico, di prender tabacco fuori di casa sua. V. Gimma delle gename e pietre preziose, L. e. Idelfonso da S. Luigi, Etruria Sacra pag.331. 120 modo (1). Abbas II, Scbac di Persia, che morì nel 1629, puniva severamente chi adoprava tabacco. Michele Feo- dorowitch Tourief, nel 1633, anche perchè sì dicevano frequenti i casi d'incendio a motivo dei fumatori , or- dinò che fosse bastonato chi usava del tabacco, che ai recidivi fosse forato il naso con una lesina e quindi gli fosse reciso, e a chi per la terza volta disobbedisse, fessegli tagliala la testa (2). In Prussia ed in Danimarca fu egualmente proibito , e nell'Inghilterra fu persegui- tato il tabacco da en(iroioflf?a, L. 2, pag. 381; e le Meraor. perla storia dell'Agricoli, dei Diparlimenlo del Tronto del Prof. Orazio Valeriani, negli Ann. di Agric. dei Regno Italico di Filippo Re. T. 19. pag. 139; ed il Breve ragionamento dello slesso Filippo Re negli Annali siiddelli. T. 20, pag. 230 e 232. (2) AgricoUura teorica, MSS.acarle 36. V. Anche Gio.Targioni Tozzelti, Prodr. dcUu corografia e (opogr. fisica della Toscana, p. 103, e l'Osservatore fiorentino, T. 8. pag. 18. (3) li Riposo di RalTiielIo Borghini, pag. 9. (4) Ciò lo fece in una lettera ialina scritta nell'Oltobre 1373, la quale è riferita da Gio. Targioni Tozzetti nel citalo MSS. Sriva di noliz. ^iiU'oiig. e progr. delle scienze fisiche in Toscana, voi. 7, fase. 2, e. 882- 20 154 eie e varietà di fruite, alcune delle quali presero da lui il nome come più sotto vedremo. Ed a maggior confer- ma di quanto la Casa Medicea giovasse a questa propa- gazione di frutti , abbiamo Pietro Antonio Micheli , che in un suo manoscritto inedito, intitolato Lisia delle frutte che giorno per giorno dentro l'anno sono portate alla mensa deWA. R. del Serenissimo Granduca di Toscana (Cosi- mo HI), descrive 209 varietà di pere diverse; ed in al- tra opera manoscritta inedita intitolata: Enumeratio ra- rioriim plantarum, ne cresce il numero fino a 232 , le quali erano coltivate nella maggior parte nei giardini reali e nella campagna fiorentina. Molte di queste furo- no fatte dipingere a olio , per ordine dello stesso Gran- duca , dallo Scacciati e dal Bimbi, in tanti quadri con altre frutta, per adornarne le Regie Ville della Topaia, dell'Ambrogiana e di Careggi , da dove poi passarono in quella di Castello, e poi al R. Museo ove ora sono (1), e nei quali quadri se ne vedono dipinte 111 varietà diverse. Di una gran parte di queste pere mio padre pubblicò nelle sue Lezioni d'agricoltura, e nel Dizionario botanico italiano (2) le frasi descrittive datene dal Micheli. La pera vergolosa, notata anche dal Micheli , fu così detta da Virgoule villaggio vicino a S.Leonardo nel Limosino, dove al dire del La Bretonnìere (3) restò molto tempo senza spandersi altrove, cosicché parrebbe che di là fosse stata trasportata in Toscana per cura dei Granduchi Me- dicei. Della pera Dorice di Portogallo , ne furono fatti venire i nesti da Cosimo IH , per propagarla nella villa della Topaia , ed avendo speso per acquistarla 100 dop- pie d'oro, fu perciò in seguito chiamata pera cento dop- (1) V. Il catalogo di qucsle frulla nel Laslri Corso d'agricoli. T. 5, pag. 189, e nel Lunario dei conladini del 1777, pag. 171. (2) Ollaviano T.irgioni Tozzelli, Lezioni d' Agricoli. T. 3, |).40, Dizion. bolanic. Hai. T. 1, pag. 191. (3) Ecole di jardin. fruii, ediz. 2.» T.2, pag. 326. 155 pie, ed ancora con tal nome si conosce (1); più anche con quello di pera Ducale o del Duca. Le medesime osservazioni possono applicarsi alle mele , le quali alcuni pretendono che venissero in Italia dalla Media , e che i Falìsci , ossiano gli abitanti di Montefiascone, ne facessero le prime piantagioni forman- done dei viali (2). Ma anche qui bisogna ammettere , che ciò fosse in riguardo a qualche varietà particolare, e non alla importazione del genere , poiché come si è avvertilo il pyrus malus è spontaneo fra noi. Gli antichi Romani ne conoscevano alcune varietà, e Plinio ne an- novera 23 in uso ai di lui tempi, delle quali è assai più oscura che delle pere la corrispondenza colle nostre at- tuali , che ora si conoscono (3). Pur tuttavia si vuole che le appiane dei Latini siano le nostre mele appiè o ap- piole , così dette da Appio che le portò a Roma (4); la mela appia pijriformis , l'appiolona lunga; la siriaca ruberrima , la calviglia rossa ec. (5). 11 Micheli nei sum- mentovati due suoi manoscritti , ne descrisse 56 quali- tà , unendovi anche le figure colorite fatte dal Ghellini , che sebbene siano molto rozze, danno peraltro bastante idea delle frutte. Le frasi descrittive di queste mele fu- rono del pari riportate da mio padre nelle sue due opere testé citate; e 52 sono dipinte nei quadri di Castello, come coltivate nei possessi medicei (6). 11 Boccaccio (7) (1) Laslri , Corso d'agricoli. T.3, pag. 27. (2) La Breloniere. Ecol. du Jard. ed. 2. T. 2. pag. 361. (3) Il Fée nella noi;! 103 al L. /5 di Plinio tradotto in Fran- cese, ediz. di Pankouke, T. 9, pag. 468, riferisce alla specie di mele note in Francia molle di quelle ricordale da Plinio. (4) P\\a.Hisl.N'il. L.S,c.l4. Caesalp. de Planlis , pag. 143. (5) Per altre qualità di mele indicale dagli antichi e coltivale nel Piceno , vedansi le Memorie per la Stor. dell'Agric. del diparl. del Tronto del Prof.Oraz. Valeriani, negli Ann. d'Agricoltura del Regno italico di Filippo Re, T.19.pag. iSO. (6) Vedesi il loro catalogo nel Corso d'AgricoUura del Proposto Laslri, T.S, (7) IJecamerone, giornata 3, nov.4. 156 nomina le mele casolane , che Girolamo Ruscelli crede che siano le nostre mele rose , come sembrerebbe che lo fossero con ogni probabilità, avendone preso il nome da Casole dove erano di notabile bellezza (1). Ma già prima del Ruscelli, circa sette anni, il Macon, che tradusse il Decamerone in Francese per ordine della Principessa Margherita di Francia Regina di Navarra , l'aveva in- dicata col nome di pomme roze, cioè mela rosa (2). Non parlerò delle mele cotogne [ Pyrus Cydonia)^ perchè queste parimente spontanee dell'Italia, hanno "dato luogo colla coltivazione accurata a poche varietà, noie già agli antichi Romani, ricordandole Virgilio col nome di tenera mala cuna lanugine (3), ed anche di mala aurea (à,), e Plinio con quello di mala lanata {^) e mala cofonea (6), e dicendole trasferite dall'Isola di Greta o Gandia, nel che è seguitato dal Mattioli (7) , il quale le dice venute da Gidone ora Ganea , castello di delta fi) V. Ruscelli, Vocab. gener. di tulle le voci usale dal Boccaccio, Manni Islit Decameron. pAg. 226. Qua! l'iogu fosse queslo Casole non è facile a sapersi, attesoché naolti posli vi sono in Toscana e fuori, che hanno questa denontìinazione. Il nome poi di mela rosa comin- ciò ad usarsi fra noi nel XVI secolo, come si vede nel Derni ec. né si trova ney;li scrittori anteriori a detta epoca. (2) Il Magon fu contemporaneo del Derni ; ed essendo slato molto lerapo in Firenze, era profondo conoscitore della lingua italiana. (3) B«coLEgl.2,v.Sl. (4j Bucol. Egl. 3, V. 71. Il Fée vuole che siano le arance le dette mala aurea, ed il Gallesio che siano le cotogne, e ciò con più ragio- ne , polche sono esse gialle: ed aurea può essere slato usato prati- camente per /!.) col nome di caria persica ( xaoùa TOf.aiJcfi ) , Io che viene a confert^r.re la loro origine dalla Persia , paese che non sarebbe il solo ad averle indigene ; poiché se dobbiamo appoggiarci alla testimonianza di Abulfadli , il noce sarebbe spontaneo in Diarbek, in Hom , in Zablestan (3), luoghi che sappiamo esserenella Turchia Asiatica. Pare adunque che in epoca assai remota , dall'Asia passasse il noce in Grecia, dove fu detto carya, carya persica e basilica; e questi secondo Plinio furono i nomi più antichi che gli furono dpai , abbenchè quello di basilica , o regia , secondo Polluce sarebbe stato dato dai Greci più moderni (4). l Latini chiamarono la noce nux persica (da non confondersi colla mala persica , che sono le pesche ), nux regia , nux euboica, caryon, juglans, lovis glans, Djiuglans ec. (5); e noce alessandrina la dissero i frati commentatori di Mesue. La coltivazione dei noci (sebbene sempre ritenuti dagli agricoltori per nocivi alle altre piante, a causa della loro grave ombra ), è stata nondimeno molto estesa fra noi , per i tanti vantaggi che recano le differenti parti della pianta alle arti (6), e diverse varietà ne sono state ricordate anche da Plinio ; fra le altre, la noce mol- lusca di guscio tenero, è slata confusa da alcuni colla (1) Alexiptiarm. ver. 108. (2) Hisl.planl.L. 1 , C.18, e L.3, C.7. Anche Ateneo , L.2, e. 13, pag.3;5, la dice carya persica. (3) V. Sprengel, Hist. rei herb. T. 1 , ptig.267. H) V. Slapel , Comm. in Theophr. pag.223. {5} V. iohan. Bauhin. Hisl. pian. T. 1 , P. 1 , pag. 244, E per le varie etimologie di tulli questi nomi greci vedansi Plinio, Hist. nu' tur., L.17, e. 12, e L.23, e. 8. Macrobio. Salumai. L.2, e. 14 ; Sla- pel, Cotnm. in Theophr. ìoc.cW. (6) Theophr. Hist. pi. L. 5, c.5 , loda il legno del noce come non putrescibile: come stimalo per farne le tavole, si ricorda da Strabone, Geograph. L. 12, pag. 822, e da Giovenale, Sai. 14, v. 1 17. 176 pesca, «na un lale errore fu già rilevato da Ermolao Bar- baro (1). Queste varietà, che Giovanni Bauhino nomina fino a sei, sono le slesse quasi, che più recentemente il Wildenow (2) ha conservate , e che si possono dire le più ovvie, riducendole a cinque sole lo Sweet (3). Il Micheli per altro, nella sua opera manoscritta intitolata Enumerano Rariorum plantariim ec, già citata per altre fruita, ne ammette fino a 37 varietà, delle quali con- servo buon numero di campioni originali , serviti per le descrizioni che esso ne fece; alcune di tali descrizioni sono riportale nelle Lezioni d'agricoltura di mio pa- dre (9). Ma le differenze a vero dire sono di poco mo- mento , da non doverle credere a tutto rigore così eslese di numero. Al più noi conosciamo la noce di due volle, la reale o grossa, la lunga, la malecia di gu- scio duro, quella di guscio tenero detta premice ed an- che moscadellona , la sorda, la sughera, e la stiaccia- mani , la quale si potrebbe forse riferire alla nux ta- ventina moUusoa dei Latini; la tardiva o di S. Giovan- ni, e la tonda (5), quali tutte debbono esser prodotte al solito per la variata condizione della loro coltura. Le nocciuole {corylus avellana ), della famiglia delle cupulifere , sono dette avellane da Plinio (6), che ne fa derivare il nome da Abellina nell'Asia loro patria, la quale sarebbe una vallata della Siria , dove ora è si- li) Coronar. L. 1 , e. 174, Questo scrittore del XV secolo rife- risce la nux moUusca alla noce premice , ed avverte cfie le dure di guscio, si dicevano moracia e moracilla, da mora, indugio nel rom- persi , ed erano due varietà delle Tarenline. (2) Spec. plani. T. 4 , Par. 1, p;»g. 460. (3) Horl. brilann. ed. 3, pa^. 6il. (4) T.3 , pag.42. (5) V. Ottav. Targiotil-Tozzelli Dizion. bolan. ilal. T 2, p. 126; e Lezioni d'Agric. loc. eli. (6) HIst nat. L. 13, e. fi, e L. 15, e. 22. 177 luata Damasco (1); e soggiunge che venoero trasferite nell'Asia ed in Grecia dal Ponto, per cui furono an- che chiamate noci pontiche. Fu eziandio imposto loro il nome di noci eracleotiche da Heraclea ora Pondera - chi , città dell'Asia minore sulle rive del Mar nero , e così le chiamò Teofrasto (2). Ippocrate (3) le disse carya thasia ; ma Ateneo (4) le confuse colle noci', e Macro- bio (5) colle castagne sotto nome di noci prenestine, da Prenestis ora Palestrina nell'agro romano. Dioscori- de (6) dice che son chiamate anche leptocarya, cioè pic- cole noci. Per altro è da osservarsi che il nocciòlo è albero indigeno e spontaneo dell'Italia, da non aver bisogno di farne venire la specie dall'estero ; ad ecce- zione di alcune varietà migliori , che saranno state in- trodotto dai citati luoghi , fra le poche che si cono- scono, di tonde e lunghe, di grosse e di piccole ec. , e che lo Sweet (7) enumera Qno a dieci. Secondo il pa- rere dell'lller (8) il Balnin della Bibbia (9), slato inter- pretato per terebinto, per pistacchio, per pina, per pe- sca, per noce (3), sarebbe invece la nocciòla o frutto del (1) Savi, Tratt degli alberi ed. 2.», T. 1, pag.96, dice che nux avellana viene da Avellano o Avella cillà della Terra di Lavoro, do- ve parCicolarmenle si coltivavano tali piante; e lo slesso dice il La Breloniere, Ecole du jardin. fruìt. ec. 1, T. 2, pag. 138. (2) Hist. plani. L.3 , e. 15. (3) De Morbis. L.3, p. 490, edit. cum Foes. (4) Deipnosoph. L. 2, c.l3. (5) Salumai. L. 2, e 14. (6) Mal. med. L. 1 , e. 179. (7) Hort. brilann, ed. 3 , pag. 614. Il Sestini nel T. 3 , pag. 128 delle sue Lellere senile dalla Sicilia e dalla Turchia ec. parla delle varietà domestiche delle nocciuole della Sicilia, già descritle dal Cu- pani corauoissime in della isola , oltre quelle salvaliche e spontanee che pur vi sono. (8) Hyerophys. Par. 1 , pag. 22. (91 Genesi , e. 43 , v.lO. (3) V. Ursini, Arborei, biblic. pag. 75. 23 178 corylus Aveìlana (1). Ma la volgata ha terebinto , che sarebbe a meglio dire ii pistacchio, come superiormente sì è detto parlando di questo albero. Anche il castagno ( castanea vesca ) , della stessa famiglia delle cupolifere , è albero grandissimo e di lunga vita, citandosene molti individui celebri per queste particolarità da varj scrittori (2), Esso è stato conosciuto da antichissimo tempo, come si può rilevare dalla Bibbia (3), e ricordandolo Teofrasto(4) ed Ateneo (5) col nome di noce euboica ( x«poo; svpoìxTi ) , per abbondare nella così delta isola Eubea, ora Negroponte. Presso Teo- frasto (6) trovasi nominata anche diosbalanos (^iò; paXavo? ), nome che alcuni hanno dato alla noce, e nello stesso tempo alla nocciòla , confondendo così insieme questi dilTerenti frutti (7). Plinio (8) dice che le castagne pro- vennero la prima volta dai Sardi o Sardiani , e che per questo furono dette dai Greci balani sardiani. Lo che ha fatto credere erroneamente a taluni , che il casta- gno fosse albero originario della Sardegna, mentre Sar- di v. Scheuchz. Phys. Sacr. T.2, pag.7. (2) V. Savi, Tralt. degli albvi, ed. 2, T. 1, pag. 78. Sarlorelli Alberi indigeni all'Hai, super, pag. 327. Laslri, Lunar. de contad. 1780, pag. 151, Dizion. di Scienze natur. ediz, Batelli , T. 8, pag. 407, ar- lic. cronolog. botan. Sestini , Lellere dalla Sicilia ec. T. 3, leti. 6, de- scrive un grosso castagno, e l'altro celebre dell'Elna. Il Las.tri (Lunar. de contad. 1780, pag. 151) racconta di un grosso castagno che era poco distante da S. Marcello sopra a Pistoja , ctie fu atterralo dal vento nel 1750, Il quale aveva una circonferenza di 13 braccia ed era cavo, cosicché fu ridotto ad uso di bettola, avendovi messo una porla, e dentro vi potevano slare 12 persone. (3) Isaia, e. 41 , v. 19. Gli Ebrei lo conoscevano col nome di lidar. (4) Hist. plani. L.3, e. 3. (5) Deipnosoph. L. 2, e. 43 , pag. 54 , edlt. Amslel. 1707, ed alla pag. 53 la chiama caryalala , carya sardiniaca , e carya lopinia. i6) Hisl. plani. L. 3 , e. 8 e 10. (7) V. in Allien. Deipnosoph. L. 2. c.4l e 42 (8) Hlsl.nat L. 15, e. 23. 179 dì, antica capitale della Lidia, sarebbe nella Turchia asiatica non molto distante da Smirne. Galeno infatti, che era di Pergamo , città poche miglia lontana dalla detta Sardi della Lìdia, conferma questa provenienza delle castagne, e di più dice che si chiamavano anche balani leuceni, da Leucene , luogo situalo nel monte !da(l). Il La-Brettoniere (2) dice che il castagno è ori- ginario dei paesi caldi del Levante, e che il nome di Castanea viene da Gaslanide antica città di Macedonia, da dove si mandavano fuori questi fruiti , che in gran copia vi nascevano, come già lo disse Nicandro(3); il quale nomina due città di questo slesso nome, una nella Tessaglia . da Erodoto (4) e da Strabone (5) detta Casta- naia (Kaaravaiv ), l'altra del Pouto, che ci è restata ignota. Da ciò parrebbe che il Castagno sì dovesse escludere dalle pianle indigene dell'Italia; ma Linneo (7) ed il Wil- denow (6), lo dicono spontaneo dell'Italia e dei monti dell'Europa meridionale ; ed il Gallesio nella sua Po- mona lo fa indigeno delle vallate dell'Appennino, poi- ché ve ne sono molte boscaglie dei salvatici. Il chiaris- simo Cav. Bertoloni parimente lo assicura originario dell'Italia , dicendomi nelle sue lettere d'averlo veduto in grande estensione e nello stato salvatico, nelle alpi Apua- ne, in precipizi dove la mano deWuomo non potè piantarlo, ed anche egualmente salvatico nelle rupi che sono nella cima di Monte Porto Fino vicino a Genova , ed in diverse parli dell'Appennino. Tuttavia Giov. Targioni Tozzetti (9) la crede pian- (1) De prob. pravisque aliment. succis , pag 778. (2) Ecole du jardin. fruU , T. 2 , pag. 61. (3) Alexipharin. v.271. (4) Bisloriar. L. 7, e. 183. (5) Geograph. L. 9, pag. 669. (6) Species. plani, ed. 3, T.2, pag. 1416. (7) Spec. plani. T. 4 , Par. 1 , pag. 460. (8) Viaggi per la Toscana, ed.2 , T. 6 , pag. 44. 180 ta portala di fuori e non indigena nostra. Ma in ogni modo si dimostra l'abbondanza dei boschi di castagno nella Toscana fino da remoto tempo, coi nomi di Ca- stagnaio, Castagnana, Castagnara , Gastagneta , Casta- gneto , Castagno , Castagnolo , Castagnori che anche ri- petutamente si incontrano dati a diversi luoghi del Granducato (1). Si trovano le castagne, come Io avverte il Mattio- li (2), salvatiche e domestiche , e le domestiche facilmente si mondano, e sono di queste in prezzo^ quelle che si chiama- no marroni, per essere molto più grosse e molto più belle delle altre. R qui, intorno alla voce marrone, mi sia permessa una breve digressione, per ricordare come Euslazio nel coramentoal libro 10 dell'Odissea d'Omero, nomini maraos (ijiapao;), da cui il Mcuagio (3) ne deduce dal greco l'origine della voce italiana marrone. Intorno a che il Muratori (4) fa osservare che Euslazio fiorì verso il 1170, e che a quell'epoca la lingua italiana usava marone e marrone , cosicché si potrebbe dubitare che il detto Greco scrittore non tanto antico, prendesse dall'Italia, e dalla Gallia cisalpina più specialmente tal voce, co- me tante altre ne presero i Greci di quei tempi. Ma peraltro bisogna riflettere a questo proposito, che il Mu- ratori è stato indotto in errore dal Menagio , atteso che Eustazio commentando Omero , non ha inteso con quella voce maraos , il marrone o castagna , ma il frutto del corniolo {cornus mascula) che Omero dice carpon craneies ( xapTOv xpavsiT,? ) comc in slmil guisa lo chiamarono Teo- frasto e Dioscoride. Laonde dopo questa necessaria con- siderazione , cade tuttociò che è stato detto sull'origine della voce italiana marrone, colla quale si intendono (1) V. Repelli Dizion. geogr. slor.ec. della Toscana, Ti. (2) Disc, in Dioscor.T. 1, pag.228. (.1) Orig. della lingua ilai.pag.31K. (i) Anlirhilà ilal. Disseit. 33 , T. 2 , pag.277. 181 i grossi e più nutriti fruiti del castagno, come {;ià si è (letto averli definiti il Mattioli. Plinio nomina olio dif- ferenti qualità di castagne a seconda delle località loro proprie. Il Micheli, nel suo già citato manoscritto Ra- riorum plantarum ec, ne registra 49 varietà , le di cui descrizioni son riferite nel Dizionario botanico italiano di mio padre, ai respettivi articoli Caslanea e Castagna, e di non poche delle quali varietà ho presso di me i campioni originali , che a vero dire possono ridursi a molto minor numero , pochissime essendone le diffe- renze essenziali fra loro; lo Swcet (1) infatti ne indica 6 varietà principali e più decise. La coltivazione , il terreno, l'esposizione, l'innestatura, addomesticando le piante salvatiche , ha dato luogo a queste varia- zioni, ed è probabile che gli antichi Romani ne importas- sero dall'Oriente le migliori varietà, che poi si sono pro- pagate in Italia ed altrove. I Gchi sono spontanei dell'Asia, dell'Oriente, delia Grecia e dell'Italia, e la specie primitiva sarebbe il caprifico , di cui se ne conoscono delle varietà sterili , altre ricchissime di flori staminei abbondanti di pulvi- scolo , il quale serve alla fecondazione artiQciale dei fiori sterili , per farne maturare i frutti. E questo modo detto caprìfìcazione , era conosciuto dagli antichi Egi- ziani , descritto da Plinio (2) , e più modernamente dal Touruefort (3) e dal Gallesio (4). Altre di delie varietà vi sono coi frutti aridi non buoni a mangiarsi, n»a ca- paci di dar seme per la moltiplicazione della specie, e (1) Horl. Brilannic. , ed. 3, pag.6l4 (2j Hisl. natur., L. 15 , e 19.' Tultociò che Plinio ha dell.) in questo proposilo lo ha preso da Teofriislo e da Ari-ilolile. (3) Voyage du Levant. T. t, p. 130, Acta. Paris 1705, p.l40. (4J Trattalo del Fico; molli allii come 1' Hasselquisl , il For- sliael , il Cavoilni ec. parlano della Capriflcazione, ed II Jeannon de SI. Laurenl, nelle Mem. della Società Colombaria , T.2, pag.244. 182 delle sue varietà, le quali (ulte sono registrate dai bo- tanici sotto il nome di Ficus carica, II Bernard (l)ed il Deslogchamps (2) hanno riconosciuto che dai semi di questi capriflclii o fichi salvatici , ne nascono le piante, che coltivate, danno le tante varietà di fichi, che si in- contrano in molli paesi dell'Europa mediterranea , dolci e mangiabili. Ciò av viene perchè colla coltivazione hanno la singoiar proprietà di non conservare lo stesso tipo pri- mitivo della pianta madre, ma di variarne la forma ed il colore , di divenire sterili, sugosi e dolci , tanto che per queste loro prerogative, allora diventano la delizia delle mense; attesoché come lo avverte il Gallesio(3), i soli fichi divenuti domestici colla coltivazione , sono mangiabili , essendo i salvatici asciutti e stopposi. Il Gasperini (4) per lo contrario ha cercato di mostrare, che il caprifico è pianta distinta , non solo di specie ma anche di genere dal Ficus carica. Tuttavia è opi- nione , che nell'Affrica e nell'Oriente , ove i caprifichi abbondano , ed ove rinascono dai semi per il favore del clima , si siano formale le varietà più apprezzate anche dagli antichi; e che da queste regioni siano esse varietà state trasferite in Italia ed in altre parli dell'Europa più meridionale. La coltivazione di queste piante è an- tichissima , poiché nella Bibbia (5) parlasi dei fichi come medicamento usato da Isaia per Ezechia, ed in altri luoghi si nominano come alberi frutliferi comunissimi in tutte le contrade dell'Oriente, dove gli Israeliti an- davano ad abitare, conoscendolo col nome di leénah (3). (1) Mem. sur I' hisloir. rialurello de la Provence, T. I, pag. 33. (2) Nouveau Duliamel ari. Figuier, ecJ. 2 , T.4 , pag. 208, 1809. (3) Poraona italiana , Trattalo del Fico. (4) Nova gzner. qwie super nonnul. fici specier. slruebal. Nea- poil 1846. (3) Isaia e. 38, v. 2l, Deuleron. e. 8, v. 8. Mlcliaea e. 4, v. 4, Regum. L. l,c. 2j, V. 18, e L. 4,. e. 20, v.7. (6) Genesi e. 3, v. 8, Deuteron. e, 8, v. 8, e altrove. 183 Nella Cantica (1) per di più si ramuientaao i (ichi flori o fioroni, delti grossi dagli antichi, fìcos protulit grossos suos, ed erano inclusive fra i frutti prelibati che loro si promettevano nella terra di Canaan. Anche Omero (2), che ricorda i fichi in più luoghi col nome di erineos , dice che Licaone figlio di Priamo, ne coltivava e pe- lava le piante nell'orto del padre. I fichi d'Atene erano rinomatissimi per In loro squisitezza , come lo attesta Ateneo (3) e Plutarco (4), tantociiè eccitarono Serse re di Persia a conquistare l'Afifrica (5), nei modo stesso che i Romani furono sollecitali da Catone, con un fico in mano, a conquistare Cartagine (6). Non vi è da dubitare, che come sopra ho rammen- tato, i fichi siano originari anche dell'Italia, trovando- sene nelle rupi sterili di tutta la penisola. Ne abbiamo anche la testimonianza dì Plinio (7) , il quale racconta che a suo tempo era nel Foro un vecchissimo fico salva- lieo, che andava a deperire , ma che tuttavia non osa- vano tagliare, per esservi la tradizione che sotto lui fosse stala trovala la lupa in atto di allattare Romolo e Re- mo , e perciò detto fico ruminale (8). Che altro fico sal- vatico , nato esso pure da sé, era nel Foro, nel luogo ove già fu la voragine in cui geltossi Curzio , e che lo conservavano per memoria di questo fatto; e finalmente che un terzo consimil vecchio fico, nato da per sé , era avanti al tempio di Saturno , che fu tagliato nell'an- no 260 dopo l'edificazione di Roma , per far posto al (1) Cant. C.2, v.l3. (2; lliad. L.21, V.37, (3) Deipnosopt). L. 14, e. 18, pag. 625. (4) Apophtegraala in Opera, T.2, p. 173 , edit. Paris, 1 624, f.° (3] Clem. Alexand. L. 2, e, l, Plutarco Apoph. in Opera, loc.cll. (6) Plin. Hisl. nat. L.lS,c. 18. Plutarco, Caton. T.2, pag. 352. (7) Hist. nal. L.13, e. 18. (8) Da rumen inafuiuella per la esposta ragione deli'aliattamento dei due fanciulli. 284 luogo ove collocarono le Voslali. Ma lutto questo se prova^l'essere il fico pianta spontanea dell'Italia, e i'es- sere~*stata conosciuta da remotissimi secoli , non prova che molte specie buone domestiche e mangiabili ve ne fossero. Infatti venendo ai tempi di Catone (1) non se ne conoscevano che sei qualità , delle quali esso ce ne dà i nomi. Posteriormente per altro ne furono importate altre non poche varietà, da Negroponto e da Scio , come ce lo assicura Plinio (2)', il quale ne registra da trenta spe- cie , i nomi delle quali per lo più erano desunti , o dai paesi dai quali erano stati detti fichi traslocali , come gli A [f rie ani , i Rodiotti , gli Alessandrini, i Sagunlini ec, , o dai nomi delle persone che gli avevano importali a Roma, o ai quali erano bene accetti, come i Pompeia- ni al gran Pompeo, i Livi! a Livia moglie di Augu- sto ec. , ed aggiunge che Lucio Vitellio censore portò dalla Siria, dove fu legato, i fichi nella villa d'Albano sul principiare del regno di Tiberio Cesare; vale a dire portò alcune varietà, poiché molle altre erano già conosciute a Roma , secondo che lo avverte anche Lin- neo (3). Abbiamo che Macrobio (4) quasi due secoli dopo di Plinio , ne nomina 25 qualità con nomi ben diversi , a riserva di quattro o cinque , e di queste alcune si conservano ancora nei nostri campi, poiché il Gallesio nella sua Pomona Italiana riduce i fichi di Plinio, di Co- lumella e di Macrobio ai seguenti nostri, cioè, Valbice- ralo al fico albo ; il tiburtino al gentile ; Vaffricano al brogiotto nero, il quale taluni vogliono che corrisponda al fico emonio d'Ateneo (5); il Hviano al pissalutto ; il (1) De re rustica e. 8. (2) Hisl. nal. L iS , e. 18 e 19. (3) Amnenilales Acadero. T. l,pag.44. (4) Salumai. L. 2, e. 16. (o) Deipnosoph.L.3, e. 3, pag.76. Vedi anche Filippo Re Sul fico, ragionamento ec. Milano, 1808, pag.6. 185 lidio ricordato da Ateneo , come congenere all'emonio , o come la cosa slessa del fico troiano, abbondantissimi a Napoli ; e la carica al dottato, rammentato ben anche da Ateneo , comune nel Levante , ed originario di Canni nella Caria, da dove tanti ne mandavano nella Grecia, e perciò delti fichi canni , e carica. Tutte le varietà no- minate dagli antichi sono riepilogate dairAngelila (t) , che cerca di confrontarle fra loro, per schiarirne le sinonimie , e ritrovarne le conosciute a suo tempo. Venendo alla Toscana, dove molte razze di fichi si coltivano, abbiamo che l'introduzione di alcune nuovo di tali razze si deve, del pari che di molle altre frulla già dette, allo zelo dei nostri Fiorentini. Infatti sappiamo che Filippo Strozzi, figlio di Matteo di Simone, circa il 1466 , quello stesso che ho rammentalo di sopra pag. 18 come l' introduttore dei carciofi nelle nostre campagne, fece venire da Napoli il fico gentile (2). Franco Sacchetti (3) rammenta nelle sue Novelle il fico casta- gnolo , ed i fichi fiori , con i quali ultimi si crede essere stato avvelenato Papa Benedetto XI a Perugia nel 1304 , da un giovane vestito da donna, servigiale delle mo- nache di S. Petronilla di quella città (4). Bernardo Vec- chietti, altra volta ricordalo per le susine fatte venire nella sua villa del Riposo, che presero il di lui nome, fece venire anche una nuova razza di fichi, che furono detti essi pure del Vecchietto. Fra Agostino del Riccio, nei suoi citati MSS. (3), dà l'elenco di molti fichi col- (1) I pomi d'oro, o due lezioni ec. 1607, pag. 16. (2) Maiini, De florent. invenlis. p;i8.34. (3) Novella 118. (4) Giov. Villani Cronica, L.8,c. 80 Ricordi di un Priorisla fio- rentino, codice MSS. nella Magliabechiana CI. XXV, IN.« 18.- Gio.Tar- gioni Tozzelti, Nolizie sulla Slor. delle Scienze fisic. in Toscana ec. Firenze 1832, pag. 135. (o) Agricoltura teorica a e. 177, ed Agricoltura speriment. T. 2, a carte 402. 24 1S6 tivati nelle nostre campagne nella metà del secolo XVI, in numero di 31 , da lui ben conosciuti , avvertendo che molti altri ve ne erano, e che non avendoli veduti non gli rammenta. Fra quelli da lui conosciuti , cita i fichi piccirelli , che dice essere stali fatti venire in Firenze da Marsilia , dalla Granduchessa Cristina di Lorena. Nei giardini Medicei si coltivarono tutti quelli che sono dipinti nei quadri della R. villa di Castello, di cui 18 sono primaticci e 32 settembrini , in tutti 50 varietà, e delle quali ce ne dà la nota il Lastri (1). Il Micheli ne descrisse nei suoi MSS. fino a 95; e que- ste descrizioni succinte sono riferite nelle Lezioni d'agri- coltura, e nel Dizionario botanico di Ottaviano Targioni Tozzetti mio padre (2). Il gelso o moro è un albero appartenente alla fa- miglia delle urticacee, e di cui non merita che se ne faccia conto per le frutta, ma per le foglie, le quali ser- vendo di alimento ai bachi da seta, hanno reso questa pianta di un immenso vantaggio all'economia agraria e commerciale; laonde estesissima ne è divenuta la sua coltivazione nelle parti meridionali dell' Europa. I mori sono di più specie, una delle quali é delta morus nigra dai botanici , e moro gelso a frutto nero volgarmente , il quale dal Wildenow (3) si dice spon- taneo dei luoghi marittimi dell'Italia e della Persia. Una seconda specie è quella detta morus alba , o gelso e moro bianco, che è spontaneo della China e della Per- sia , e di cui ve ne sono delle varietà a frutto rosseg- giante , rosso, o nero, oltre la diversa figura o qualità delle foglie (4). (1) Corso d'Agricoltura T. S, pag. 190, e Lunario dei conla- dini, 1777, pag. 51. (2) Lezioni d'Agrlcoilura, T. 3, pag. 68. Diz. boLital.T.l, p.90. Oi Species Planlar.T.Ji,P.l, p. 369. (4) Wildenow, loc.cil.p.3«8.0Ua Viano Targioni Tozzelli, Lezioni d'Agricoltura, T.4, p.97.Galiizzio!i, Elern. bolan.agrar.T. 3. pag 375. Gera, Dizion.d'Agric.T. 16, pag. 530. 187 Il moro nero fu l'unico conosciuto e coltivato da- gli antichi per mangiarne le fruita dolci, e per usarle come medicamento (!). Presso i Greci era noto col no- me di Sycaminos come vedesi in Teofrasto (2), che ne parlò , e come pure dopo di lui fece Dioscoride (3), lo- dandone le more o frutti per medicamento , ma non per cibo. Ateneo (4) e Galeno (5) ne fanno menzione egualmente; dal che se ne deduce che l'albero era ben conosciuto anche dai Greci. Che anzi La Bretonniere (6) avverte che il Peloponneso per abbondare di questi alberi , prese il nome di Morea (7). Ma il detto autore intende parlare dei mori gelsi bianchi , cosa poco pro- babile, e piuttosto riferibile al gelso nero, a meno che già a quell'epoca vi fosse stato importato il bianco dal- l'Asia fìn dalla più remota antichità, e quindi in Italia, dove si fosse poi naturalizzato. Comunque la cosa si sia , è certo che il gelso nero è antichissimo in Italia , come si rileva da Virgilio (8) , da Orazio (9) , da Pli- nio (10), da Columella (11) e da Palladio (11), i quali (i) Nella Bibbia vi è ricordato coi nome ebraico B«c/j^. Paralip. L. 1, e. I4,v.c, 14, L'i, che naila volgata è tradotta per pero ; raa i'Ur sin! lo ritiene per moro. Arborei, bibl.pag. T6, e 463, e 468. (2) Hist. plani. L. 1, e 19; anche Ateneo ( Deipnos. L. 2, e. 11, p.Jii) cosi lo chiama, ed avverte di non confonderlo coi fichi perla somiglianza dei nome l(»ro greco. (3) Mat.med/L.l, c.l80. (4) Deipnosoph.L. 2, eli, pag. 51. {5j Aliraent. facnlt.L.2, p. 386. (6) Ecole du jardin. fruict.ed. 2, T. 2, pag. 122. (7) Anche il Fée ( Fior. Fi»rg«7. png. 80 ) , dice lo stesso dell'es- sere stalo cangiato nel medio evo il nome del Peloponneso in Morea, per le coltivazioni abbondanti di mori che vi si facevano. (8) Copa vers.2ì. Georg. L. 2, v.121. (9) Sermon.L.2, Sai. 4.v.2l. (10) Hist.nal. L. 13 , e. 24.L.16, e. 18, 22, 28, 40. L. 18, e. 27. (11) De re rustica L. 3 , e. 10 L. 10, et de cullu hortor vers. 402. (12) De insitione. v. 127. 188 ne parlano come di un albero volgarissimo e ben nolo; ma ora a vero dire non apprezzandosene i fruiti , come si faceva in antico, non è più tanto coltivato. Non egualmente può dirsi dell' altra specie , detta Morus alba, della quale essendo le foglie il pascolo pre- scelto dei filugelli , è coltivala in grande abbondanza da per lutto. Intorno alla storia botanica di questa pianta, non meno che intorno alle non poche varietà, che per la collivazione se ne sono ottenute, può vedersi quanto ne dicono il Gallizzioli (1), ed Ottaviano Tar- gioni Tozzelti , il qual ultimo riporta ben anche le de* scrizioni di queste varietà dalene dal Micheli e da varj ailri aulori (2), le quali pure con altre di più moderna data si possono vedere nel Dizionario d'Agricoltura del Gera (3). L'introduzione in Italia di questa qualità di gelso , che forse poi formò secondo i diversi paesi ove fu collivalo , tulle le' varietà predelle , pare che rimonti ad un' epoca non contemporanea all'introduzione dei bachi da seta, ma posteriore. Infatti sappiamo che i fliugelli non si conobbero in Italia prima del 1148 , nel quale anno furono trasferiti in Sicilia da Ruggero Re di quel- r isola, dopo che per la guerra fatta contro Mannello Comneno Iniperatore d'Oriente, conquistò Tebe, Ate- ne, e Corinto (4), Dalla Sicilia, si vuole che i Lucchesi ne imparassero l'arte, e che poi l'introducessero in Fi- renze, quando nel 1315, vi si rifugiarono per sottrarsi al sacco dato alla loro città da Uguccione della Fag- giola (5). Ma il Pagnini (6) ha provato che in questa (1) Eleni. boliin.;igr;ir.T.3 , pag. 37o. (2j Lez.di agricoli. T. 4 , pag. 98. (3] Tom. 10 . pag.SaO. (4j Storia civile del Regno di Napoli. L.ll, c.7. Miiralori an- Uch.ilal. disserl. 25. Manni ragion, delle piantagioni in Toscana dei gelsi. {")) Muratori, anticti. ital. toc. cil. Zan.in, l.otlerc sull'agric com- merc. ec. T.2 , leti. 4 , pa?. (6; Della decima ec. , T. 2, pai;. 108. 189 nostra città di Firenze, l'arte della seta vi era già eser- citata molto prima e fin dal 1225 ; e da Ricordano Malespini (1), da Giovanni Villani (2) non che da Scipione Ammirato (3) si rileva, che già vi erano i Setaioli fino dal 1266. Cosicché da tutto ciò può ritenersi , che l'arte di allevare i filugelli in Toscana, rimonta per lo meno all'epoca riferita dal Pagnini , di verso cioè il 1225. A questa epoca non si conoscevano bensì i gelsi bian- chi , ora tanto coltivali ed usali per il nutrimento dei bachi da seta , ma il gelso nero, come lo rileva il Mal- pighi (4), il quale dico non trovarsi nessuno autore an tico che parli del gelso bianco, ma soltanto del nero , che era molto comune anche nei monti della Sicilia , all'epoca in che Ruggero vi trasferì i filugelli (5). Quindi non sussiste l'opinione del Padre Onorati, cioè dell'avere il detto Ruggero portato anche contemporaneamente la razza dei gelsi bianchi (6). Si dice che il primo introduttore in Toscana di que- sti medesimi gelsi bianchi, come i più confacenti all'ali- mento dei bigatti, sia stato Francesco Buonvicini , che nel 1434 dal Levante ne portò le barbatelle a Pescia sua patria , e che quella Repubblica nel successivo an- no 1435, ne incoraggiasse la coltivazione con una legge del 7 Aprile (7). Per altro lo statuto di quella stessa città del 1340, vale a dire di quasi un secolo prima, (t] storie fiorenl. e. 190, ediz. per cura di Vinc Fdlliiii 1816, pag. 1Ò7. (2) Cronache, L. 7 , e. 13. (3) Storio fiorenl. P. i , L.2 , pag.132, ediz. f. de! 1847. (4) Opera, T. 2 , pag. 9, ediz. 4, 1687. (oj V. anche Seslini. LeU. schUe dalia Sicil. ec , T, 3. iell. 8, pag. 189 (6) V. Gera Dizion, d'agricoli. T. 16, pag. 333. (7) V. Giovanni Targioni-Tozzetti. i'idggi per li Tofcana ec. , T. o, \y,\g. "Ilo, r 6, pag. 421. Mem, Nolizie sulla sloi\ delle scien. (isich. in toscana. Firerize 1S32, pag. l2.o. 190 ordinava la pianlazione in quella campagna dei gel- si (1) , e lo stesso avevano già comandalo i Modanesi nel loro territorio Ano dal 1327, al riferire del Mura- tori (2). Dalle quali notizie se ne deve dedurre che si trattasse unicamente dei gelsi neri , o che già fin da queir epoca anche i gelsi bianchi fossero conosciuti , e per conseguenza molto avanti l'epoca del Buonvicini , vale a dire del 1434. Intorno alla quale ultima suppo- sizione Giovanni Targioni Tozzetti , fondandosi sopra un'espressione d'Ovidio ( 3) e di Beryzio (4), non si mostra alieno dal sospettarne la probabilità (5); e dello stesso dubitativo parere mostrossi dopo anche il Fée (6). In ogni modo conosciutasi ben presto l'utilità com- merciale della seta, che formò per noi un grande articolo di ricchezza nazionale nei secoli decorsi, si procurò d'ogni maniera di favorire la coltivazione dei gelsi in Tosca- na, con leggi e privilegj , tanto ai tempi di repubblica, quanto sotto il dominio di tutti i Granduchi Medicei, secondo che estesamente ciò può riscontrarsi, nella Di- gressione intorno alla coltura dei mori , del mio avo Giovanni Targioni Tozzetti, inserita nel Tom. 6, p. 499 dei suoi Viaggi per la Toscana (7). Evvi anche il moro (1) V. Giovanni Targioni-Tozzelli. Viaggi loc cil. (2) Anlich. Hai. disserl. 30, T.2, pag. 47. (3) ...Arboribi niveis uberrima pomis -ardua moruseral ec... Melano. L. 4 , v.89. [i] Si in populum album inseralur , aut inoculelur morus , alba mora feri. Geopon. Graec. edll. Needhani. L. 10, e 69, pag. 285. (S) Viaggi per la Toscana ec , T. 6 , pag. 420. (0) Fior. Virgiliani!, pag. 38, e noia 16» al lib. 13 di Plin. Ira- dol. in francese ediz. di Panliouke , T.9, pag. 49.5. (7) I gelsi sono alberi longevi , morus tardissime senescit , disse Plinio (Hisl. nal. L. 16, e. 28 ) , e lanlo il nero che il bianco ven- gono di sterminala grossezza. Negli orli Rucellai (ora giardino Sliozzi In via delia Scala ) ve ne era uno ridotto a foggia di saiollo , sul quale sali Carlo V, nel Io3i (Giovanni Targioni-Tozzelti, Prodr.della co- rograf. ec. , della Tose. pag. 92 , e Selva ili notizie su-axdz-n) stato tradotto per colum ^ o fuso, non abboniscono i frutti. Per la qual cosa dal complesso della descrizione che ne fa , non si può dubitare che abbia inteso par- lare del cedro, già introdotto in Grecia ai suoi tempi, e coltivato in vasi come esso stesso ci dice. Dopo Teo- (1) Deipnosoph. L. 3, pag. 84. (2) Odissea, L. 5, 60. (3) Gli antichi conobbero col nome di cedro, cedrus, varj alberi resinosi, come il cedro del Libano, alcuni ginepri ec, nel modo che diremo in seguito. (4) nist.planl.L.i , e. 4. 197 fraslo, fra i più antichi abbiamo Nicandro, chetai ver- so 533 dei suoi Alessifarmaci, indica fra i contravveleni questo frullo , col nome di Medon , e dopo non pochi altri aulori ne parlarono del pari (1). Virgilio è il primo in Italia a rammentare il cedro assai chiaramente , in quei versi delle Georgiche (2), Media feri tristes succos lardumque saporem. Felicis mali ec. che il Nocca (3) vuol provare essere il limone , lo che come vedremo non può slare. Ma per altro è da osservarsi , che Virgilio ne deve aver trattato non per propria scienza , atteso che quando scrisse le Georgiche non era stato ancora in Grecia, dove soliamo avrebbe potuto conoscere di vista le piante dei cedrali , giacché questi agrumi non erano cono- sciuti in Italia ai tempi di Augusto , di Tiberio e di Claudio (4), vale a dire intorno ai primordi dell'era Cristiana , potendosi ciò arguire anche dal non averne fatto parola nei suoi scritti d'agricoltura , Columella , che fiorì nel primo secolo , all'epoca del ridetto ultimo imperatore; e già Virgilio era morto nove anni prima della nascita di G. C. , appena ritornato dalla Grecia coir Imperatore Augusto. Plinio (5) che parafrasa quasi Teofrasto , parlando del malus medica o malus Assyria, come egualmente lo chiama , dice che fu tentato di trasportarne le piante in Italia in vasi , ma senza effetto , perchè secondo lui (1) Molti allri aulori posteriori ne hanno egualmente trattalo,, e questi si possono vedere registrali nella Disserl. epislol.de praecipuis hesperid. scriptorib. dei Reaschio , sul principio dell'opera del Volkamer Hesper. Norinaberg. ec. (2) Lib.2, V.3S. (3) Dissert.Se Virgilio lia veramente descriUo il Limone ec. Pa- via 1819. (4) V. Stapel , Comment. in rftcop/fr. pag. 32'{. (5) Hist.nal.L.n . e. 3. 198 tali piante non volevano nascere che nella Persia e nella Media. Lo che fa vedere che a tempo di questo naturalista , il quale morì nella seconda mela del pri- mo secolo dell'era cristiana , non si trovavano allignate in Roma le piante dei cedri. Palladio (1) pertanto si può dire il primo, che nel secolo V parli diffusamente, e con cognizione di causa, della propagazione dei cedrali in quattro modi, cioè semine , ramo , talea , claba (2). Oltre di che , descrive 1 caratteri delle piante, il modo di coltivarle e custo- dirle, ed asserisce di avere tutto ciò provato, pare con successo , nelle sue possessioni di Sardegna e di Napoli (3). Dimodoché si potrebbe ritenere , che a lui si dovesse il merito di aver propagato ed assicurato in Italia la coltivazione di tali piante. Ma con tutto que- sto resta sempre il dubbio , se avanti a lui , fosse ad altri riuscito di allignarli in qualche parte più meri- dionale , e forse in Sicilia , poiché Plinio dice che fu tentata questa introduzione , portando in Italia le piante senza che riuscisse mantenerle, perchè o traslocate in luogo dì clima non troppo temperato , o perché non si sapevano custodire e coltivare. Di più questo dubbio è avvalorato dall'autorità del Wildeuow (4), il quale dice che il cedro venit in Italiani post Virgilii et Plinii tempora, ante Palladii. Lo che più esplicitamente, af- ferma il Gallesio (5) , il quale considerando che il ri- detto Palladio, tratta così diffusamente della coltivazione (1) De re rustica, L.4, til. 10, Marlius. (2) Claba, clava, e clavula è una mazza piegata ad arco, la quale si sotterra dalle sue estremità , lasciando fuori di terra la som- mità della curvatura, dalla quale poi germoglia. V. Analolius, in Geo- pon.Graec.edil. Necdham , L. 10 , c.8, pag. 248. (3) Quod ego in Sardinia el in lerrilorio Neapolilano comperi , quibtts solum el coelum lepidum est. Pallad. loc.cil. (4) Spec. piantar. T. 3 , P. 2 , pag.1426, (5) Traile du Cilrus, pag. 211. 199 dei cedri , da far credere avere avuto bisogno di molli anni per portarla al punto in che la descrive , ritiene che i cedri fossero già coltivati almeno un secolo avanti a Palladio (1). Così ne fissa la loro introduzione in Italia fra il HI ed il IV secolo , opinandoli passali dalla Grecia in Sicilia ed in Sardegna. Dai quali luo- ghi in ogni modo , o prima o poi che vi fossero stali importali , se ne propagarono le piante , e si sparsero nel resto dell' Italia e fuori , e sotto l'influenza del di- verso clima e coltura , se ne produssero a poco a poco le tante varietà di cedrati , come anche di altri agru- mi , che successivamente si sono conosciute ; ed intorno alle quali si può soprattutto vedere la storia e cultura delle piante del Glarici , ed il Traile du Citrus del Gal- lesio , e r Histoire des Orangers del Risso (2). Il nome più antico di questi cedri, fu come si è detto malum medicum , Assyrium , Persicum , tanto fra i Greci che fra i Latini ; ma più tardi fu loro dato il nome di citromela da Dioscoride, di oxymala Persica da Aristofane, e da altri di malum citreum , malum aureum, citrum, cedrum, cilrus e di cedrus, coi quali due ulti- mi nomi, specialmente alcuni antichi scrittori, e Plinio soprattutti , confusero questi cedrali, con altre piante (1) Sulla storia dei Cedri , V. Ioli. Bauhin , Bisi. plani. T. i , pag.90. (2) Non è da trascurarsi qui il ricordare , come il Mictieli nel suo MSS. Rarior. plani abbia registrato ed in gran parte descrittole numerose qualità di cedri , limoni , arance e di ogni altra sorta di agrumi, coltivati principalmente nel Genovesato , sul lago di Garda , nello Slato Veneto, e tulli quelli che egualmente si coltivavano in Fi- renze e fuori , nei giardini delle fainiglie Cerretani , Corsini , Giugni , Niccolini , Bertolini , Luzzi , Grossi , Ridolfi , Altoviti , Acciaioli , Tor- rigiani , e nel giardini pure anctie delle Convertile , dei Semplici, di Boboli , di Castello , del Poggio imperiale ec. Dal ctie si rileva quanto fosse estesa nel decorso secolo la coltivazione degli agrumi in Firen- ze , di cui copiosa collezione si serba sempre , nei giardini di Boboli ed in quello dei Semplici. 200 resinose o della famiglia delle conifere , come Vahies ce- drus ec. (1), o cedro del Libano, secondochè più este- samente può vedersi nel Dizionario delle Scienze natu- rali (2). In Italia si dissero cedri, cedrati, cedreni, ce- dronelle e cedroni, e furono coltivati come si è già detto da molto tempo, colle loro varietà in parecchi luoghi. Leone Ostiense (3) racconta che nel 1018 Guai- maro principe di Salerno, mandò in dono dei cedri (poma cedrina) con altre frutta, ai Normanni che lo avevano liberato dai Saracini, e questa è la più antica memo- ria che io conosca della coltivazione dei cedri in Sicilia. Anche Ugo Falcando (4) annovera tre qualità di cedri coltivati a Palermo nel 1260. Più tardi, e nel secolo XIV si rileva da Franco Sacchetti , nella seconda novella , come Federigo I d'Arragona re di quell'Isola, fosse regalato con cedri o cederni. Fra questi cedri , nei tempi decorsi coltivavasene uno- fatto a guisa di zucchetta bicorporea , di cui il Ferrari dà la flgura alla pag. 67 delle sue Hesperides ec, sotto il titolo di malum cilreum cucurbitiiìum vw/yare, che anche l' lonston (5) ripete co- me varietà del cedrato comune. Di questi non ne ho mai veduti nei nostri giardini, ma in antico dovevano essere coltivali , poiché il Rlnio nel suo Mss. del 1415, ne dà la figura alla tav. 65 , col nome semplice di ci- irus. Il Glarici però avverte che non è varietà stabile. In Toscana la coltivazione dei cedri rimonta ad un'epoca alquanto remota, poiché sappiamo che orna- vano i principali giardini dei ricchi mercanti Fiorentini, (1) Fra altre conifere vi sono pure viirie specie di ginepri , che furono chiamali ceilrl come vcdrenao in seguilo. (2) Traduz. Tirreni, pubbi. dal IJalelli , T.S. pag.S14. (3) Chronicon. anliq. Sacr. monasler. Cassiti, ec, L.2, e. 37 , pag. 233. (4) Hislr de reb.geslis in Siòiliae regno ec. , pag. 13. (5) De arboribus, pag. Il , lab. 6. 201 fino da tempo di Repubblica : giardini che furono io- dati dal Boccaccio e dal Sacchetti nelle loro novelle. Una memoria di questa antica conoscenza dei cedrati in Firenze, ci è riferita dal Manni, il quale illustra un siglilo coir impronta di tre cedri, spettante a Neri di Ridolfo Gedernelli fiorentino, il quale trovasi ricordato nel 1037. La famiglia Gedernelli è nominata ancora in un jstromento del 1345, ed un Enrico Gedernelle era già slato rammentato in altro istromento del 1166 (1). Se la detta famiglia ha preso nome dai cedri , come sa- rebbe supponibile , noi abbiamo un'epoca assai remota per la coltura di questi agrumi in Firenze. Ma per quanto succesivamente , come ho detto, molti se ne col- tivassero sempre nei nostri giardini , nondimeno fu sotto Francesco \ de' Medici che tanto si accrebbero fra noi ie varietà di essi , poiché questo principe fece venire da Napoli molti vasi di cedri diversi , che pose nel suo giardino del Casino (ora dogana) tenuto laudevolmente dal giardiniere Domenico Boschi, come ce lo asserisce il padre Agostino del Riccio (2) che ve li vide. Tra i cedrati coltivati fin d'allora , merita particolar menzione quello detto di Firenze , che per il suo grato odore è slimato superiore a tutti gli altri. Di esso ne parla il Ferrari alla pag. 265, sotto il nome di Limon citralus primae notae. Questa varietà pare siasi formata nelle campagne di Pielrasanta in Toscana , da dove fu tra- sferita nel giardino di Boboli sotto i Granduchi Medicei, come lo dicono il Ferrari , il Glarici , ed il Nati , il quale ultimo lo fa cominciato a conoscersi dal XVI se- colo in poi (3). Di questo per i onseguenza, e di più mo- (1) Manni, Osserv. e slor. de' Sigilli , T. 2 , pag. 97. Sigillo 12 a p. 103. (2) Agricoli. Sperimene MSS.Vol. I , carie 149. (3) Florenl. phylolog observal. de malo limone cUìaioec. Fior. ìùli. Di questa qualità di cedro se ne può vedere la figura nel Vol- 26 202 derna conoscenza , non ne fa parola il Del Riccio. Una nuova varietà di cedrato, detta cedro di Scio, perchè là coltivata ed apprezzata per il suo grossissimo frutto, la scorza del quale è usata in Grecia per canditi e conserve di gratissinio odore e sapore , è stata introdotta in Toscana nel i847 dal Sig. Emanuelle Rodoconacchi stabilito in Livorno, ed è sperabile che si distenderà in tutti i nostri giardini. Le arance, ed i limoni furono portati in Italia, qualche secolo dopo dei cedrati , e varie furono le con- getture degli antichi sull'origine e luogo nativo di que- . sii fruiti ; i quali pur anche si vollero i pomi delle Espe- ridi , e di tale sentimento fu il Salmasio fra gli altri (1). Intorno a che strane ed erronee cose si dissero, e delle quali possiamo esserne estesamente informati dall'Aldro- vandi (2) e dal Clarici (3). Quello che è certo si è, che questi due agrumi furono ignoti ai Romani , poiché es- sendo piante originarie di più remole regioni e del più interno dell'Asia , dove quei popoli non arrivarono colle loro conquiste , non ne poterono per conseguenza cono- scere ed importarne le piante , secondo che anche lo ha dimostrato il Gallesio. Quindi è che più tardi dobbiamo agli Arabi l'introduzione nella Siria, nell'Egitto, nella Barberia ec. , di questi preziosi vegetabili , insieme con altri , utili alla medicina ed alle arti. Dai quali luoghi poscia più facilmente furono sparsi in Europa , e ciò in virtù delie estese conquiste che fecero gli Arabi medesi- mi dalle regioni più meridionali dell'Asia, dove non pene- trarono i Romani, fino ai Pirenei , ed anche in virtù del kaemer , Hesper. Norimb.p,\g. |23 , eJ allra figura colorila, nella naia Raccolta di fiori, frulli ed ag rumi. Fìreme 1823. F.° (1) Exercilal. Plinianae. Vedasi ciò che ho dello anlecedenle- nnenle su tal proposilo nella noia 1, pag. 1.^8 e noi. 4 pag.l95. (2) Dendrologia ec. , pag. 482 6 517. (3) Sloria e coltura dei fiori, pag.Tlo. 203 ristabilito commercio in tutte queste parti (1). Giacomo (le Vitry (2) , asserisce che non erano note in Italia le arance ed i limoni nel secolo XI ; ed il Gallesio avverte che in questa stessa epoca non lo erano neppure nella Liguria né in Provenza , riportandone la traslazione in questi luoghi, al tempo delle crociate; poiché fin d'allora sappiamo che furono condotte nell' Europa moltissime qualità di buone frutta dalla Palestina e da altri luoghi dell'Oriente. E di fatti il citato Giacomo de Vitry, che nel secolo Xlll fu colle crociale nella Palestina , rac- conta avervi trovato i pomi d'Adamo , i limoni , le aran- ce , ed altre qualità di agrumi , che dice alberi nuovi , e che poi nel secolo XIV, erano divenuti comuni in vari luoghi d'Italia, a testimonianza di Matteo Sylvatico che scrisse nel 1317 (3). Ma venendo a dire più particolar- mente dell'arancio forte , bigaradier o bigarade dei Fran- cesi , riferito con tutte le sue varietà che adesso se ne conoscono , al Cilrus auranlium di Linneo ed al Citrus vulgaris di Risso, noi abbiamo di positivo, che queste arance furono le prime conosciute , e dette narendi dagli Arabi , i quali trassero questa voce , molto probabil- mente da quella bramana , naranga , secondo il Glarici. Posteriormente nei bassi tempi furono chiamate oranges, arangias, arangium, cilrangulum, neranlium, e quindi da- gli Italiani a varie epoche, dette arangie, arance, me- larance, melangolo, cedrangole ec. (4). Gli Arabi, come (1) Secondo Abd-Allalif l'arancio forte fu seminalo nell'Oman, di li passò a Basra in Jrak ed in Siria , e divenne comune fra gli abilanli di Tarso e di altre ciUà sulla frontiera della Siria , nella Pa- lestina , e neli'Egillo. V Risso, Bisl. de Orangers , pag. 9. (2) V. Gallesio, Trail. da cilrus, pag. 233. (3) Pandecl.med.\yAg. 123. (4) Per altre denominazioni diverse dale loro in varj (empi , ed in vari paesi, e per le etimologie, ved. Slapel (Comm. in Theophr. pag. 337). Monardes {De cilris auranl. ec. epislol. in Clus. rarior. pag 50). Ermolao Barbaro, Corollari. Niccolò Myrepso d'Alessandria 20i sopra è detto, furono i primi a farle conoscere, traendole dall'Asia , ed infatti sono gli Arabi Damasceno , nel suo antidotario (1), ed Avicenna nelle sue opere me- diche (2) che parlano per i primi delle arance, sotto il già citato nome di narendi , come frutti utili nella composizione dei medicamenti; mentre Mesue, pare ara- bo , ma anteriore ai predetti di più di un secolo , non fa menzione veruna di questa specie di agrumi , ricor- dando solamente i cedri o cedrali. Di modo che sembre- rebbe, come lo dice il Massoudy (3) , che gli aranci fossero stali trasferiti dalle Indie in Arabia sul finire del secolo IX , e che dopo fossero coltivati nella Sicilia, conquistata dagli Arabi stessi , come anche in Spagna. E ciò a testimonianza di Ugo Falcando, il quale scrivendo circa il 1260, narra che gli aranci abbellivano i giardini della Sicilia attorno Palermo (4), ed a testimonianza pure di Ebn-EI-Awan, da cui si sa che gli aranci forti erano coltivati in Siviglia fin dal XII secolo. Rilevasi dalla Storia della Sicilia di Niccolò Speziale (5), che il Duca di Cala- bria nel 1383, fece grandi devastazioni attorno Palermo, rovinandovi i vecchi acripomoriim arbores , quos vulgo arangias vocant , che erano nel palazzo reale di Gubba. Peraltro a quest'epoca del XllI secolo, erano coltivati gli aranci forti non solamente nella Sicilia , ma ben ancora in altre parli dell' Italia , poiché si vuole che S. Domenico d'Egitto, il quale sembra aver fioriio circa li 1200, nel suo TraKato de Emplaslis pag. 190 chiama le arance con voce greco-barbara ne- ranlzia (vspaVT^ea), che lo Slapel vuole che provenga dall'italiana nerancio : ex voce auranlia nata vox arancia, ex arancia nerancio, ex nerancio neranlzion. Ma è più probabile che neranlzion ptovenga dall'arabo narendl. CI) V. MalI.Sylval.Pandecl. med. pag. 38. (2) Llb. 5 , Summa 1 . traci. 6. (3) V. Gallesio, Trait.du Citrus, pag. 232. (4) Hisl. de reb. grslis in Sicil. regno, Parlsiis ISSO, pag. 13. (8) De Siculis rebus , L.7, e. 17, nel .Muratori, Rer. ilaltcar. Scripior.T.ii , pag. 1009. 205 piantasse nel 1200 un arancio nei convento di S. Sabina a Roma (1), ohe S. Francesco facesse lo stesso nel convento dei Francescani della ridetta città (2) ; e final- mente rilevasi da Paolo Boccone (3), nel suo racconto del disastri fatti dal terremoto avvenuto in Sicilia nel 1693, che fra le diverse fabbriche che rovinarono in quella circostanza, nella città di Lentini, precipitò il convento dei Minori conventuali, luogo antico abitalo da S. Antonino da Padova , che vi piantò un albero d'arancio. Tultociò starebbe dunque a provare , come si è detto , che gli aranci fossero noti nella nostra penisola fin dal principio del XllI secolo , e forse anche più indietro. Ma poi è certo che nel susseguente secolo XIV, erano già coltivati in moltissimi luoghi. Infatti Fra Tolomeo da Lucca vescovo di Torcello , racconta che nel 1306 per il gran freddo venuto nel mese di marzo omnia poma aromatica sicut citra, et arantia... quasi defecerunl eie. (4)' 11 Delfino di Francia Omberto , ritornando da Napoli , nel passare per Nizza nel 1336, vi comprò venti piante d'aranci, per trasferirle seco (5). Nello Statuto di Fermo del 1379, citato dal Vale- riani (6) , vi si trovano nominati gli aranci forti e i dolci, il cedra o , i pomi d'Adamo ed i! limone. Il Rinio , nel suo più volte citato Mss. esistente nella Mar- ciana a Venezia, alla tav. 64, dette la figura dell'arancia, sotto i nomi di pomus citrina, citrangulus, naranci. (1) Ferrari, Hesperid. pag.372. Gallesio, Trail.du cilrus, p.273, Dizìoii. d' Isl. rial. (radoUo in Firenze e iiubblieato dal Balelll , T. 8, pag. 409. (2) Ferrari , loc. cil. (3) Museo di Fisica e Slor.nal.pag. 28. (4) Hisl. eccitasi, in Muratori scriplor. rer. ilalic. T. 1 1 , p.l226. Giov.Targioni-Tozzeili , Viaggi per la Toscana ec.T.3, pag. 361. (5) Morel de Bourchenu , Hisl.du Dauphiné ecT. 2,pag. 271. Gallesio, Trail.du cilrus pag. 277 e 282. (6; Ann.d'AgrlcoU. de! regno Ila!, di Filippo Re, T. 19, pag. «9. 206 Che poi gli aranci fossero coltivati in Toscana da antico lenfipo , si può rilevare dalla cronaca di Paolino di Piero (1), nella quale raccontando la congiura di Corso Donati del 1301 , dice che gli sgherri di lui andarono alle case di ser Durante Pinzochero , vi naisero il fuoco e tagliarono il più bel giardino d'aranci e di cedri che insino allora in Toscana si fosse trovalo o veduto , che delle ramora si cuoprì quasi tutto Firenze, che se colui che gli governava disse il vero, disse per conto erano fra grandi e piccoli 1388. Il numero delle piante sarà esa- gerato, ma nondimeno dovevano essere adulte per la massima parte , e perciò piantate fln dal XIII secolo. Rilevasi pur anche che in Pisa nel 1329 vi erano gli aranci coltivati, trovandosi nominale le arance, i ce- dri e le lumie o limoni nel trattato di pace fra la lega Guelfa Toscana colla Repubblica di Pisa, nell'articolo de mercantiis deferendis , essendone proibita l'estrazione, insieme con altre vettovaglie, dal territorio di detta Re- pubblica. Come ancora nell' istromento fatto nel 1381 per la fabbrica del ponte di mezzo , si legge petium unum terrae cum domo... cum claustro, puteo, arancis, horto, pergula, et fruclibus. E questi sono documenti irrefragabili riferiti dal Tronci (2) , che stabiliscono l'an- tichità della coltivazione in Toscana dei cedrati, e delle arance forti. In u'J istromento di vendita di terreni nel Pietrasantino, fatta allo spedale della Misericordia di Lucca nel 1406, dalla famiglia del Poggio di detta città, vi si trova notato unam petiam terrae campiae cum ar- boribus populeis et cum vilibus supra se, et cum arancis, avellanis ec. (3). Nel 1492 erano coltivali gli agrumi a (1) MSS.in pergamena nella Biblioleca Magliabechiana, codi- ce 2. 209 foglie di mirto, ciirus bigarradia myrthifolia Risso (1) , come ce lo avverte ii Del Riccio (2) esprimendosi che questo arancio della China fa piante piccole come mor- tella spag nuota, lì GAÌlesio (3) lo fa incognito air Europa fin verso la metà del XVII secolo, forse attenendosi al Ferrari che ne pubblicò la descrizione nel 1646 (4) ; ma già abbiamo detto come lo avesse conosciuto prima del- l'anno 1596 il Del Riccio. L'arancio forte pavonazzo , o melangolo pavonazzo del Risso (5) , varietà che si distingue per avere alcune foglie e fiori rossoviolacei , ed i frutti quando sono ira- maturi violacei del pari, era a Parigi fino dall'anno 1738 circa. In Italia, al dire del Risso surriferito , non si prin- cipiò a conoscere che nel 1811, perchè il Gallesio ne portò delle piante , che coltivò a Finale nel Genovesa- to , e moltiplicò , e così le diffuse in molti altri luoghi. E qui vuoisi notare , come spettante alla serie di questi aranci, il Pompelmo o Pompa di Genova {citrus Decumana) , originario della China e della Cocincina^ descrivendolo il Rumphio (6; col nome di limo decu- manus pompelmoes , di grossissimo frutto quasi sferico , ma più per cariosità che per utilità coltivalo in alcuni giardini. Anche lo Sloane lo trovò nel 1687 coltivato alla Giammaica , e lo descrisse nei suoi Viaggi (7). Di questo parla il Clarici (8) dicendoci « Il Pompelmo « orientale , si crede trasportato in Europa , o dalla Vir- « gioia regno nel continente dell'America settentrionale, (1) Hist. desOrang. p. 104, lab. 50. (2) Agricoli, sperirn. MSS. Voi. 1 . carie 12.3 e 124 (3) Trait. du ciirus. pag 134. (4) ffespend.ec. pag.430. (5) Hisl. des orang. pag. 83, lab. 36; Duhamel , ìNouv. ed. 2, Tom. 6, lab. 7, N." 34. (6i Herb. Amboin. L. 2, e. 34 , pag. 96, lab. 24 , f. 2. (7) A voyage lo Ihe Islands Barbadoes, T. 1 , pag 41. (8) Islor. e cullur. de Bori ec. pag. 730. 27 210 « o dalle isole di lamaica e Barbade, dove è in copia « questo frullo, portatovi dalle Indie orientali da un uo- « mo chiamalo Saddokj ( Ghadock o Scaddeck secondo « altri ) , il nome del quale fu continualo in quel paese « a tale fruito (1). Da quale parte delle Indie orientali, « fosse trasportato in quelle d'occidente , non è a noi « noto ». Il Rumphio che lo vedde coltivato in Ani- boìna lo credè trasportato ivi dalle parti più interne dell'Asia , ed il Loureiro lo dice nativo della China e della Cocincina, secondo che ho già avvertilo. Ma vero- similmente, come lo suppone il Clarici, venne in Europa dall'America, dove vi era stato trasferito dai suoi luo- ghi originarj ; e Io Swet (2) lo fa introdotto in Inghil- terra nel 1724. Ma già il Ferrari nel 1646 lo aveva de scritto e flgurato nelle sue Hesperides (3) col nome di aurantium maximum , avvertendo che si diceva essere stato mandato da Genova al giardino di Carlo Garde- nas , presso Napoli. Il Tilli lo registra nelle piante del Catalogo dell'orto Pisano del 1723, ed il Micheli lo de- scrive nella sua opera Mss. inedita , che ha per titolo Rariorum plantarum ec. (4). Cosicché abbiamo che in Italia , ed a Genova prima, e poi anche in Toscana, era questa specie d'arancio conosciuta avanti che lo fosse neir Inghilterra , ma non si sa né quando né come venutaci. Una specie distinta di agrume , la quale è riferita alla serie delle arance forti, si è il cilrus hystrix del Decandolle (5), stato confuso col cilrus limetla auraria (1) Cosi asserisce il Pluchenn. Almagesl. boi. pag.230, ed altri ancora. (2) Horl. Britmn. ed. 3 , pag. 92. (3) Pag. 437 , lab. 439 e 441. (4j Aurantium indicum maximum roiundum, corlice semiunciali pulpa acida dulci centro cavo. V. Ottaviano Targioni-TozzelU. Dizion. bolan. T. i , pag. 120. (5) Calai, plani Horli Monspel. pag. 97. Prodr. Syst.nal.veget. T.l, pag. 839. 211 nel nuovo Duhamel , e dal Risso e Poifeau consideralo come una varietà di questo. Decandolie lo ritiene come una specie a sé , e nel catalogo del giardino di Mont- pelier del 1813, ci informa di averne avuta una pianta nel 1808 dal Roland negoziante di Nirnes , al quale l'aveva portata dall'Isola di Francia un capitano di nave. Circa il 1825 fu questa pianta acquistata dal prof. Gaetano Savi per il giardino di Pisa , e quindi nel 1837 , dopo che potè moltiplicarla ed averne anche i frutti , la descrisse meglio di ciò che era stato fatto da altri botanici antecedenti (1). Adesso questo agrume si trova nelle collezioni di tali piante in diversi giar- dini , ma è più di curosità che di utilità. La buccia dei fruiti è tubercolosa , a solchi tortuosi , è d' odore acuto ; che non ha nulla degli altri agrumi , e 1' agro ne è acidissimo, amaro, e partecipante dell'odore della buccia sua. Una altra specie nuova pur anche ne ab- biamo, detta cUrus australis, la quale fu portata in Fi- renze dalla Germania nei 1838 dal Conte di Routurlin, per il suo giardino annesso al palazzo una volta Nic- colini in via dei Servi in Firenze, della quale avutine dei nesti nel 1841 al giardino botanico dei Semplici, si potè moltiplicare per comunicarla ad altri giardini bota- nici, e tali sono quelli di Pisa, di Rologna, di Modena, e di Napoli. Di altre qualità o varietà di arance forti non fac- cio parola, perchè sebbene registrale da molti scrittori, si sa che esistevano nei nostri giardini fin dal XVI se- colo in poi , ma non se ne trovano documenti o notizie positive , che ce ne facciano conoscere la loro provenienza ed introduzione in Toscana. Le altre arance a sugo dolce, che costituiscono una specie distinta e diversa dalle forti , sotto il nome di (1) Sulcilrus hislrix, Memoria ec, negli Alti dell'Accademiu dei Georgofìii, T.13, |)8g.93, con fig. litograt. 212 citrus aurantium dulce del Linneo , e sodo quello sem- plicemente di cilrus aurantium del Risso, non si trovano rammentate altro che dal XVI secolo in poi , lo che prova essere di altra e più recente provenienza. Infatti gli aranci dolci sono originari della China , del Giap- pone , della Cocincina, e delle Isole del Mar paciflco; e sulla loro introduzione in Europa abbiamo dati poco sicuri per stabilirne il quando, e per qual mezzo vi per- venissero. Taluni attribuiscono questo merito ad un portoghese , che da altri si vuole fosse Giovanni de Castro , il quale ritornalo dalla China nel 1520, ne por- tasse una pianta nel giardino del Conte S. Lorenzo in Lisbona , sotto Giovanni III re di Portogallo, la quale nel 1827 era sempre vivente e perciò aveva 307 anni (1). Ma a tal proposito conviene riflettere , che già nel 1525 sussistevano a Siviglia molti aranci dolci assai grandi , e perciò piantativi molto tempo indietro, come racconta il Navagero Veneziano nel suo Viaggio in Spa- gna (2). Leandro Alberti, viaggiando nel 1523, parla nella sua Storia d'Italia (3) delle arance dolci trovate coltivate in vari luoghi , e particolarmente a S. Remo ed a Rapallo nella Liguria, a Sorrento, ad Amalfi , in vari luoghi della Calabria , della Puglia ec. Il Mattioli, nei suoi Discorsi su Dioscorìde, parla degli aranci dolci, e lo stesso fa Agostino del Riccio, come piante non nuove , ma anzi da molto tempo indietro conosciute e coltivate. Laonde da queste considerazioni si potrebbe arguire col Gallesio , il quale si appoggia ad altre ra- gioni ancora, che l'arancio dolce non venne in Italia all'epoca di Giovanni Ili per opera dei Portoghesi , ma (Ij V. Gallesio, TraiLclu Cilrus. pag. 297. Cibrario, Reiaz. di una missione in Portogallo presso il re Cario Alberto. Torino 1830. (2j V. Gallesio, Trait.du cilrus, p;\g.308. (3) Descrizione di tutta Malia ec. Venezia 1587, pag.lO, 18, 174, 175, 191 , 201 , 215. 213 ben molto prima, dovendosene allribuire questa impor- tazione piuttosto al rinato commercio marittimo presso vari popoli Italiani coli' oriente , per opera delle prime crociate, e specialmente all'attività dei Genovesi, che divenuti potenli , commerciarono direttamente colle Indie orientali per la parte del Mar-Nero e del Golfo Persico. E difatti sappiamo essere stata questa la prima e più antica via, per la quale furono trasportate tante piante dalle slesse Indie , secondo che ce ne fa fede l'arabo Massoudy, essere avvenuto per l'arancio forte (1). Quindi non è improbabile che i Genovesi predetti , i quali già da remoto tempo facevano gran commercio dogli agrumi allora conosciuti , come rilevasi da vari documenti del XV secolo, estratti dall'Archivio di Savona e riferiti dallo stesso Gallesio , procurassero di condurre nel loro paese anche l'arancio dolce, che già gli Arabi dovevano avere sparso nella Palestina , nella Siria , in Egitto ed in altri luoghi delle parti orientali. Questa introduzione delle arance dolci in Italia , il Gallesio perciò la fissa al XV secolo , attesoché nel secolo an- tecedente non erano conosciute in Europa , in molte Provincie della quale nel secolo posteriore , ne era già eslesamente sparsa la coltivazione. Per altro conviene rammentarsi che nello Statuto di Fermo del 1309 superiormente citato , si trovano no- tate colle arance forti , anche le dolci ed i limoni , lo che porterebbe alla conseguenza , che anche prima del secolo XV fossero state conosciute e coltivate in Italia. Polrebbersi per altro conciliare le diverse opinioni , col considerare che le arance di Portogallo, secondo il Cla- rici, appariscono di due varietà distinte, delle quali una propriamente detta di Lisbona anche dal Ferrari , perchè di là venuta in Italia, e questa è originaria della China (1) V. Gallesio, (rail.du cilrus piig.Slo. 214 da dove fu portata ìd Lisbona ; l'altra varietà , è pro- priamente detta di Portogallo dal Glaricì, trasportataci dal Brasile , cosicché queste potrebbero essere state trasferite direttamente in Portogallo, assai più tardi che l'altrv arancio dolce comune, venuto il primo dall'orien- te, dopoché dalle Indie vi fu portato dagli Arabi, Ma devesi anche considerare che forse originariamente , o dalla China , o dalle Indie, comunque venute in Europa, o per la via dell'Oriente o di Ponente , possano essere variate per la loro qualità apparente, e reale bontà, a seconda che si sono trovate coltivate in Portogallo, in Malfa , in Sicilia o in altre parti meno calde dell'Euro- pa. In Toscana nel XVI secolo si avevano già da qual- che tempo le arance dolci comuni apprezzate e slimate , come lo attesta il del Riccio (1), il quale anche parla delle altre arance dolci di Portogallo, lodandole sul- l'asserto altrui , e dicendo che sarebbe laudevole cosa far venire due piante di questa sorte in vasi alla città di Fi- renze, si potrebbe far venire dei suoi rami, anzi semi (2). Probabilmente questa è quella varietà delta arancio fine della China , analogo a quello di Portogallo , ma di buccia più sottile e liscia. Il Micheli poi nel suo mano- scritto Rarior. plani, ec. Voi. 9, dà molte varietà di arance dolci di Portogallo, coltivale in allora nei nostri giardini. L'arancia di sugo rosso o sanguigno, non è ram- mentata dal suddetto Del Rìccio, cosicché non era allora conosciuta in Toscana. Il Padre Ferrari ne parla per il primo nelle sue Hesperides ec. stampate a Roma nel 1646, e successivamente il Tilii nel catalogo delle piante del Giardino di Pisa (3), ve la registrò , facendo avvertire (1) Agricoli. speriraenl.JlSS. Voi. 1 , carte 128, (2) Agricoli. sperimenl.MSS. Voi t , carie 130. !3) Calai, pimi. Ilo ìli Pisani p.ig. 2l. 215 che questo arancio di sugo rosso, fu fatto venire dì Pro- venza , dove ne era una sola pianta , per ordine di Co- simo IH , e coltivalo nei giardini di Boboli, e dipinto in uno dei quattro quadri della R. Villa di Gareggi rappre- sentanti gli agrumi ; ed il Micheli Io descrisse nella sua opera manoscritta inedita Rariorum planlarum ec. sotto il nome di Aurantium hyerocunticum , cortice teneriori, medulla dulci rubente (1). Di una recente introduzione è l'arancio Mandarino, venuto dalla China in Inghilterra pel 1805, di qui tra- sferito a Malta dagli stessi Inglesi , e poscia in Sicilia. Il Marchese Ruffo, verso il 1816, da Palermo ne fece trasportare la pianta a Napoli, nel Suo giardino di Capo di Monte , dove era una superba collezione di agrumi , e di lì poi se ne moltiplicò , e se ne sparse la specie in molti altri giardini d'Italia. In Firenze venne a mio Pa- dre per il Giardino botanico agrario dei Semplici, una pianta di questo nuovo agrume , dalle Isole Borroiiiee , col nome di Citrus Mandarinus , verso il 1824 , e que- sto fu il primo in Toscana, dal quale per via di nesli fu propagato ad altri giardini. Verso il 1844 da Napoli di- rettamente ne venne una pianta al giardino del Conte della Gherardesca , dove presto fu moltiplicato, ed a quello del Museo di Fisica e Storia naturale vennero alcuni individui da Palermo direttamente , ora sono po- chi anni , i quali sono perfettamente eguali a quelli del Giardino dei Semplici , ma i frutti di tutti questi indi- li) Il Gallesio {Trail. da c;ig. 137 ) , inclina a credere che il Rumphioed il Kaempher, i quali indicano alcuni agrumi cum medulla vinosa , abbiano forse compreso fra questi il presenle arancio di su- go rosso, di cui il Micheli ne dà due varietà. Ma il Kaempher nelle sue amoen. ca;'i<.pag.SOl , descrive un lin^iine del Giappone , e non un'arancia sotto il nome di Kdz , vulgo latz banna , malus limonia fruclu rolundo parvo, michan diclo medulla vinosi saporis. El il Kuraphio egualmente intende sempre del sapore vinoso , e non del colore , negli aranci che descrive. 216 vìdui non sono mai venuti ad uua così perfetta matu- razione come io Sicilia, per difetto del clima. Il Rumphio (1) descrive questo mandarino indican- done due varietà, delle quali una di fruiti più piccoli e compressi da ambedue le parti superiore ed inferiore. L'altra ha i frutti un poco più grandi con una piccola protuberanza al peduncolo, prope pedunculum iuber ^ e questa di lui descrizione e figura , quadra benissimo ai mandarini che abbiamo in Firenze. Di più gli fa origi- nar] della China. Fin dal principio che fu trasferito que- sto mandarino a Londra, fu creduto essere il citras nobilis di Loureiro , ma il Prof. Tenore studiando i caratteri botanici del Mandarino venuto di Palermo a Napoli , potè presto convincersi essere cosa differente , e fu per questa ragione che lo considerò come specie distinta chia- mandola ciirus deliciosa (2). l limoni furono confusi per un tempo coi cedrati, dai quali si credevano prodotti per innesti falli sopra altre piante , e furono reputati essere i pomi delle Espe- ridi. Altri poi, come il Nocca, pensarono male a proposito che fossero il malum medicum di Virgilio , come già su- periormente ho detto. Questo genere di agrumi colle mol- tiplici sue varietà , appartiene alla specie botanica det- ta Ciirus medica limon da Linneo , e Ciirus limon dal Risso, e sono di un'introduzione presso di noi un poco posteriore a quella delle arance forti. Infatti i due scrit- tori Arabi Damasceno ed Avicenna , di sopra ricordati, trattando delle arance , non fanno parola dei limoni , i quali invece si trovano per la prima volta indicati da altri due scrittori arabi del secolo XIII, cioè da Aben- lìbur nel suo Trattato dei limoni , tradotto dall'Arabo (1) Herb. Amboin. T. 1 , L.2, e. 47, pag. 113.tab. 34. (2) Tenore, Mem. sull'iirancio mamliirino, letta nell'lstil. d'inco- ragg. di Napoli nel 20 Aprile 1840. 217 in Latino, da Andrea Alpago , e stampato a Parigi nel 1602 (1), e da Ebn-Beilar , nel suo Dizionario dei medicamenti semplici (2). Abbiamo già detto che Gia- como de Vitry trovò in Palestina, insieme colle arance ed altri agrumi anche i limoni, i quali si vuole fossero ignoti a quel tempo in vari paesi dell'Europa, ma non lo erano bensì in Italia. Il Gallesio (3), opina che dalle parti delle Indie al di là del Gange e dell'Indo, dove sono spontanei, fossero tratti fuori e coltivati successi- vamente nella Siria, nell'Egitto, nella Palestina, da dove poi passarono in Sicilia. Ugo Falcando infalli, che scri- veva le gesta dei Normandi verso il 1260 in detta Isola (4), indica oltre le arance forti, anche le lumìe o limoni, come vegetabili di un genere particolare, nel ricordare la fertilità dei contorni di Palermo, videas et lumias acetositate sua condiendis cibis idoneas. Matteo Sylvatico (5), lodando le virtù medicinali dell'agro dei limoni , dice che le donne di Nizza e del Piemonte ne facevano uso coll'olio, per le verminazione dei bambini, e così fa conoscere che i limoni vi erano coltivati fin dalla metà del XIII secolo in cui scrisse. Contuttoché adunque fin da quell'epoca i limoni fossero cominciati a coltivarsi in qualche luogo d'Italia , non sembra che fossero così estesi da per lutto come lo sono adesso. In riprova di che si faccia attenzione che Pier Crescenzio, il quale parla dei cedrati , nulla dice dei limoni. Peral- tro a poco a poco dovette la loro coltivazione esten- dersi , e quindi anche aumentarsene il numero delle varietà. (1) V. Habelol, in Bibl. Orient. pag. 99. (2) Tradollo dall'arabo in lutino da Andrea Bellunense, e slanoj);!- (0 a Parigi nei 1702. (3) Trail. du cilrus , pag. 194. (4) Hist. de reb. gesl. in Sicil. regno ec. , pag. 13. (5) Pandecl, medie, pag. ì2S. 28 218 lo Toscana non sappiamo quando i limoni fossero inlrodolli , ma in un trattato di pace fra i Guelfi ed ì Pisani dell'anno 1329 (1), vi sono nominati i cedri, e le lumìe o limoni, siccchè parrebbe che si potesse al- meno riportare la loro introduzione a quell'epoca, o anche a un tempo un poco anteriore. Egli è però certo che atteso la smania che avevano i Fiorentini d'impor- tare nella loro patria le frutte ed i fiori più pregiabili, non avranno indugiato a procacciarsene via via quelli, che nei varj paesi trovavano più nuovi e più partico- lari. Agostino del Rìccio ci ha lasciato memoria, non solamente delie varietà di cedri e di arance coltivate già a suo tempo, ma quella eziandio di molte razze di limoni, nominando fra questi le lumìe di Spagna, il limon cedrato , il ponzino dolce tondo, il limone da premere, o il nostro fiorentino, così detto anche di giardino, gratissimo per il suo odore e per il gustoso agro, preferito a fare le limonale; i limoncelli di Napoli, il limone di Gaeta, i limoni a ciocche, grandi e pic- coli ec, dal che si vede come già nel secolo XVI fos- sero tanto comuni fra noi alcune varie sorta di questi agrumi. Fra i quali è da avvertire che il limone spada- fuora o spatafora (2), e la lumìa di Spagna, erano stati portati di nuovo a! tempo del ridetto del Riccio, nel modo che egli stesso ne fa fede (3). Bisogna anche ri- cordare il limone Barbadoro come di nuova razza, stato descritto dal Ferrari, il quale limone fu fatto venire in Firenze e coltivare nel suo giardino a tempo di Cosi- mo I, da uno della famiglia Barbadori da cui prese il nome. Furono anche in seguito conosciuti altri limoni come nuovi, con i nomi dei proprietari, nei giardini (1) V, Flamin. dal Borgo, Scelli diplorai Pisani, pag. 473. (2) Secondo il Ciarici (Isl. e cult, delle piante pag. 686), fu cosi chiamalo da una nobilissima famiglia Siciliana di lai nome. {3J Agric.Sperimenl. MSS. voi. 2, carie 370. 219 dei quali si produssero, che il Clarìcì ha descritti. Così il limoDB ballottino o pusilla pila , nacque in Liguria , il limone da Rio ebbe origine in Roma ne'giardini della famiglia Pio, e fu detto Rio, perchè nacque la prima volta presso un rio. Il limone donna Laura , ebbe il nome di una dama napoletana, nel giardino della quale primieramente allignò. Il limone Pero Soncino, da un castello di Lombardia. Il limone rosalino così detto da Girolamo Rosalino bergamasco, nel cui giardino, porta- tovi da Reggio di Calabria allignò. Il limone Barberino, perchè ha avuto origine nei giardini della casa Barbe- rini di Roma, e tanti altri dei quali troppo lungo sa- rebbe il dire, e che il Glarici registra nella Parte IV, Lib. 5. della sua più volte citata opera. Sono questi tutti nuovi acquisti dell'epoca presso a poco del seco- lo XVII e XVIII, secondochè ciò può rilevarsi ancora dal Micheli, il quale nella sua opera MS. Rar. plantarum, dà un lungo catalogo di quelli veduti da lui coltivati in Toscana e fuori. Lo che serve a dimostrare nel modo che più volte si è dettoi^ come si moltiplicassero le va- rietà e sottovarietà secondo i climi e colture dei diflfe- renti paesi. Ed è qui da dirsi, che tutti gli individui della famìglia Medicea furono vaghi dì accrescerne le loro collezioni , come ne possono fare testimonianza quattro grandi quadri in tela che erano alla villa R. di Ga- reggi, ed ora al R. Museo di fisica e storia naturale, nei quali sono state dipinte per mano del Bimbi e dello Scacciati, 116 specie e varietà di ogni sorta di agru- mi (1), e fra questi moltissimi limoni, i quali come nati nei giardini medicei, furono descritti da Piero An- tonio Micheli; e poi queste descrizioni pubblicate nel (1) Il catalogo degli agrumi dipinti in questi quadri, può vedersi nel Laslrl , Corso di agricoltura, T. S, pag. 208, e nel Lunario dei coniddini del medesimo per l'anno 1776, pag. 14. Anche il Micheli lo riferì nella sua opera MSS. Rarior. piantar. ec. 220 Dizionario botanico italiano di mio padre, la di cui se- conda edizione vedde la luce nel 1825. E qui per ter- minare di dire dei limoni, non debbo passare sotto silen- zio altre quattro nuove varietà di tali frutti provenienti dall'isola di Scio, importali in Toscana fln dal 1847, dal signor Emanuelle Rodoconacchi insieme col cedro di Scio, superiormente rammentato (pag. 202). Una di queste varietà è un limone dolce di sugo, e che si man- gia comunemente in Grecia. Un altro è parimente un limone dolce tondo, di scorza odoratissima, che in Grecia le signore tengono in mano per profumo, se ne lavano le roani, e del sugo dolce ne fanno limonate e bevande graziosissime. È questa una bella pianta sempre piena di molti fiori bianchi aggruppati in capolino, e di molti frutti, che fa bella mostra di sé nei giardini. Una terza varietà è il limone frappa, di frutto grosso, di sugo non servi- bile, ma di scorza gialla odorosissima ed ottima a fare canditi e conserve, tihe riescono assai delicate e gustose; e perciò questo limone in oriente è molto ricercato e di prezzo. Finalmente una quarta qualità , che sembra un ibridismo di limone e di arancia, detta perciò arancia- limone, ha il sugo giallastro, agretto ed odoroso che lo fa ricercare per farne bevande rinfrescative, ed anche per la scorza colla quale ne formano eccellenti canditi e conserve. Questi diversi limoni furono presentati all'espo- sizione di giardinaggio e di orticultura fatta in Firen- ze nel 1852, e della loro introduzione fra noi ne dob- biamo esser grati al lodato signor Rodoconacchi stabilito in Livorno come ho già detto. Il pomo di Adamo appartiene secondo il Gallesi© alle lumìe o ad un ibridismo di cedrato e di arancia ; ma comunque siasi è un agrume dei più anticamente conosciuti, e forse anche fin dall'epoca dei cedrati, con alcuna varietà dei quali potrebbe essere stalo confuso , come più recentemente è stato fatto, sbagliandolo con il 221 Pompelmo, specie di arancia. Marco Polo vedde il pomo d'Adamo in Persia nel 1200, e lo nominò laysamù e zambau, e già noi abbiamo detto come Giacomo de Vitry nel XIII secolo lo rammenti fra gli altri agrumi da lui veduti nella Palestina, ove andò colle Crociate, e come sia ricordato questo agrume anche nello statuto di Fermo del 1379. Gli arabi Ebn-Alvas, ed Ebn-El-Awam, e Matteo Sylvatico, lo notano sotto varj nomi (1): ne parla padre Agostino del Riccio, il Mattioli, Agostino Gallo, e poi tanti altri scrittori botanici più recenti , dal che si vede come era fin da antico tempo comune ne'giardini nostri questo agrume, venutoci probabilmente insieme coi cedrati. Un altro agrume particolare per il suo frutto, che è odorosissimo e ricco di molta essenza nella sua scorza, è la così detta bergamotta o {citrus medica bergamium)^ che alcuni vogliono della razza dei limoni, altri delle arance, e che il Gallesio considera come un ibridismo di tutte due. Non è impiegata la bergamotta che per estrarne la ridetta essenza, della quale se ne fa molto uso nella profumeria. Il Ferrari non parla di questo agrume, cosicché parrebbe che a suo tempo non fosse stato in Italia. Il Voickaeraer lo descrive (2), ma fra i nostri Toscani del secolo XVI non lo trovo indicato , né da Agostino del Riccio, né dal Mattioli. Rensì nei quadri d'agrumi dei giardini medicei, dipinti dal Rimbi e Scacciati esistenti al Museo di fìsica e storia naturale superiormente rammentati, vi si trova effigiato questo agrume, col nome di pera bergamotta, razza d'arancia, dal che si potrebbe ritenere che fosse stato introdotto in Toscana sotto Cosimo III. Il Clarici che morì nel 1725, lo lasciò descritto nella sua opera Istoria cultura delle (1) V. Gallesio, Trail. du citrus, pag.l39. (2) Hesperid. Norimberg. L. 3, e. 26, pag. 185, lab. iSfiG. 222 piante, che fu stampata dopo la di lui morte; ed il Mi- cheli, quasi contemporaneo del Glarici, nota nel suo più volte citato MSS. questo agrume, col nome di mela bergamotta, la quale non pare che fosse allora molto comune, ma da lui vista nel giardino dei Marchesi Nic- colini in via dei Servi. Dalle tre principali qualità di agrumi, cedri, aran- ce e limoni, dei quali si è tenuto discorso, se ne sono formate poi tante varietà, spesso ibride per ragione di promiscuata accidentale fecondazione, di luogo e di clima, di cultura, o di altre accidentalità, come notò anche il Rumphio(l), dicendo, che tante sorte di agrumi in Europa variant per arlificiosam culturam, oculatiomm, et insilionem, cosicché non è possibile tener dietro alla storia della loro comparsa, e delle loro trasmigrazioni da un paese all'altro, e perciò neppure della introduzione loro in Toscana. Molte di queste varietà si sono appunto formate in certe località per mezzo di fecondazioni pro- mìscue, come ho detto, e queste si sono poscia diffuse col nome de! paese nel quale si produssero. Così il cedrato di Gandia, di Corfù, di Firenze, di Genova, di Salò ec; l'arancio di Portogallo, di Malta, di Palermo, di Geno- va; il limone di Galabria, di Amalfi , di Gaeta, di Por- togallo, di Salerno, di Savona, di S. Remo ed altri, sono varietà formatesi per caso nelle respettive località, e così hanno accresciuto la serie di queste piante. Della qual cosa ne abbiamo più manifesta prova in certe par- ticolari qualità di questi agrumi , di alcuni dei quali ab- biamo parlalo, come per esempio delle arance listate, ed altre molte. Ma più singolare poi abbiamo questo ibri- dismo in quell'agrume, che appunto dalla strana sua costituzione, è stato detto bizzarria. I frutti di questa, pianta sviluppatasi per caso dal seme nel giardino della casa Pianciatichi fuor di Firenze, (1) Herb. Amboin. T. 1, L. 2, e 40. 223 in luogo detto la Torre degli Agli, nell'anno 1644 cir- ca (1), sono un miscuglio di limone, di cedro e di aran- cio, e questi sono i più perfetti; talora sulla stessa pianta ve ne sono di semplice limone o arancia o cedrato, altri misti d'arancia e dì cedro, o di limone e d'arancia, o di limone e di cedro (2). Io non starò a dire la sorpresa che produsse questo bizzarro accozzo di tre specie di agrumi sulla medesima pianta, anzi sul medesimo fruito, né le varie opinioni emesse in allora per spiegare il fe- nomeno. Sul qual proposito molte cose dissero e si cre- dettero bizzarre quanto il frutto medesimo (3), fino a tanto che non si venne in chiaro, che la casuale fecon- dazione dei pulviscoli promiscuati delle tre specie di agrumi , aveva potuto produrre un ibrido , capace di rappresentarle nei suoi frutti (4). Ben presto moltipli- cata la bizzarria per innesti, si estese ovunque, ed ora è coltivata e conosciuta in quasi tutti i giardini (5). (i) La famiglia, cui il detto giardino apparteneva ed appartiene sempre è Pancialichi , e non Pandoiflni, come per un equivoco scrisse il professor Gaetano Savi nelle sue Notizie per servire alla storia del giardino di Pisa , pag. 25. (2) V. la mia Raccolta di fiori, fruiti ed agrumi , Firenze 182S, dove è dipinto dal vero un ramo con sopra tutti questi frulli svariali. (3) P etri Nati Florenl. phylologica observ. de malo limonio cilra^ lo, vulgo la Bizzarria. Fior. 1674. Maonì, De (lorent. invenlis, cap.iS, pag. 33; Clarici, Storia e cult, de! fìori, pag. 762; Risso Hlst. des orang. pag. 107. (4) Vedasi a questo proposito il metodo per fare le semente dei fiori, ed in parlicol. quello dei garofoU di Gius. Piccioli, Firenze 1788. Dove trattasi del modo di fare la fecondazione artiflciale per avere anche la bizzarria. (8) Il Risso {Hist. des orang. pag, 107) osserva clie la bizzarria è stata ottenuta casualmente anche altrove, poiché tale è Vauranlium callosum multiplex del Ferrari , pag. 407 , ed altre simili descritte neU'Hist. de l'Acad. R. de Paris 1711 , pag. 57 e 1712, pag. 52; e dice anche che La Pipe giardiniere del Duca d'Orleans sotto la reg- genza di Luigi XV, aveva delle arance di due, di tre, e fin di cin- que qualità di frutti in uno. Anche il Vallisnieri, nella Relazione di 224 XIV. Degli alberi da ornamento. Varj alberi destinati quasi esclusivamente all' or- namento dei parchi e giardini, e non originari d'Italia, ci sono stati importati dall'estero a varie epoche più o meno remote , ed ora vi si sono così ben naturalizzati da crederli spontanei del nostro suolo. Fra questi vi è da ricordare in primo luogo il platano [platanus orienta- lis) della famiglia delle amentacee o plantanee, giacché come disse il Mattioli (1) l'Italia per sé stessa non pro- duce i platani (2). Sono infatti questi alberi nativi del Levante e di molti luoghi dell'Asia, e fin da antico tempo vennero ricercati dai Romani, come lo racconta Plinio, per la loro grata ombra (3), ed a questo fine con- dotti dall'Asia per il mare Ionio all'isola Diomedea o di Diomede per circondare il sepolcro che vi era del ri- detto Diomede ; isola ora detta Pelagosa e celebre per esservi stata relegata Giulia figlia minore di Augusto, ed una delle moderne isole dei Tremiti nel Golfo Adria- tico, presso la costa di Napoli. Successivamente furono vari mostri ec. pag. 207, tav. Il , riporta un abizzarrla di limone e cedralo analoga al limone calloso detlo di sopra. (1) Discorsi in Dioscor.T. 1, pag. 148. (2) Il platano orienlale ha le foglie ampie, intagliate a lobi pro- fondamente dentati, e quasi palmati, è albero grandissimo che si estende mollo in largo coi suoi rami, e perciò dello platano, dal greco plalos , largo, ampio. Plalanus a lalUudine foliorum die la , vel quod ipsa arbor palula sii et ampia . Meursi , Arborei Sacruin , Lugdbal. 1642 , pag. 64. (3) Hist. nat. L. 12 , e. 1. Il pregio in cui era tenuta l'ombra dei platani presso i Romani , si rileva da Cicerone, che sotto di essa riunì a dispulare sugli offici dell'oratore, Crasso, Colla, Antonio e Sulpizio: da Virgilio (Georg. L. 4, v.246), da Orazio, (Carm.L. 2, ord. 11 e 13), da Ovidio [De rem. amoris, L. i. v. 141), da Marziale (L.9, epigr.Gi). Anche Platone fece disputare Seneca sotto l'ombra di questo albero. 225 trasferiti i plataDi io Sicilia, da dove Dionisio primo ti- ranno di detta isola gli portò a Reggio di Calabria, per adornarvi un suo giardino, e di qui si estesero nel resto dell'Italia. A Roma e nei contorni, vi furono introdotti , secondo la testimonianza dello stesso Plinio , da un li- berto di Marcello Esermino, a tempo dell'Imperatore Claudio. Del pregio grande in cui allora tenevasi l'al- bero del platano, seguita Plinio a renderne conto, col- l'annoverarne i più maestosi per grossezza, o per esser divenuti celebri in conseguenza di certe memorie istori- che annessevi (1). Né minore era l'ammirazione per questi alberi, anche appresso diversi popoli orientali, in epoche pili remote , poiché in varj luoghi della Scrittura (2) spesso si cita col nome dì Armon e Ngharmon, che in ebraico è il platano, come esempio di cosa grande e magnifica ; ed Erodoto (3) ed Eliano (4) raccontano, co- me Serse si innamorasse di un platano grandissimo da lui trovato nella Lidia. Vuoisi pure che delle tre verghe di Giacobbe una fosse di Armoni che alcuni male tradus- sero per castagno, ma che la volgata disse di plata- no (5), come lo crede che fossero anche l'Heidegger (6). Da tuttociò è facile il rilevare come fosse molto co- nosciuto dall'antichità la più remota il platano orientale, e come pure ne sia assai lontana l'epoca della sua intro- (1) V. Mattioli Discor. in Diosc. T. 1, pag. 149. Dizlon. d'ist. nal. trad. di Firenze ediz. del Baleiii , T. 18, pag. 28. Orazio Vale- riani (Ann. d'Agric. del Regno d'Italia di Filippo Re,T.l9, p. 155), cita nel 1813 un platano esistenle in Ascoli, che secondo delle me- morie autentiche aveva allora 5 secoli. Altri platani sterminati e vecchissimi si citano dal Castagna veduti da lui slesso in Oriente, ( Bibl. univers. de Genev. 1836, T. 6, pag. 193). (2) Genes. e. 30, v. 37. Ecclesiastici Liber. e. 24, v. 19. lizc chiel. e. 31, V. 8, ec. (3) Hislor. L. 7, Polyrania e. 30. (4) Var. histor.L.9, e. 39. (5) Genes. cap. 30, v. 37. (6) Exercil. de Jacob peregrin. Mesopol. T. 4, pag. 19. 226 dazione in Italia, dove fu sparso da per tutto ; e certa- mente fa maraviglia come sia stato tanto a diffondersi nel resto di Europa. In Francia di fatti non vi fu cono- sciuto avanti che il Buffon ne piantasse per il primo nel giardino del Re un individuo; dopo di che non molto, cioè nel 1754, Luigi XV ne fece venire altre piante dal- l'Inghilterra. Nella quale isola, soltanto nel 1548 vi fu importato da Niccolò Bacone , padre del famoso cancel- liere, e coltivato nel suo giardino a Verulamio. Final- mente nel 1756 , il Glusio ne ebbe una pianta da Co- stantinopoli , che piantò per la prima nel giardino di Vienna (1). Un'altra specie congenere più grande della pre- cedente ed ora comunissima in Italia ed in altre località dell'Europa, si è il platano occidentale {platanus occiden- talis) di foglie più grandi , i lobi delle quali sono meno profondamente incisi. E questo albero essendo nativo della Carolina , della Pensilvania e della Virginia in America, non potè per tal motivo esser conosciuto da- gli antichi. Esso è stato introdotto in Europa e prima in Inghilterra circa il 1640, da Gio. Tradescant (2), e di più nel tratto di tempo successivo anche fra noi, dove oggi giorno è preferito per adornarne le strade ed i viali, all'altro più antico. Non meno famoso del platano è per gli antichi Latini un albero , detto volgarmente Diospiro , Guaia- cana , e Falso loto [Diospyros lotus) (3) , della famiglia (1) Rarior. piantar, hisloria, L. 1, e. 6. pag. 9. Nel nuovo Doha- mel ediz. 2.» T. 2, pag. .3. Si dice che in Francia ci fu inlrodollo questo pialano dai Romani a' lempi di Plinio , io che sarebbe in cod- tradizìone con quanto i Francesi stessi dicono di Budon e di Luigi XV, e qui sopra citali. (2) Aiton, Horl. Kcwens. ed. 2.° T. 5, pag. 303. (.3) Il vero loto arboreo degli antichi è il zizyphus loius, (V. Spreng Anliq. botan e. 4, §. 72, pag. 62), ma spesso confuso col Diospiro, il quale perciò fu detto falso loto. Si è creduto che col legno di que- 227 delle Guaiacane , il quale benché esotico , è da renio- tissioio tempo coltivato in Italia. Il Mattioli (1), il La- mark (2), lo Sprengel (3), ed altri, lo fanno nativo del- l'Affrica settentrionale ; ed il Decandolle (4) lo dice spontaneo della China boreale e del Caucaso. Altri lo danno per originario dell'Italia, altri lo dicono anche nativo della Francia meridionale. Ma a questo propo- sito bisogna osservare che il Desfontaines ed il Poiret non lo incontrarono nei loro viaggi per la Barberia. In Francia il Decandolle (5) lo credette spontaneo , ma poi si disdisse, e lo riguardò come introdotto da antico tempo ; la qual cosa fu confermata dal Loiseleur-de- Longschamp nella sua Flora gallica (6), col dirci di que- sta pianta ex Oriente olim aliata , nunc quasi in Provin- cia et Occitania crescit. In quanto poi all'Italia , sebbene l'Allioni (7) lo abbia trovato salvatico nelle selve dei monti Turinesi , il Pollini (8) in quelle del Veronese e del Vicentino, il Mauri (9) in alcuni boschi dei con- torni di Roma , contuttociò l'opinione dello stesso Mauri e del Savi (10) è più razionale, volendo essi che il Dio- spiro o guaiacana sia stato introdotto antichissimamente in Italia dall'Oriente, ed in particolar modo dalle coste del Mar Nero. Infatti è indigeno di quei contorni, come slo albero fosse falla la croce per il marlirlo di S. Andrea , dal che fu dello legno santo, da non confondersi col vero legno santo o gua- laco {Guaiacum officinale), V. Mallioli , Disc, in Diosc. T. 1, p. 277. Cupani, Epitome, pag. 156. {!) Disc, in Diosc. Loc. eli. (2) Encyclop.bolan. T. S, pag. 428. (3) System, vegelab. T. 2, pag. 203. (4) Prodrom. Syst. natur. T, 8, pag. 228. (5) Flore fran^aise, T. 3, pag. 673. (6) Edil. 2.» T. 1, pag. 274. (7) Fior. Pedemonl. T. 1, pag. 133. (8) Flora Veronens. T. 3, pag. 232. (9) Flora Romana , p. 338. (10) Trattai, degli Alb. ed. 2.* T.2, pag. 73. 228 lo afferma il Belonio (1), il quale cita questo albero col nome di Trapesuntina arbor cerasifera ; e col nome poi dì dalleri di Trapesonda, Augerio de Busbeck ambascia- tore dell' Imperator Ferdinaodo primo presso la Porta, ne mandò una pianta al Mallioli (2). Quest'albero fu confuso da Teofrasto col loto degli antichi lotofagi, che é lo ziziyhus lotus , lo che egualmente fu fatto da Pli- nio (3), il quale per di più Io sbaglia anche con altro albero, il giracolo, Celtis australis, che pure era uno dei loti arborei degli antichi. Gli alberi grandissimi è longevi, che col nome di loti, Plinio (4) or ricordato racconta esserne a Roma uno sulla piazza del tempio di Lucina , ed un altro coetaneo, presso il tempio di Vulcano, come pure alcuni intorno alla casa di Lucio Crasso, celebri tutti per l'estensione dei loro rami , e per la molta ombra che facevano, si può ritenere che fossero non dell'altro loto o Cellis auslralis, come lo vor- rebbero il Mattioli (5), lo Sprengel (6) ed il Fée (7), ma piuttosto di questo diospyros lotus, il quale per la sua bellezza, il suo portamento e per l'estensione dei suoi rami , meritava di esser apprezzato e coltivato più che il Cellis, come l'osserva anche il Savi (8). Da tuttociò si (1) Observal. L. 1 , e. 44, in Clus, exot. pag. 44 (2) Disc, in Dioscor. T. 1, pag. 278. (3) Hisl. nal. L. 13, e. 17. (4) Hisl. nal. L. 16, e. 44, e L. 17, e. 1 (5) Disc, in Diosc. T. 1, pag. 276. (6) Anliquil. botan. pag. 49. (7J Nola 130 al Lib. 17 di Piin.trad. in Francese, ediz. di Pan- lioulie, T.9, pag. 136. (8) Tran, degli Alberi , ed. 2 » T. 2, pag. 73, e Giornale Agra- rio Toscano, T. 4, pag. 263. Vero è che il ccUis auslralis è albero che cresce lui pure moltissinao, poiché il Castagna { Bibl. univ. de Genev. 1836, T. S, pag. 195), parla di alcuni alberi di cellis esi- stenti vicino a Costantinopoli , che hanno un tronco della circonfe- renza dai 12 ai 18 piedi ; ed uno parimente grossissimo è a Galata nell'orto del Domenicani , ma le foglie del giracolo sono di un verde meno gaio di quelle del diospiro. 229 vede come il dìospiro fosse noto e portalo in Italia fin da remoto tempo , e come essendovi bene allignato, sia ora quasi che divenuto indigeno di molti luoghi della Peni- sola. La qual cosa dipende dal rinascere facilmente dai semi caduti dai suoi frutti , che sono polposi , dolciastri e mangiabili, ma da non farne desiderare la coltiva- zione per questo scopo , mentre più si apprezza come albero di ornamento. Un'altra guaiacana della Virginia {diospyros virgi- niana) di frutti più grossi , era già coltivata in Inghil- terra secondo l'Aiton (1) nel 1629 , e fu introdotta in Toscana verso il 1793 (2), e poiché è pianta americana, così non potè essere conosciuta dagli antichi. Uno degli alberi, più celebri, fin dalla remota an- tichità, è il cedro del Libano {Pinus cedrus L. o Abies cedrus Poir.), appartenente alla famiglia delle conifere. Fu detto del Libano perchè in addietro credevasi che fosse originario soltanto di questa località , ma in tempi a noi più vicini , ne sono stati veduti spontanei sulla catena del monte Tauro ed in quella dei monti Urali nell'Asia (3) ed anche al Monte Atlante in Affrica. Le antiche popo- lazioni orientali tennero in grande stima il cedro del Libano , non solamente per il suo maestoso e gigantesco portamento, e per la sua longevità , ma ben ancora per la solidità ed incorruttibilità del suo legno. Laonde nella Bibbia trovasi spesso ricordato sotto il nome di Erez ed anche di Sethim, Siltim ec. tradotto per cedro (4), es- (1) Horl. Eewens. edil. 2*^ T. S, pag. 478. (2) Savi, nel Giornale Agrario Toscano, T. 4, pag. 267. Non trovasi di fallo nel Catalogo del giardino botanico del I. e R. Museo del 1782. (3) V. Beìon. Obsermt. L. 1, e. 44, In Clus. exol. pag. 43. Pal- las Voyag. T. 2 e T. 3 in più luoghi. (4) Exod. cap. 26, 37 e 38. Levi», e. 14, v. 4. Ezechiel e. 17, V. 3, e. 27 e 31. Canile, e. 3, v. 9, e. 4, v. 14, e. S, v. 13. Eccle- siastici , e. 24 , v. 17. Psalm. 91, V. 13 e Psaira. 103, v. 16. Isaia, 230 sendo stato ben anche preferito da Salomone nella co- struzione del tenopio e del palazzo reale colle tante colonne di cedro, notato nella Scrittura col nome di do- mus saltus Libani (1). Questi alberi erano ai tenapi bi- blici abbondantissimi sul monte Libano, e vi formavano una foresta, dalla quale Hiram re di Tiro, concesse a Sa- lomone tutto il legno che gli abbisognò per i due or citati grandiosi edifici che fece costruire. A poco a poco, sono andati a diminuire e ridursi quasi a nulla (2). Per quanto e. 2, V. 13, e. 9, V. 10, Amos. e. 2. v. 9. Regum. L. 3 , e. 6, v. 10, IS, 18. L'Ursini arborel.bibl. pag.Ti , fa osservare che col nome di erez e di cedro sono siale comprese molle piante conifere o resinose diverse, e di più noia alla pag. 123, che Erez presso gli ebrei erano i cedri maggior! fra i quali principalmenlé quello del Libano, e thirza i cedri minori riferibili alle varie specie di ginepro. Il Siltim, per ai- cani è il legno del cedro del Libano scello, ma i 70 lo tradussero per legno impuirescibile in genere ; allri lo credono il larice. V. Ursini , I. e. pag. 317. (1) Regum. L. 3, e. 6, v.7. (2) Il Belonio {De arbor. conifer. , pag. 4) , dice averne Irovatl fra il 1546 e il i549 sul monle Libano solamente circa a 28. Il Rau- yfo\{ {Descripl. iiiner. P. 2. e. 12, pag. 280), ne rinvenne 26. Il Theve- not nel 16.d8. (Relat. d'un voyag. en Levanl. pag. 443), non più di 23. La Roque ( Vcyag. de Syrie el da moni. Liban. lom. 1), nel 1688, soltanto 20. Il Maundrel (Journey from. Aleppo lo Jerusal.) nel 1696, in numero di 16. Il Labillardiere (Icones plani. Siriae. decas.) dice avervene veduti 7 dei più grossi. Il Burkard nel 1800, ve ne coniò da 11 a 12, e quasi allretlanli ve ne riscontrò l'egregio giovine conte Tancredi Mosti di Ferrara nel 1830, che ebbe la gentilezza di comu- nicarmi le sue osservazioni, dicendomi che questi cedri da lui veduti erano immensi , non per altezza , ma per la grossezza del pedale e per l'espansione de' rami; che la loro bassa vegetazione era bella e vigorosa ; che presso a poco erano di un'eguale grossezza nei loro slerminiiti tronchi. Uno di questi più grossi aveva all'altezza da terra di un uomo, la circonferenza di 12 metri e 70 centimetri (braccia toscane 2| e 13 soldi), e cosi sottosopra si potevano dire l'uno per l'altro dalle 20 alle 22 braccia toscane di circonferenza. Questi sono alberi vecchissimi, e per tradizione riguardandoli come un avanzo di quelli servili a Salomone ger la costruzione dei due ricordati gran- diosi cdinzi , sono tenuti in una certa venerazione, dicendovi sotto di loro la messa nel giorno della Trasfigurazione , I preti Maronili , Greci 231 molto apprezzato dalla più lontana antichità il legname cedro, pur nonostante non fu cercato d' importare nelle contrade occidentali dell' Europa la coltivazione di que- sti alberi per lungo spazio di secoli. Di fatti Teofrasto e Dioscoride fra i Greci, Virgilio e Plinio fra i Latini, fanno menzione in più luoghi di cedri arborei grandi o piccoli , da alcuno dei quali ne sgorgava una resina odo- rosa, delta cedria. Ma questi scrittori hanno inteso dire piuttosto di alcune specie di ginepri (1) e non del cedro del Libano , o almeno nella confusione che hanno por- tata in queste loro indicazioni, non si può conoscere l'albero del Libano, né i commentatori antichi o mo- derni dei ridetti autori , hanno dato schiarimenti sodi- sfacenti su tal proposito. Forse il cedro di cui Teofrasto dice che cresce mirabilmente nella Siria (2) è il vero cedro del Libano ; come anche quello che Plinio ha detto chiamarsi cedrus ed anche cedrelate (3) ; il quale era usato per farne le navi in mancanza di abeto, dai re d' Egitto e della Siria , e formare le travi delle grandi fabbriche, come del tempio di Diana Efesia, non che quelle del tempio d'Apollo iu Utica , che aveva- ed Armeni. QaesU Immensi alberi calcolati sulla loro grossezza non possono avere meno di 1800 a 2000 anni (V. Duhamel, Nouv. ed. 2 , T. 5 , pag. 302). (1) Questi sarebbero V luniperus oxycedrus, l'I.communis, Vl.phoe- nicia l'I.lycia ed altre conifere ancora, tali che la l'huya arliculata che è II thyon di Omero. In antico furono molto stimate presso i Ro- mani le tavole cedrine fatte col legno di cedro del Libano, e forse an- che di alcuno degli altri cosi detti cedri resinosi , e non già col legno di cedro o cedrato. Queste (avole cedrine erano un oggetto di gran lusso, ed erano pagate a prezza esorbitante. Vedasi su di ciò Cicerone In Verrem. Plinio, Hist. nat. L. 13. e 15. Brasavola , exam.simpl. medicam. in episl. nuncupaloria. Matani , Memoria sopra i cedri, nel Giornale d'Italia del Grisellini, T. 2, pag. 268. Curii, Horlor. L. 30, pag. 402. GalJesio , Trail.du cilrus , pag. 232 in nota. (2) Hisl. pian. L. S, e. 9. (S) Hi$l.mt.L.i3, e. S, L. 24, e. 6. 232 DO 1188 anni quando Plinio scriveva la sua opera (1). Ma nondimeno resta un poco incerto se fossero questi alberi il vero Pinus cedrus, dubitandosi da taluno che fossero piuttosto riferibili al larice, Pinus larix (2), il quale bensì pare che non fosse noto a Teofrasto, giac- ché non ne parla nella sua Storia delle piante. Co- munque sì sia , fa molta maraviglia che slimandosi tanto il cedro del Libano, molti secoli si siano lasciati pas- sare, come ho già detto, prima di tentarne la coltiva- zione in Grecia ed in Italia , dove avrebbe potuto be- nissimo allignare, come ai giorni nostri si è speri- mentato. 11 primo paese d'Europa, nei quale, ma in epoca a noi assai vicina, s'introdusse quest'albero, fu l'Inghilterra, dove nel giardino di Cheslea ne furono piantali quattro nell'anno 1683 (3). Peraltro il Lam- bert (4) non dà per certo il tempo in cui accadde que- sta introduzione , e riporta altre epoche più moderne. Ma comunque si sia , dall'Inghilterra nel 1734 il Jussieu ne trasferi un individuo al giardino delle piante di Parigi, e questo fu il primo introdotto in Francia (5). Dall' In- ghilterra parimente , nel 1787 ne fu fatta venire una pianta per il giardino botanico di Pisa , dove ora mae- (1) Hisl.nal. L. 16, e. 40. Sesoslri fece fare di cedro il naviglio, che foderalo d'oro al di fuori e di argento al di dentro, offri al Dio de'Tebani { Diod.sicul.L.i , g. 2). La grandissima Galea di Deme- trio era di Cedro {Theophr.Hisl.pl L.S, e. 9. PHn. Hisl.nat.L.i6 , e. 40). II vascello liburnico di Caligola, era pur di cedro ( Svelon. in Calig. e. 37). (2) V.Stapel, Cowiwiene.tn Jfteophr.pag. 198. Plinio al L.16,c.40 ricorda come una maraviglia perla sua grandezza, una trave di la- rice fatta portare da Tiberio per costruire il ponte dei giuoctii na- vali a Roma. (3) Miller , Dici, dujardin. Bruxelles, 1788. T. 4, pag. 311. Ailon, Bori. Kewens. ed. 2 , T.5. pag. 321. (4) Descript, of the genus Pinus ec. London. 1832, 8.° P. 2 , pag. 91. (5) Nouv. Duharael, ed. 2, T.5 , pag. 302. nò Btosamente vegeta, e salia quale molli ragguagli ne ha ^ito , anche coir appoggio di altri autori, il Rocques nella sua Phylographie medicale, T. 3, pag. 60. (5) Cioè di pateriioslri di S. Domenico ; albero della pazienza ; ozarabac; fico d'Egitto; sicomoro falso; meliac; perlaro, Zaccheo; lacrime di Glob, 240 prima del XVI secolo , nel qual tempo per allro era sparsa in molti luoghi, li Mattioli dice che a suo tempo l'azederac si trovava per lo più nei conventi dei frali, dei cui frutti fanno le corone dei paternostri (1), anche Andrea Bellunense nelle interpretazioni delle voci arabe di Avicenna dice che questo albero detto dei paternostri si trova nei chiostri dei monasteri a Venezia ed a Pa- dova, ed il Bellonio (2) che viaggiò per l'Italia dopo il 1550, dice di averne vedute molte piante a Roma, a Ferrara, a Bergamo, a Verona ed a Venezia. Pier Antonio Michiel patrizio Veneto (3), amatore di piante del secolo XVI , in un suo manoscritto inedito, parlando di quest'albero, emette l'opinione che fosse portato in Italia dal Levante per opera dei frati zoccolanti per farne corone come si è detto; poiché il nocciolo di sei costole rilevale e quasi forato naturalmente, si presta a questo uso; e dice di pili che a suo tempo si cominciava a piantare per le campagne del Veneto , all'oggetto di sostenere le vili. La prima volta che in Toscana si trovi fatta men- zione dell'Azederac si è nel catalogo dell'orto botanico pisano fatto dal Veglia nel 1635; talmentechè si potrebbe credere che ci fosse stato importato poco prima di quel tempo (4). Giovanni Tradescant coltivava questa pianta in (1) Disc, in Diosc. T. I, pag. 308. (2) De neglccla slirp. cultura in Gius, exotlc. pag. 229. (3) Pier Antonio Miciiiel o Michieli, nacque nel tolO, e lasciò ciiiquu VDiumi MSS. aulografl. ora esislenli nella biblioteca di S. Marco a Venezia, col titolo di Erbario o storia delle piante, ed al voi. 3, carte 30, parla dell'Azederac sotto il nome di sicomoro fralisco o albero di lacrimi di S. Agioppo (S.Giob). In questo MSS.descrive in lingua italiana veneta da circ i mille piante, e ne dà delle rozze figure a colori , ma fra queste piante ne descrive diverse non ricordate da altri, prima di lui. Non bisogna confondere per la somiglianza del nomi questo Pier Anlonh) MicJiiel, con l'altro botanico fiorentino più distinto del secolo decorso Pier Antonio Micheli, che molte volte ho avuto occasione di citare. (4) Savi, sulla mdia àzederach naì Qiorn. Agrar. Toscano, T. 7, pag. 347. 241 Inghilterra nel 1656 (1). Taluni lo hanno confuso col sico- moro , ma già questo errore è stato avvertito dal Mat- tioli , dal Lobel , dal Dodoneo e da altri. In quanto al- l'utilità della coltivazione di quest'albero , può vedersi quanto ne disse il Savi (2). Nel 1749 il Cavalier Filippo degli Albizzi Fiorenti- no , nel ritorno dalla spedizione marittima delle Caro- vane dei Cavalieri di S. Stefano , portò da Costantino- poli i semi di un bell'albero detto Julibrissin (3) ; che seminò nella sua villa a Montefalcone , ed avendone dati anche ad altri suoi amici , le piante che ne nac- quero da questi semi crebbero ben presto, principalmen- te negli orti delle famiglie fiorentine Mormorai , e Pa- gnini, nella villa Bracci a Rovczzano, nel giardino Fru- goni a Pisa , ed in alcuni luoghi del Volterrano (4). Il Dott. Antonio Durazzini nel 1772 fu il primo che scrisse intorno a questa pianta una memoria, la quale esso les- se all'Accademia dei Georgofili, e nella quale descrisse i di lei caratteri botanici, assegnandole il nome di Albi- zia Julibrissin , in onore del di lei introduttore presso di noi. Questa è pianta originaria dell'Oriente e delle parti meridionali dell'Asia e della China , ed appartiene alla famiglia delle mimosee. Per un tempo fu confusa colla acacia arborea di Lin- neo (5), ma poi fu ben distinta dallo Scopoli (6), che la nominò mimosa Julibrissin; quindi il Wildenow (7) la (1) Ailon, Bori. Kew. ed.2, T.3, pag. 39. (2) Giora. A.grar. Tose. loc. cit. (3) Questo nome proviene dalla voce persiana ghul-ibrichim che i\\ dire del Fiscer, sigaiflca fiore di seta. V. Decand. Prodr.sysl.nal. veget. T.2,pag. 469. (4) V.Magazzino Toscano ec, T. 12, pag. 11, OUav. Targioni Tozzellì, Decades. observ.bolanicar.negU Ann. del Museo Fiorentino, T. l.pag. 41. (5) Spec.piant.T.2, pag. 1303. (6) Deliciae fior, et faun. lumbric. T.i, pag. 18. (7) Spec. plani. T. 4, P. 2, pag. 1065. 31 242 chiamò Acacia Julibrissin , nome che è prevalso fra i botanici , a motivo dei caratteri del genere acacia , cui più decisamente appartiene. Lo Sweet fa introdotta que- sta pianta in Inghilterra nel 1745 (1), dicendoci di più l'Aiton (2) che ve la portò Riccardo Bateman, e nel nuo- vo Duhamel (3) si legge, che fu nello stesso anno intro- dotta in Europa , dove ora questa pianta è divenuta co- mune , ed apprezzata come un bell'ornamento. La querce di ghiande dolci { Quercus ballota ) i di cui frutti sono mangiabili , e del sapore quasi della ca- stagna , sono dette anche ghiande di Spagna, perchè col- tivate abbondantemente in quel regno. Appartengono alla famiglia delle cupulifere, e sono originarie delle co- ste della Barberia, da dove probabilmente i Saraceni le portarono in Spagna. In Inghilterra vi furono introdotte nel 1718 secondo lo Sweet (4), ma in Toscana si conob- bero fino dal 1667, poiché il Redi (5) in una lettera del 23 Gennajo di detto anno, indiritta a Pietro Nati, gli dice esser questa ghianda venuta da Fessa in Affrica , ed essere chiamata dagli Arabi Scia-balut , cioè ghian- da dolce , dal che vellotas o ballotas furono dette dagli Spagnoli, cosicché Linneo conservò all'albero il nome di ballota aggiunto a quello generico di quercus. Pare per altro che al tempo del Redi, le dette ghiande dolci soltanto fossero conosciute e non le piante , poiché non si trovano registrale nel catalogo del giardino di Pisa fatto dal Tilli, né in quello di Firenze fatto dal Micheli. Più tardi bensì, ma tuttavia da varj anni addietro, si introdussero nel giardino dei Semplici , dove ne sono delle piante adulte nate dallo ghiande venute di Spagna a mio padre. (t) Bori. Britan. ed. 3, pag. 200. (2) Horl. KfW.ed. 2. T. 5, pag. 466. (3) Trait des .\rbr. ed 2, T. 2, pag. 93 (4) norl.lBrilan- ed. £3, p. 612. (.5) Opere, ediz. di Venezia, T. .5, pag 4s. 243 La Colreuteria ( Koelreuteria paniculata ) delia fami- glia delle Sapindacee, è originaria della China e del Nord dell'Asia , ed è un albero di mediocre grandezza , e di beirornamento nei giardini. 11 Laxmann professore a Pietroburgo avendo avuto questa pianta , la fece cono- scere nel 1771 , e la descrisse negli Atti dell'Accademia di quella città. Il Conte Giorgio da Coventry nel 1763 , la importò in Inghilterra (1), ed in Francia vi pervenne nel 1789(2); ma anteriormente a questa ultima epoca, e nei 1785 , viveva già nei Giardino del Conte de Frey- lin , a Buttigliera presso Marengo, come resulta dal catalogo di detto giardino, pubblicato a Torino in quel medesimo anno ; sicché in Italia fu la colreuteria colti- vata prima che in Francia. A Firenze nel 1801 è regi- strata fra le piante esistenti nel giardino del R. Museo di fisica e storia naturale , né credo avanti altri l'abbia coltivata in Toscana , o almeno non ho trovato memorie che lo provino. Sicché per noi si può fissare la sua in- troduzione presso a poco intorno all'epoca del 1800. Col nome di siringa e di lilac , si conoscono due arboscelli^della famiglia delle Siringee , coltivati ora in quasi tutti i giardini, ed ambedue originari della Persia, distinguibili principalmente per la forma delle loro foglie. Uno di questi che cresce più dell'altro, ha le foglie inte- re e fatte a cuore , e fa dei tirsi di fiori bianchi o vio- lacei chiari , e talora di colore più cupo. Questa spe- cie è detta dai botanici Syringa vulgaris. Il Clarici (3) narra che Augerio Busbek ambasciatore presso la subli- me Porta per l'Imperatore Ferdinando I, ne portò una pianta a Vienna , citando il Mattioli come fonte di tal notizia. Per altro il prefato Mattioli (4) non dice che il (1) Aiton, Horl. Km. ed. 2, T.2, pag 331. (2) Duhamel , Trait. des Arbr. ed. 2, T. 1, pa^. 163. (3) Storia e coltura delle piante , p. 343. f-i) Discors. in Dioscor. T.2, pag. 1297. 244 Busbek portasse a Vienna la pianta , ma Vimmagine mollo ben dipinta , che fu la medesima la quale riprodusse a stampa , ed invece narra di averne avuto dal Cortuso un ramo fresco e fiorito, nello stesso anno nel quale riordinò ed accrebbe la sua opera su Dioscoride , che cosi corretta dopo la di lui morte , accaduta nel 1577 , servì al Valgrisi per fare l'edizione in folio che pubbli- cò nel 1585; Io chesijjnifica che questa pianta era mol- to prima del 1577 già in buona vegetazione nell'orto bo- tanico di Padova, di cui era direttore il Cortuso. Quindi in Europa era stata introdotta la siringa prima del 1597, anno nel quale si vuole che ciò accadesse dai redattori del nuovo Duhamel (1), e perciò si potrebbe delta epoca del 1597 rifeiire alla di lei introduzione in Francia. In Fi- renze rilevasi dal P. Agostino del Riccio (2) che già avanti al 1595 si trovava nei giardini di Firenze, nei quali dice che era pianta nuovamente venuta. In Inghilterra , per ciò che si legge nell'Aiton (3) , fu importata da Giovanni Gerard nel 1597. L'altra siringa o lilac d'apparenza più fruticosa, piìi piccola e colle foglie lanceolate , ma più spesso anche intagliate e pennatofesse , coi tirsi di fiori più minuti, variabili egualmente che l'altra per i colori , si distingue dai botanici col nome di Syrinya persica. Questa pure è stata conosciuta in Europa da molto tempo , ed an- che prima dell'altra , poiché l'Aiton (4) ne assegna l'epo- ca della di lei introduzione in Inghilterra per opera di Gio. Tradescaut al 1640. Il Mattioli per altro parla della prima e non di questa , e cosi il Rauhino (5). Il Clerici (1) Duhamel , Trail des Arhr. ed. 2, T. 2, pag. 206. (2) Agric. teorica MSS. carte 128 , Agric. Sperira. MSS.vol.2 irte 703. (3) Horl.Kew.ed. 2, T. 1, pag. 24. (4) lIi)rLEew.e(i.2,\oc.cil. (U) Hisl. piantar. T.ì,P. 2, pag. 204. 245 la descrive nelle sue opere, e nel 1780 era coltivata nel Giardino botanico dello Spedale di S. M. Nuova. La Chetmia o Ketmia {Hybiscus syrimus), della famiglia delle malvacee , è un grazioso frutice per i suoi fiori variabili dal bianco, al rosso, al violaceo, al varie- gato , e per essere scempi o doppi. È originario questo fruticetto della Siria, secondo Linneo; e per di più, al dire dello Scopoli , del Wildenow, e del Decandolle , anche della Carniolia; ma forse polrebbesi dubitare , da quello che ne riferisce a questo proposito lo Scopoli stesso (1) che fosse reso spontaneo per antecedente coltivazione. Alla quale opinione potrebbe essere d'appoggio ciò che il Pollini parimente ne dice (2) , vale a dire che coltivato per siepi nelle campagne Veronesi e del Friuli , vi rina- sce da sé qua e là , ed apparisce spontaneo. E questa opinione è convalidata dalle osservazioni fatte a questo proposito dal chiarissimo Bertoloni (3). L'Aiton ci infor-r ma che questa pianta era coltivata dal Gerard in Inghil- terra nel 1596(4). A Firenze peraltro vi doveva essere coltivata contemporaneamente e forse anche prima , poi- ché il Padre Agostino del Riccio, che scrìsse in quel medesimo anno la sua opera (5), ci racconta che questa pianta da lui chiamata bamia o altea arborea, era già coltivata a suo tempo in Firenze nei giardini del Cav. Niccolò Gaddi da S. M. Novella, di Alessandro Acciajuo- li dalla Porta al Prato, del Granduca alle stalle, ora giardino dei Semplici nel Maglio, e fuori della città a Colorabaja nella villa del Somraaja. Dimodocbè essendo allora la chetmia tanto sparsa , ed essendoveoe una nel (1) Flor.CnrnioUca.T.2, pag.45. (2) Fior. Feroncns. T. 2, pag. 436. (3) F/or. /(«/T. 7, pag. 288. (4) ffort. ffm. ed. 2,T. 4, pag. 227. (5) Agricoli. Spetim. MSS. voi. 1, carte 168, e Agricoli, teorica MSS , cario 2«. 246 giardino del Granduca alta più di un uomo, come il medesimo del Riccio assicura averla veduta , ci auto- rizzerebbe a ritenere che fosse stata tal pianta introdotta nei giardini di Firenze , qualche anno avanti all'epoca citala del lo96, e per conseguenza anche prima che in Inghilterra. Dacché fu scoperta l'America , e che fu trovata la strada per le Indie orientali, superando il capo di Buona Speranza , la navigazione per queste parti divenne sem- pre più attiva , si aumentarono le perlustrazioni dei viaggiatori nelle due Indie , e si vennero a conoscere molte nuove ricchezze anche in fatto di vegetabili. L'America settentrionale ci somministrò molte piante sue proprie, che per la rassomiglianza del clima si son potute trasportare ed allignare nell'Europa più meri- dionale , di modo che tanti alberi incogniti a noi per lo addietro, sono oggimai accomunati nelle nostre cam- pagne. Questa importazione per altro non cominciò che nel secolo XVI , crescendo sempre più nei secoli suc- cessivi, tantoché ora, non solamente da tutta l'America settentrionale e meridionale , ma da tutte le provincie delle Indie orientali , e dalle varie parti dell'Australia, ci pervengono nuovi vegetabili in tanta copia , da non poter tener dietro alla storia della loro introduzione. Ed in quanto ad alberi , l'America settentrionale si è quella che più ci ha arricchiti ; e di questi prin- cipali ora ne darò un breve cenno. Sotto Enrico IV re di Francia nel 1600 Giovanni Robin ebbe dal Canada i semi della acacia falsa gag- gia, detta dopo in onore di tal botanico Robinia pseudo- Acacia, e gli seminò a Parigi. Quasi contemporanea- mente altri ne pervennero dalla Virginia nell' Inghil- terra , e da questi, seminati nei due ricordati paesi, se ne produssero molle piante , colle quali fu facile il pro- pagare la specie da per tutto il resto dell'Europa. La 247 Robioia o Acacia è uà albero che apparlieoe alla fami- glia delle| Leguminose , ed è originario della Nuova York, della Pensiivania, del Maryland, della Carolina, della Virginia ec. nell'America settentrionale. Il Cla- rici (1) è il primo in Italia a parlarne, ed a descriverla nella sua opera pubblicata a Venezia nel 1726, dopo la sua morte. Maria Teresa nel 1750 , procurò introdurne le piante in Germania (2). Posteriormente nel 1796 l'Im- peratore Francesco d'Austria ne incoraggiò la cultura in lutti i suoi slati (3). Mio padre nel 1780 avea veduto nell'orto botanico di Padova ed anche a Monselice questa pianta, e ricevutine poi di là i semi nel 1788, gli seminò nell'orto botanico dell'Arcispedale di S. Maria Nuova a Firenze, dove una pianta rilevata nell'albereta vi crebbe a maraviglia, tanto che nel 1795, all'occasione della soppressione del detto giardino , fu trapiantata in quello dei Semplici , dove crebbe semprepiù , abbenchè stroncata dal vento e riannestata con fasciature apposite. Questa pianta pertanto si deve ritenere come il secondo se non il primo individuo di questa specie introdotto in Toscana (4), Posteriormente nel 1796 il Granduca Fer- dinando Ili , fece venire direttamente d'America dei se- mi di questa Robinia, che distribuì ai giardini del Pog- gio a Cajano e di Roboli, ed al Canonico Zucchini , il quale nel 1800 pubblicò una sua lezione sulla cultura e usi dell'Acacia o Robinia, che male a proposito annun- (1) Islor.e colliv.delle piante ec.p.S63. (2) Zucchini , Sulla cultura dell'Acacia ec. 1800, pag.8. (3) Porla, Istruzione perla semlnaz. e Irapianlazione dell'albero acacia ec. Trieste J802, pag. 5. (4) Oltav.Targioni-Tozzelti, Lezioni d'Agric.T.4, pag.76./d. Isli- tuzioni Botan. l.'' ediz. pag. 110, e 3.^ edlz.T.3. pag. 99. Pare a vero dire che nel 1782 ne esistesse una pianta nel Giardino Bolanico del Museo di Firenze , trovandosi nolald nel catalogo delle piante di detto giardino per quel medesimo anno. Per altro la propagazione di tale albero, si deve ai semi avuti da quello seminato da mio padre. 248 zio come albero dì nuovissima introduzione , senza ri- cordarsi di quello già adulto che aveva nel giardino dei Semplici sotto la sua direzione , e del quale ho qui sopra parlato. Dalle surriferite epoche pertanto, nelle quali si procurò di moltiplicare la Robinia , essa è semprepiù divenuta comune, e si può dire naturalizzata in Italia, con molto utile dei di lei coltivatori. II Tulipifero ( Liriodendro n tulipifera) è della fa- miglia delle Magnoliacee, ed è nativo del Canada, della Virginia, e di altre parli dell'America settentrionale, dal capo della Florida fino alla Nuova Inghilterra. È al- bero di bell'aspetto e che cresce molto, citandosene dal Cubieres (1) di venti piedi, e dal Catesby (2) di trenta piedi di circonferenza; ed oltre a ciò presso il Miller (3) si trovano ricordati molti grandiosi tulipiferi in varie parti dell'Inghilterra. Noi dobbiamo l'introduzione di questo albero in Europa agli Inglesi , i quali secondo lo Sveet (4) ve lo portarono nel 1663, E difatti si rileva da Paolo Hermann che in detto anno ne era nata una pianta nel giardino di Lord Norfoick vicino a Londra , dove esso Hermann ve la vedde abbastanza grande nel 1683. Di più questo medesimo botanico ci dice che nel 1684 ne ebbe dei semi dalla Virgina , che bensì non nacquero , ma con- tultociò nel catalogo che egli fece nel 1686 dell'orto botanico di Leida , vi registrò quest'albero allora del- l'altezza di un uomo, da supporre che almeno fosse nato da due o tre anni avanti (5). In Francia vi fu introdotto il tulipifero molto più tardi, perchè solamente nel 1732 (ij Mem. sur le Tulipier ec. Versailles 1803 In 8vo. (2) The naturai liisl. of Carolina ec. T. 1, pag. 48. (3) Dict.des Jardin.T.7, pag 427. (4) Bori. Bril. ed. 3. pag. 16; ed Ailon. Bori. Kew. ed. 2, T.3, pag. 329. (5) Horl. Lugdunobalav. pag. 614. 249 l'ammiraglio GalissonDiere, che dall'America settentrio- nale trasferì molli altri alberi , portò dei semi del Li- riodendro, i quali furono seminati in un giardino del Re a S. Gerraaine en Laye. Tre sole piante ne nac- quero, le quali furono collocate in diversi giardini, ma di queste una sola sopravvisse in quello presso Versail- les, spettante al Sig. Cubieres, superiormente citato, dai semi del quale in seguito se ne poterono moltiplicare le piante (1). In Italia non erano ancora i Tulipiferi al tempo del Clarici, cioè avanti del 1725, anno in cui cessò di vivere questo scrittore; poiché nella sua opera postu- ma (2), dopo aver descritto questa pianta, sopra le re- lazioni dì altri, considerando che vìve bene in Inghil- terra paese più freddo del nostro, mostra desiderio che venga introdotta fra noi come albero di bella forma. Quindi è che in Italia bisogna ritenere essere stato il Tulipifero importato dopo l'epoca della morte del ri- detto Clarici, né mi è riuscito trovare in qual parte della nostra Penisola, né in qual tempo vi fosse primi- tivamente importato. In Firenze so per certo che la prima volta fu fatto venire al giardino botanico dei Semplici da mio padre nel 1802 , e credo che questo sia stato il primo introdotto in Toscana , dai semi del quale in seguito se ne sono ottenute delle altre piante, che sono slate poi via via sparse in altri giardini. Dopo 50 anni precisi questo albero divenuto grandissimo, è slato necessario abbatterlo , benché vegeto e vigoroso , per dar luogo alla vegetazione di altre piante. Fra gli alberi più belli che siano stati iulrodottì in Europa nel secolo decorso, non può tacersi la Magnolia [Magnolia grandiflora) f della famiglia delle Magnoliacee, (1) V. Cubieres, Meni, sur le Tulipler, citala. (2) Islor. e coli, delle piante ec. pag. 312. 32 250 la quale è originaria delle foreste della Florida e del Ca- nada nell'America settentrionale. Nel 1732 ne fu posta una pianta, portata dal Mis- sisipi , a Millery presso Nantes in Francia, e quasi nello slesso tempo o poco dopo , se ne trovavano alcune pian- te al giardino di Trianon , che non florivano ancora (1). Due anni dopo, cioè nel 1734, fu la Magnolia introdotta da Giovanni Golliton in Inghilterra (2), e nel 1739 ci racconta il Miller (3), che ve ne erano in vari giardini delle piccole piante ; la maggior parte delle quali perì io codesto medesimo anno , per l'eccessivo freddo di quell'inverno. Frattanto moltiplicatesi le piante della magnolia per opera dei giardinieri inglesi , poterono es- sere sparse in altri paesi , e fra questi la Toscana ne ebbe una pianta per cura del Prof. Giorgio Santi , che la fece venire da Londra , e piantare nel 1787 nel giar- dino dell'Università di Pisa (4). Quasi contemporanea- mente il Conte Piero Bardi ne fece venire a Firenze altra pianta da Londra , che pose nel giardino del pa- lazzo Guicciardini ; e tanto questa che quella di Pisa ebbero a soffrir molto nello straordinario freddo del 1789; ma ripreso poi vigore, quella di Pisa cominciò a fiorire nel 1798 , l'altra un poco più tardi , ed ambe- due ora sono diventate grandi e maestosi alberi , e sono i primi stati introdotti fra noi. Da essi successivamente o per semi o per margotti se ne sono fatte tante molti- plicazioni, da poterne diffondere per tutto le piante, le quali adornano maestosamente non pochi dei nostri parchi e giardini. (1) DiziOD.diScienz.nal. trad. In Ital. pubbl. dal Balelli, T. 14, pag. 71. (2j 4llon , Horl. Eewen. edlz. 2 , T. 3 , pag. 329 , Sweet Hort. Brilan. ediz. 3, pag. 17. (3) Dicl.des Jardin.T.4, pag. 507. (4) V. Savi Fior. Hai. T. 2, pag. 7; Id. Sullo stablUmeoto di nuovi gen. di piante, pag. io. 251 Nativo della Virginia è il noce nero ( Inglans nigra ) della famiglia delle luglandee , male a proposito da ta- luni creduto quello che dà il legno per mobilia detto noce d'India. È un albero grandissimo importato dal- l'America settentrionale in Inghilterra noi corso dell'an- no 1629, e di là sparso nelle altre parli d'Europa. In Toscana sono molli anni che vi vegeta, senza poter dire in quale anno fosse introdotto , poiché non si trova in- dicato nel catalogo dell'Orto pisano del Tilli , né in quello dell'orlo Fiorentino del Micheli pubblicato nel 1748. Soltanto per la prima volta lo trovo figurare nel catalogo del giardino botanico del Museo di Firenze del 1782 , e quindi in quello dello Spedale di S. Maria Nuova di Firenze nel !789. Oggigiorno è albero sparso in molli luoghi , vivendo bene nel nostro clima , e di- venendo assai elevato , ma mette le foglie più tardi e le perde prima di ogni altro albero. Egualmente della Virginia è un bellissimo acero detto Negundo , ed Acer Negundo da Linneo, ora di- stinto in un genere a parte dal Decandolle sotto il nome di Negundo fraxinifolium, della famiglia delle Acerlnee. In Inghilterra vi pervenne dagli Stati Uniti, e nel 1688 vi era coltivato dal Vescovo di Compton (1). È albero grande che cresce presto , ed è stato proposto per so- stenere le viti nelle località di pianura, essendo che ha i rami radi e poco vestiti di foglie, cosicché non fa gran- de ombra. In Toscana fu introdotto la prima volta nel giardino botanico di Pisa nel 1793, e di là per via di margotti , piuttostoché di semi , fu propagato e reso comune. Il Cipresso Gaggia è del pari originario della Vir- ginia , come anche della Carolina , della Florida, della Luigiana e del Messico. Appartiene alla famiglia delle (1) Alton , Hort. Kewens. ed. 2, T. 3, pag. 449. 252 Conifere , e fu detto Cupressus disticha e Schubartia » ed ora si conosce col nome di Taxodium dislickum datoli dal Richard. È albero che cresce mollo , cosicché secondo il Caslesby se ne trovano nell'America Setten- trionale degli individui di 30 piedi o circa 15 braccia di circonferenza nel loro tronco. Perde le foglie nel- l'inverno, ma tuttavia è un bell'albero, che ama i luoghi palustri , e rendesi perciò utile per vestire i ter- reni di tal natura. In Inghilterra secondo lo Sweet (1) e l'Aiton (2), vi fu introdotto circa il 1640 da Giovanni Tradescant. In Francia il La-Galissonniere ne mandò d'America i semi nel 1748, che per altro non nacquero, non sapendosi aver essi bisogno di terreno umido ; ma Duhamel successivamente avendone avuti altri, ed aven- doli custoditi convenientemente , potè ottenerne delle piante (3). Il Pelli Fabbroni (4) altrimenti ci espone queste epoche; e riportandosi a quanto ne disse nel 1786 alla Società d'Agricoltura di Parigi il Fougerox de Bou- daroy , ci narra che fu questo albero introdotto in Eu- ropa nel 1697 , spedito dall'America in Inghilterra da Enrico Gompton ad Ugo Commines, Quindi nel 1745 furono dalla Luigiana spedili i semi a Duhamel dal sopra ricordato Conte De La-Galissonniere, allora gover- natore del Canada. Da quelle epoche in poi , tanto nei contorni di Londra che di Parigi , se ne moltiplicarono assai le piante, da poterle fornire ad altri paesi. Nel 1796 questo albero fu introdotto a Pisa , e già nel giardino botanico dei Semplici di Firenze nel 1827 , molte piante disponibili ve ne erano nate dai semi pervenuti diret- tamente dalla Nuova- Yorck. Ora si trova sparso in vari {IJ Horl. brìi. ed. 3, p. 623. (2j Horl. Kcwens. ed. 2, T. 3, p. 323. (3J Duhamel, Trail. des arbr. 2 edil. T. 3 , p. 9. (4) Del cipresso gaggia. Memoria negli AHI dei Georgofìll 1831 T. 9, p. 131. 253 luoghi della Toscana , ma non con quella estensione che sarebbe desiderabile , considerati i suoi molli pregi (1). Grande e maestoso albero si è parimente il tiglio argentino , il quale ricevè vari nomi come, di tilia ro- tundifoUa , tilia alba, e tilia argentea , AeW a famiglia delle Tiliacee , il quale si vuole originario dell'Unghe- ria, ed egualmente al dire dell'Aiton dell'America Set- tentrionale. Oltre di che il Brouguiere e l'Olivier lo trovarono nelle campagne di Coslanlinopoli (2). Non è molto che è slato sparso per l'Europa, riscontrandosi che nell'Inghilterra vi fu importalo nel 1767 da Giacomo Gordon , e di qui dall'Ailon ne furono mandate alcune piante a Thouin , ed a Gels a Parigi verso il 1781 (3). In Toscana il primo che venne, fu al giardino botanico dei Semplici a Firenze nel 1804 , essendo adesso uno degli alberi i più grandi e di bello aspetto per il can- giante del verde nel biancastro che fauno le sue foglie agitate dal vento, e formanti una bella chioma com- posla regolarmente. Dalia Virginia, dalla Carolina, e dalla Luigiana , dove è spontaneo , venne in Europa un altro albero molto grande dello Gledilschia triacanlhos, portato in Inghilterra nel 1700 al riferire del Aiton (4) dal Ve- scovo di Compton. Di questa Gledilschia ve ne è una varietà senza spine , mentre la specie primitiva le ha grosse , resistenti , e ramose. La varietà non spinosa era conosciuta in Firenze da molto tempo , perchè il Micheli la registrò e descrisse nel suo catalogo dell'Orto botanico fiorentino fatto nel 1736, dove già vi era da (1) Intorno a ciò ved. Cubiéres nelle Mem. de l'Insiti, de France 1809; e Pelli Fabroni, I\Iem. sul cipresso gaggia di sopra dialo. (2) Duhanoei , Tiail. des arbres ec. ed. 2, T. 1, p. 231. (3J Lamark, Encyclop. botan. T. 7, p. 682. (4) Hort. Kew, ed. 2, T. 3, p. 474. 254 tre anni in addietro (1). Questa pare la prinaa pianta venuta , giacché anche nel catalogo del giardino bota- nico di S. M. Nuova del 1780 , trovo nominata questa, e l'altra varietà spinosa egualmente. Il Tilli che nel 1723 compilò il catalogo dell'orto botanico di Pisa, non ram- menta né r una né l'altra di queste varietà, e perciò si deve ritenere che la Gleditschia venisse per la prima volta al giardino dei Semplici in Firenze, all'epoca ri- cordata del 1736 , e forse anche prima. Il pero di fior doppio, o pero florido (Pyrus coronaria) della famiglia delle'.Rosacee pomacee, che caricandosi di molli fiori, fa bellissima mostra di sé per adornare i giar- dini, nasce spontaneo nella Virginia. Di là fu importato nel 1724 in Inghilterra da Roberto Furber (2) , e fra noi per la prima volta pervenne dall' Inghilterra mede- sima nel 1787, al giardino botanico di Pisa , dove pre- sto fruttificando, somministrò coi suoi semi gran quan- tità di pianticelle , che furono sparse da per tutto. Venne pur anche dall'America in Inghilterra il gi- nepro della Virginia ( Juniperus virginiana) nel 1664, o per lo meno in quell' anno vi era coltivato da Gio- vanni Evelyn (3), e ben presto si sparse in tutta Eu- ropa , essendo albero di facile propagazione , ed amanle di qualunque terreno sterile ed ingrato. Ma non soltanto queste che ho fin qui ricordate , furono le piante che ci pervennero dall'America del Nord, giacché nel corso del XVIII secolo e del presente, fu tanta la copia di piante fiorifere e di alberi da orna- mento pei nostri giardini d' Europa , che non riesce star dietro alla esalta indicazione delle epoche nelle (1) Miclieli, Calalog. plani, horli (lorenl. edil. ab lo. Targioni Tozzelli, pag. 2, sollo il nome di Acacia Americana non spinosa. (2) Ailon , Horl. Kew. ed. 2, T, 3, p. 209. (3) Alton. Horl.Kewens. ed. 2, T. 8, p. 414. 255 quali ci pervennero (1). Oltre di che l'America meri- dionale ci ha dato ben anche altre piante, che per quanto Io può tollerare il clima nostro , sono riuscite di vantaggiosa coltivazione nel nostro suolo. Tale infatti è stata la gaggia odorosa (Acacia Far- nesiana) della famiglia delle Leguminose mimosee. Molto apprezzata è fra noi in Toscana ed altrove questa gag- gia , la quale era slata messa da Linneo nel genere mi' mosa. Essa è da gran tempo coltivata molto nelle cam- pagne attorno Firenze per i suoi odorosissimi fiori , tenendone le piante in buone esposizioni. Nel 1611 nacquero varie piante di questa gaggia nel giardino del Cardinale Odoardo Farnese a Roma , dai semi per la prima volta portativi direttamente dall'Isola S. Domin- go , di dove la gaggia è indigena , e delle quali piante una ne fu donata al granduca di Toscana Ferdinando II nel 1622 (2). Successivamente dai semi ottenutine da questi individui a Roma ed a Firenze , si propagò la specie in tutto il rimanente dell'Europa, e nell'Inghil- terra ci fu introdotta nel 1656 (3). 11 Clusio (4) dice aver veduto nel giardino del sig. Brancton a Machlin alcune piante del così detto impropriamente albero del pepe, o molle (Schìnus molle) albero nativo del Perù , spettante alla famiglia delle Terebinlinacee, e ciò accadde avanti al 1605, vale a dire (1) L'Aiton e lo Sweel più volte citati, ci forniscono l'indicazione dell'anno in cui le varie nuove specie di piante furono importale nel- l'Inghilterra ; e poiché da questo regno furono più presto o più tardi diCfuse sul continente Europeo, cosi da quei dati si può congettu- rare approssimativamente anche l'introduzione di dette piante in Italia. (2) Aldini, Descripl. var. plani, in horl. Farnesiano ec. Roraae 1625. (3) Sweet, Horl. brit. ed. 3, p. 199, (4) Not. ad Nicol. Monardes. Simpl. medicam. hist. cap. 24, in Exolicor. p. 323. ^256 appena finito 11 secolo XVI. E già dalla Spagna nel 1570 circa, !o sfesso Clusio no aveva avuto un ramo coi frutti, sul quale esemplare ne fece il disegno che pubblicò nella sua opera ; quindi nel 1596 ne ebbe altri rami della varietà di foglie non seghettate nel contorno. Pare perciò che fosse dal Perù importato in Spagna , prima del 1570, avanti che altrove, essendoché nell'Inghilterra ci informa l'Aiton (1) e lo Sweet (2) , che fu introdotto nel 1597. Io alcune schede Mss. di monsignor da Som- mala esistenti nella librerìa Maglìabechiana (3) vi si trova ricordato che lo Schinus o arbor molle fu mandato a Venezia a Niccolò Contareno nel 6 ottobre 1629 , da dove probabilmente si diffuse in altre parti d'Italia. In quanto alla Toscana non si trova registrato nel cata- logo del Giardino botanico di Pisa del 1723 fatto dal Tilli, né in quello del giardino di Firenze del 1736 fatto dal Micheli , lo che fa supporre che fosse fra noi introdotto dopo quest'ultima epoca. Nel 1780 per altro è notato nel catalogo dell'Orto botanico dello spedale di S Maria Nuova, ma non trovo in qual' epoca vi fosse stato portato. A Livorno pochi anni addietro ne viddi alcune grosse e vecchie piante nel giardino della villa Foà a Monte-Rotondo , ma ignoro a qual' epoca vi fossero state piantale. Avendo le foglie un forte odore e sapore di pepe, si credeva che fosse l'albero del pepe; ora è poco coltivato , non essendo capace di resistere troppo ai freddi dei nostri inverni , meno che difeso in buone esposizioni. Gli antichi non hanno avuto cogni- zione di questa pianta , e col nome di Schinus hanno conosciuto il lentisco o sondro ( Pistacia lentiscus ) , (1) Rorl. Eew. ed. 2, T. 8, p. 401. (2) Horl. brilann. ed. 3, p. 34-4. (3) V. Gio. Targioni Tozzedi , Selva dJ notizie sull'orlg. e prog. delle scienze Osictie In Toscana, MSS. voi. 9, carie 156. 257 del quale perciò Intese parlare Daniele nelle sue pro- fezie (1). Di recente introduzione in Europa si è l'Araucaria, del qual nuovo genere stabilito da Jussieu , due specie ora sono ben note fra di noi , cioè l'araucaria imbricata nativa del Chili , e 1' araucaria brasiliensis del Brasile. L'araucaria imbricata, la prima conosciuta, fu posta al genere Pinus dal Molina (2), il quale tuttavia era persuaso che dovesse essere separata dai pini. Più lardi fu posta nel genere Dombeya dal Lamarck, per onorare la memoria di Giuseppe Dombey botanico e viaggiatore. Quindi fu collocata nel genere Columbea fatto dallo Smith , per memoria di Colombo scopritore dell'America ; ma contuttociò il nome araucaria è pre- valso, desumendolo dal paese degli Araucani, dove ab- bonda questo albero. Cresce l' araucaria fino all' altezza di 260 piedi, ossia circa a 130 braccia, e viene anche proporzionatamente grossa, poiché il Molina che la de- scrisse , racconta di averne veduto uno di questi albe- ri , giunto appena al decimo della sua ordinaria gran- dezza , il quale aveva più di 12 piedi (circa sei brac- cia ) di circonferenza nel suo tronco. Questo nuovo ve- getabile per r Europa , fu importato in Inghilterra nel 1796 dal Menzies (3), ed in Firenze fu introdotto dal marchese Giuseppe Pucci nel giardino del suo pa- lazzo in via dei Cresci , facendolo venire da Parigi , e ciò all' incirca verso il 1822, ed egualmente il marchese Cosimo Ridolfi poco dopo questa epoca , cioè nel 1825 ne fece venire da Sciambery altra pianta per il suo ricchissimo giardino di Bibbiani presso Capraja, la quale vi è prosperissima , e dalla quale se ne sono propagate (1) Gap. 13, V. 54. Nane ergo, si vidisli eam , die sub qua ar- òore vìderis eos colloquenles sibi. Qui ail: sub schino. (2) Saggio sulla stor. natur. del Chili , ediz. 2, pag. 166. (3) Aiton, Hor. Kew. ed. 3, T. 5, p. 4l2, 33 258 molte altre piante. Che anzi questo individuo è stato questione se possa essere specie distinta , tanto che per le osservazioni del prof, Pietro Savi , sembrerebbe do- vere essere nuova , e perciò fu da lui intitolata Arau- caria Ridolfiana (1). Il Raddi essendo al Brasile nel 1818, osservò nelle stesse vicinanze di Rio laneiro , dove nei 1769 il Banks ve ne aveva raccolti degli esemplari, un'altra specie di araucaria , detta dai Portoghesi pinheiro brazilico , che riconobbe diversa da quella del Chili, e che perciò nominò Araucaria Brasiliensis, avendone al suo ritorno in Firenze portati dei semi , che per altro non nacque- ro , forse per aver sofferto nel lungo viaggio. Frattanto nel 1816 la pianta fu importata nell' Inghilterra (2) , ed altri semi pervennero in Europa, i quali nacquero in vari giardini di coltivatori, e specialmente a Sciam- bery in Savoia , da dove ne furono sparse le piante , sebbene per molto tempo confuse coli' altra specie del Chili già detta , ossia l' imbricata. Il Raddi al suo ri- torno dal Brasile ne portò gli amenti ed i frutti , sui quali il prof. Bertoloni dette una descrizione della pianta, chiamandola columbea angustifolia (3) , e quindi il Raddi medesimo nel 1824 in una sua memoria letta all'Accademia dei Georgofili (4) ne parlò, descrivendola esso pure. Contemporaneamente ai progressi che la botanica e l'agricollura europea facevano , acquistando dalle In- die occidentali ricca suppellettile di vegetabili , anche le Indie orientali di già rese più accessibili per la fa- ll) Alti del 3.** Congresso degli sclenz. ilal. in Firenze 1851, p. 439; Ridolfl, Catalogo delle piante coltivale a Blbbiani , e cenni sa qualcuna delle nnedesime. Firenze 1843, pag. 7. (2) Sweet , Horl. bril. ed. 3, p. 623. (3j Opusc. sclenlif. di Bologna, T. 3, p. 412. 4) Contlnov. degli Atti del Georgof. T. 8, p. 183. 269 cintata ed accresciuta navigazione degli Europei verso quelle parti, fornirono molle piante, che ora son di- venute di un'utile coltivazione nel suolo nostro. Così fin dai primordi della più diretta e libera co- municazione colle Indie orientali medesime , non man- carono viaggiatori d'ogni paese che secoloro portassero ritornando alla patria o vi mandassero , colà soggior- nando , nuovi vegetabili. L'Eugenia, per esempio, della famiglia delle Mirtacee, fu una pianta portata da Goa secondo il Micheli, nel 1700 in Firenze sotto Cosimo III, per opera di Placido Maria Ramponi , che trasferiva la cassa di S. Francesco Sa- verio in detta isola. Ma al dire di altri, pare piuttosto la prendesse nel ritorno approdando allaBaja di S. Salvadore de todos los santos, metropoli del Brasile (1). 11 Micheli (2) la illustrò e descrisse col nome di Eugenia indica, myrtlii- folio deciduo ec. intitolandola al principe Eugenio di Sa- voja. Non pare che Linneo abbia ben conosciuta questa pianta, come lo rileva anche il Lamark , poiché l'ha descritta sotto! nomi di Eugenia, di Myrlhus, di Pli- nia ec. Il Wildenow la registra nella sua opera (3) sotto il nome Eugenia uniflora , quale è uno di quelli che già gli aveva dato Linneo; ed il Lamarck (4) la chiama Eugenia Micheli , rispettando ed onorando così questo nostro botanico fiorentino. Fu coltivala prima nel giar- dino del Granduca Cosimo III alla villa di Castello, poi passò nel 1779 anche nel giardino dei Semplici di Fi- renze , e quindi anche in quello di Pisa (5). (1) Gio. Targioni Tozzettl , Selva di nolizie sull' orig. e progr, delle scienze fìsiche in Toscana, MSS. voi, l, Schede di Cosimo III. (2) Nov. gener. plani, p, 226 ; e Calai. Horli. fior. p. 36. (3) Spec. plani. T. 2. P. 2, p. 962. (i) Encyclop. boi. T. 3, p. 203, soUo il lilolo di Jambosier. (5) V. Tilli . Calai, plani. Hort. Pisani, p. 117; Micheli Nov. gen. plani, p. 226. 260 Filippo Sassetti mercante fiorentino , il quale fu alfe Indie orientali per alcuni anni, fino al 1588, mandò in questo tempo a Firenze a Baccio Valori la pianta del Cinnamomo (1). Il cipresso di Portogallo {Cupressus Lusitanica) , bel- Irssimo albero originario di Goa , fu da molto tempo in- dietro di là trasferito per opera dei Portoghesi a Bussaco, gran convento dei Carmelitani presso Coimbra , dove se ne formò una bella foresta (2) , e di più se ne sparse la sua coltivazione in molti altri luoghi del Portogallo me- desimo, dove può dirsi ora naturalizzato, e dove il suo legname è ricercato ed imi»iegato in molti lavori. Dal Portogallo fu introdotto in Inghilterra nel 1685 , al dire dello Sweet (3) , ma secondo l'Aiton ciò fu nel 1640 per opera di Giovanni Tradescant (4) , e da Londra fu man- dato a Leida col nome di cedro di Goa. Il Link nel 1799 ne trasferì alcune piante a Mecklembourg, ed in Toscana ci pervenne fra il 1723 ed il 1736 , perchè non si trova nel Catalogo del giardino botanico di Pisa del Tilli ; ma bensì in quello del giardino di Firenze fatto 13 anni dopo dal Micheli ; nel qual giardino detto dei Semplici , ve Io introdusse il ridetto Pietro Antonio Micheli , che ne era allora il direttore. Non è per altro così estesa la di lui coltura come meriterebbe di esserlo , tanto per la bel- lezza del suo portamento , che per la bontà del legname. Nativo del Giappone, come egualmente della Caro- lina e del Mississipì , è un altro bell'albero , detto vol- garmente Catalpa, e da Linneo Bignonia Catalpa della famiglia delle Bignoniacee, ma piìi modernamente chia- (1) Sasselli, Viaggi . p. 53 e 36. (2) Link, Voyag. en Porlug. T. l,p.401 ; Lamark, Encycl bot. T. 2, p. 243, dove è indicalo col nome di cupressus glauca, perchè difaltl le foglie sono biancastre o glaucescenli. (3) Bori, brilan. ed. 3, p. 622. (4) Bori. Kewens. ed. 2, T. 3, p. 323. 261 mato Catalpa bignonioides (1). 1! primo a far conoscere almeno un» varietà di questa pianta, è stalo il Kaempfer, che la descrisse e flgurò sotto il nome giapponese Kava- ra fisagi (2) , ma in Europa non ne fu introdotta la spe- cie prima del 1726, anno nel quale il Gatesby ne mandò i semi dalla Carolina in Inghilterra (3). Di là successiva- mente se ne diffusero le piante; ed in Toscana ci perven- nero sul finire del decorso secolo , essendo notata già nei Catalogo per l'anno 1780 , del nuovo giardino botanico fondato da mio padre ed ora soppresso, dell'Arcispedale di S. M. Nuova di Firenze. Da quell'epoca in poi si è cotanto moltiplicato questo albero, che è divenuto co- munissimo non solamente in Toscana , ma per tutta l'Italia. Il moro della China così detto, perchè spontaneo di quel paese, del pari che del Giappone e dell' isola di Otai- ti,ed anche secondo il Miller (4) della Carolina setten- trionale, da dove dice averne ricevuti i semi , è un albero, la di cui scorza, dai Chinesi convenientemente trattata, somministra loro la carta (5) , dal che ne è venuto che si è chiamato eziandio Papirifero questo albero. Il Kaempfer (6) ce lo fece conoscere colla descrizione e figura che ne delle nel 1712. Linneo lo considerò del genere dei mori , e lo disse morus papyrifera , ma un tempo fu mal conosciuto , atteso che non se ne avevano (1) V. Decandolle, Prodr. sysl. nat. vegel. T. 9, p. 226. (2) Amoen. ea;ot. p. 841. La pianta descrilta dal Kaempfer è varietà piuttosto fruticosa che arborea , poicliè egli stesso io dice arbor granati magniludine, ed è dal Decandolle loc.cit. dubbianaenle ritenuta come la varietà p kaempferi , dubitando anche se sia specie Americana coltivata al Giappone, o specie a sé silvestre. (3) Duhamel, Trait. des Arbr. ed. 2, T. 2, p. 14. (4) Diclionn. des Jardiniers, T..S, p. SO. (5) Sul modo di confezionare questa carta V. Lamark, Encycl. boi. T. 5, p. 4 ; Duhamel Trait. des arb. ed. 2, T. 2, p. 28; Savi , Tralt. degli alb. ed. 2, T. 2, p. 40. (6) Amoen. exot. p. 471. 262 che gli individui raaschi. Per caso il Broussonet , distinto naturalista francese, viaggiando nella Scozia , vi trovò un albero sconosciuto , che da qualche anno vi si colti- vava , e che esso sospettò potesse essere l' individuo fem- mina del Papirifero, perciò ne mandò a Parigi delle talee, che riuscirono bene , e fecero conoscere che il Brousso- net non si era ingannato. Allora fu che si conobbe non appartenere esso al genere dei mori, ragione per la quale, il Lheritier ne formò un altro nuovo dello Broussonetia, dedicandolo allo scuopritore della pianta femmina. Con questo nome di Broussonetia papyrifera che ora conserva, fu per la prima volta tale albero descritto dal Vente- nat (1), e posto quindi nella famiglia delle Artocarpee. Il Miller dice che ne furono rilevate di seme alcune piante in Inghilterra nel giardino del Ducadi Nortkumberland , lo che fu probabilmente nel 1751 , anno nel quale lo Sweet (2) dice che fu introdotta in Inghilterra questa pian- ta. È probabile che da quest' isola fosse diffusa poi nel resto dell'Europa; ed in quanto alla Toscana deve esservi pervenuta tardi , comparendomi soltanto nel 1780 regi- strata fra le piante del giardino botanico dello Spedale di S. M. Nuova di Firenze , e poi nel 1796 fra quelle del giardino botanico di Pisa. Ora è albero comune in tutta Italia , e serve a contornare dei viali. L'Ailanto {Ailanlhus glandulosa) della famiglia delle Terebintacee,è un albero assai grande, nativo delle parti settentrionali della China, e delle campagne attorno a Pechino. Il Ruinphio (3) descrisse fra le piante di Am- boina, un albero congenere del presente, ma di specie diversa , col nome di Aylanto e di Caju longit , che vuol dire albero del cielo; ed il Desfontaines da questo nome, formò il genere Ailanthus, nel descrivere l'albero di cui (1) Tableau du regne veget. T. 3, p. S-i? (2) Horl. Brilann. ed. 3, p. 607. f3) Serbar Amboin. T. .3. p. 207. 263 ora parlo, il quale anche nel nostro volgare è detto al- bero del Paradiso. Il padre Incarville nel 1751 , ne inviò dei semi dalla China alla Società reale di Londra (1) , che si dette cura di farli nascere e spargerne le novelle piante in altre parti dell'Europa. In Francia vi fu intro- dotto l'Ailanlo probabilmente coli' importarvi alcuna delle piante nate a Londra , e già nel 1786 nel giardino del sig. Mounier a Parigi , ve ne era un individuo abba- stanza grande , da poter servire di esemplare alla descri- zione , e stabilimento del genere botanico, che ne fece il Desfontaines superiormente citato (2). Fino a questa epoca non avendo ancora fiorito, erasi credulo che fosse un Rhus o Sommacco , e più particolarmente il Rhus succedanea , e non se ne era potuta bene stabilire la classazione e la nomenclatura ; infatti lo Zuccagni nel Catalogo del giardino botanico del Museo di storia natu- rale di Firenze , del 1784, distinguendolo dal Rhus suc- cedanea, lo cita col nome di Rhus dentato glandulosum , e questa è la prima volta che si trova figurare fra le piante del ridetto giardino, non essendo registrato nell'antece- dente catalogo del 1783. In Firenze adunque ne esisteva la pianta, prima del 1786, cioè prima che il Desfontai- nes stabilisse il genere e la specie botanica ora conosciuta. Oltre a ciò nel 1785 ne furono inviate al canonico Zuc- chini per il giardino dei Semplici due piante, le quali essendo restate trattenute in dogana per 36 giorni fu- rono credute perite, e furono messe dal giardiniere in un monte di terra come cosa perduta. Una di queste peraltro nella sopravveniente primavera dette segno di vegetare, ed allora fu regolarmente piantata presso la stufa , dove crebbe smisuratamente, e dove l'ho veduta ridotta ad un albero di prima grandezza. Per molli anni (1) Ellis in philos. Iraaiact. 1750. (2) Meoaoire de làcad. des Selene. 1786, p. 263. 264 non eorì, poi fiorì ma non abboniva i semi, finalmente cominciò a farli fecondati, ed in gran copia, siccchè fu facile allora poterne avere numerose piante , le quali sparse per la Toscana vi sono ora divenute comunissime e quasi naturalizzate. Molte anche di tali piante che via via nascevano dai semi furono inviate in altri luoghi d'Italia. Per tal motivo i delti semi fecondati, comin- ciarono a figurare sul catalogo del 1805. Questo grande albero che aveva più di un braccio di diametro nel suo pedale, bisognò atterrarlo nel 1819 per dar luogo ad un accrescimento della stufa , in troppa prossimità della quale, come ho detto, era stato piantalo. Nel 1766 furono mandati alcuni semi di un bell'al- bero col nome di arbor excelsa ex China , all'abate Filip- po Antonio Farsetti patrizio veneto , il quale avendoli fatti seminare nel suo giardino di Sala, ne ebbe delle piante , una delle quali donò all'orto botanico dell'uni- versità di Padova. Ignoravasi a quale specie appartenesse questo nuovo vegetabile , finché nel 1781 avendo fiorito nel ridetto giardino di Padova, potè il prof. Giovanni Marsili darne una descrizione completa. E per quanto ri- conoscesse in questa pianta una certa analogia con altre del genere Sterculia, tuttavia credè doverne fare un ge- nere a parte, che intitolò Firmiana , in onore del Conte di Firmian , gran cancelliere in allora della Lombardia Austriaca (1). Nell'anno medesimo in che il prof. Pado- vano leggeva la sua memoria su questo soggetto, Linneo il figlio sopra un esemplare secco , che lo slesso Marsili gli aveva mandalo, ne fece la descrizione e la nominò Sterculia platanifoUa, nome che sempre ha conservato di poi a preferenza , fra tutti i botanici (2) , restandogli (1) V. AHI di Padova. T. t, p. 106;eGior. d'Agricoli. Arli ec di Firenze, 1781, p. 100. (2) Linn. fll. Supplem plani p. 423. 265 quello (li Firmiana come il suo volgare , abbeochè si chiami anche Sterculia indistiolamenle dai giardinieri. Appartiene alla famiglia delle BItneriacee Sterculiee , ed è un albero grande e di bella apparenza, nativo della China e del Giappone. In Inghilterra vi fu introdotta la Sterculia nel 1757. La prima pianta che venne in To- scana fu collocata nel giardino botanico dello Spedale di S. Maria Nuova da mio padre nel 1787, trovandosi notata col nome di Firmiana sinensis nel catalogo di quello stesso giardino del 1788. Poco dopo ne fu rilevata di seme un' altra pianta da un signore inglese nel giar- dino della casa Ginori ora Rospigliosi sulla piazza del Carmine, dove esso dimorava, ma poi essendo passato ad abitare il palazzo Ximenes in Pinti, ora Panciatichi, vi trasportò seco e collocò nel mezzo del giardino la sua sterculia , dove vive sempre , ora cresciuta in mae- stoso albero. E poiché in questo frattempo perì quella del giardino di S. Maria Nuova , perciò si deve consi- derare questa che ora è nel giardino Panciatichi Xi- menes, come la più antica sterculia che sia in Toscana. Un'altra pianta delle Conifere è slata introdotta di recente fra noi , e questa è il pino ì anceoì alo {Belis ja- culifolia Salisb.) (1) albero nativo della China, e special- mente della provincia di Che-Kiang. Fu esso introdotto neir Inghilterra nel 1804 dai direttori della Compagnia delle Indie secondo l'Aiton (2) , e da Giorgio Leonardo Staunton secondo il Lambert (3). In Firenze venne al giardino botanico dei Semplici nel 1830. (1) Cunningamia sinensis , Pinus lanceolata, Abies lanceolala , lielis lanceolala , Àraucarli lanceolala , chiamala da altri. Ma net nostri terreni viene assai raale , né mai si vede giungere all'altezza di 40 a 30 piedi come dice che cresce il Perry, giacché da noi si sfoga a dare dei rigetti dalle barbe, piudosio che elevarsi col suo fusto principale. (2) Bori. Eew. ed 2, T. o, p. 32 1. (3) Descrìpt. of the gen. Pinus. London 1832, 8.» P. 2, p. 91. 34 266 Il Gioco , grande albero del Giappone fu descritto la prima volta dal Kaempfer (1) nel 1712, sotto il ti- tolo di Gingko. Il Gordon lo introdusse in Inghilterra nel 1754(2), enei 1771 ne comunicò un esemplare secco a Linneo , il quale lo descrisse sotto il titolo di Ginko biloba, nome che poi fu dallo Smith senza ragione, co- me rileva il Decandolle, cambiato in quello di Salisbu- ria adiantifolia , in onore di Ant. Riccardo Salisbury , distinto botanico inglese (3), per averlo veduto fiorito a Kew nel 1795 , ma il solo maschio. Fu diffusa questa specie molto lentamente a motivo della difficoltà di mol- tiplicarla, mancando le piante femmine, ed anche per il suo caro prezzo; cosa che gli fece avere in Francia il nome di albero dei 40 scudi (4). Il Decandolle nel 1814 trovò un individuo femmina a Bourdigny presso Gine- vra, che aveva circa venticinque anni, essendovi stato piantato nel 1790, e fu descritto dal Gouan. Questo sembra il primo individuo che fosse piantato in Fran- cia (5). In Toscana il primo ginco che ci comparve, ma l'individuo soltanto maschio, fu al giardino botanico di Pisa nel 1787, fattovi venire da Londra insieme colla magnolia e col cedro del Libano, ed ora divenuto un albero grandissimo. Fra le piante che oggigiorno sono più alla moda nei nostri giardini abbiamo le camellie o camelie (Ca- mellia japonica) della famiglia delle Caroelliee, i di cui fiori, tanto variabili perla forma, disposizione, colore e doppiezza dei petali , formano le delizie dei cultori di Flora. Il Kaempfer nel 1691 essendo andato al Giappone, (1) Amoen. cxoi. pag. 811. (2) Aiton, Bori. Kew. ed. 2, T. S, p. 304. (3) Il Jussieu pone questa pianta nella famiglia delle àmenlacee, ed il Richard in quella delia Conifere taxinee. (4) lacquin, Veber den Gingko, Wlen. 1819. (.">) Note bolan. sur le Gingko biloba par Decandolle In Bibl. de Genève, 1818, T. 7, p. 1.30. lacqain Veber den Gingko, loc. cit. 267 fu il primo a darci idea di questa pianta , descriveodola nella sua opera stampata nel 1712 (1), come da lui veduta coltivala io quel paese, di dove è originaria, egual- mente che della Cocincina; ma non fu importata dal suo paese nativo la pianta in Europa, altro che in Inghilterra, dove avanti al 1739 era coltivata nel giardino di Lord Pe- tre (2). Fu nominata questa pianta da Linneo Camellia in onore del Padre Giorgio Giuseppe Kainel o Camelli Mora- vo , e speziale della casa dei Gesuiti a Manilla , ed iaponica per il luogo suo nativo. Nel Catalogo del giardino di Cambridge vi cominciò a figurare nel 1742, e frattanto il Thumberg nel 1784 la registrò fra le piante del Giappo- ne di cui fece la flora (3) , riportandone i nomi volgari che ha in quelle regioni delle Indie orientali, e dicendoci che cresce in albero assai grande, il quale è tenuto in molto pregio dai Giapponesi per l'eleganza dei suoi fiori molto variabili, inquantochè sono essi scempi o doppi, coi petali diversamente conformali o disposti, ed ora bian- chi, ora rosei, ora rossi, ora brizzolati ec. Reca perciò meraviglia come essendo in Inghilterra abbastanza bene conosciuta la camellia, il Miller nel suo Dizionario dei giardinieri pubblicato nel 1786, taccia affatto di questa pianta, quasi che non l'avesse conosciuta. Dopo l'In- ghilterra pervenne la camellia in Italia, e la prima e più antica pianta ancora vivente, e di altezza considerevole ma a fiore scempio e rosso, si è quella nel giardino reale di Caserta presso Napoli , dove vi fu portata nel 1760. Dopo passò questa pianta anche in Francia al giardino delle piante nel 1783, e poscia in Germania. Finalmente in Firenze comparve la prima camelia nel giardino del conte Leopoldo Galli , l'anno 1794 , e da (1) Amoen. exot. pag. 830, lab. 8S1-832. (2] Aiton, Hori. Kewens. ed. 2, T. 4, p.233; e Bolan. register, T.i, tab.22. (3) Fior, japon. p. 272. 268 per tutto moltiplicatasi, produsse non poche varietà, le quali vennero successivamente ad aumentare per mo- tivo dell'esserne state importate dalla China in Europa alcune altre principali in diverse epoche. Così nel 1792 vennero la varietà doppia bianca , e la variegata di bianco e di rosso , portate dalla China dal capitano Gonner per il giardino dello Slater in Inghilterra (1). Nell'anno 1794 fu recata dalla China dal Preston quella di fior rosso doppio (2Ì. Nel 1800 venne l' incarnata , nel 1808 la myrlifolia , nel 1809 la warata, nel 1810 la paeoniflora e la pomponia (3). Dalla fecondazione casual- mente o anche artificialmente procurata , ed eziandio dal clima, dal terreno, o da altre circostanze, sene sono ora fatte, e sempre se ne fanno, nei nostri giardini tante e tante varietà e sottovarietà , che non vi è quasi altra pianta che così abbondanti e svariate maniere di bella fioritura abbia come questa (4). §. XV. Delle piante da fiori d'ornamento. I fiori che colla vivacità del loro svariato colorilo, sembrano destinati a rallegrare l' intera natura , sono stati fin dalle più remote età, e dalle stesse più rozza e sel- vaggie nazioni , sempre ricercati e valutati come un vago e festevole ornamento, nel quale trovano conforto le più soavi passioni dell'animo. (1) Botan. reposilory, T. 1, tab. 23, e lab. 91. (2) M, T. 3, tab. 199. (3) V. Berlese Monograph. du genre Camellia. Paris, 1837, pag. 11. (4) Per queste varielà si può vedere Beumano, Collcclion de Ca- mclias ce. Beiwiller 1836. Berlese, Monograph. du Camclias ec. Pa- ris 1837, e ì'ed. 2.'' 1840, e più la sua Iconographie des Camelies in 2 voi. Colla, Camclliografìa ce. Torino 1843, e tanti cataloghi di giar- dini particolari. 269 Per altro i fiori, i quali spontaneamente ofiTriva la terra , erano i soli cercati nella semplicità delle prime popolazioni , né l'artificiosa cultura dì questi fu prati- cata , come nei tempi posteriori , nei quali sviluppandosi via via l'incivilimento dei vari popoli , fu trovata bella anche questa parte di coltivazione. Ed infatti noi possiamo vedere da quello che ho esposto sulle varie specie di or- taggi e di frutti, e da quello che si può rilevare dalle flore di Virgilio, di Plinio e di altri, eruditamente spie- gate dal Fée e da vari meno moderni scrittori, come specialmente presso i Greci e 1 Latini incominciasse, pri- ma l'uso di coltivare piante utili per i loro prodotti eduli , e come il lusso dei giardini da fior! di semplice diletto , venise assai più tardi , ed in tempi anzi molto più a noi vicini. Risale effettivamente questo desiderio di avere oltre i frutti anche i fiori di delizia , ad un'epo- ca non più lontana dei tre ai quattro secoli addie- tro , nel corso dei quali andando progressivamente sem- pre più in aumento , è divenuto oggidì quasi direi un vero furore. La scoperta di nuovi paesi dell'altro emisfero, e la facilitata navigazione avvenuta ai nostri tempi, sono stati i mezzi per cui si sono importate e s' importano gior- nalmente, immense qualità di differenti piante, l'una più vaga dell'altra , e delle quali perciò è troppo dif- ficile , al tempo che corre, conoscere la precisa epoca di loro introduzione , perchè troppo simultanea e senza interruzione. Quindi è che limitandomi alle sole più antiche o più comuni piante fiorifere, che ebbero cura i nostri Italiani , e più specialmente i Toscani di far venire nel loro paese , comincerò dalle rose , piante che formano il tipo della famiglia delle Rosacee. « La rosa , come disse il Clarici (1) corteggiata da (1) Slor. e coli, delle piante , pag. 5G9. 270 « tutte le più nobili famiglie dei flori, comparisce nel « suo odoroso trono la lor regina , la più bella produ- « zione della terra , la decorazione dei più belli mesi « dell'anno, la primogenita della primavera » ; e perciò non fa meraviglia se questo fiore fu sempre apprezzato e quasi dirò venerato fin dalla più remota anticbità (1). E tuttociò può a ragione dirsi della generalità delle ro- se , fra le quali le tante specie , varietà , sottovarietà, ed ibridismi oggi coltivate, sono di un infinito numero. Quella peraltro più anticamente conosciuta, e che più frequentemente è nominata da Virgilio, da Plinio, e da altri della latinità, è la Rosa centifolia , la quale noi di- ciamo bottoni di rose, di cui ignoravasi la patria ori- ginaria, ma che Ambrogio Rau (2) dice essere la Persia settentrionale, e questa fu importata in Grecia ed in Italia da tempo immemorabile. Da questa specie primitiva se ne sono formate coU'andar del tempo numerosissime va- rietà , che si coltivano nei nostri giardini , le quali dal Decandolle (3) sono indicate in numero di 21 , come an- che dall'Aiton (4) e dal Redouté (5) ; e dalle quali pur anche ne sono derivate non poche altre sottovarietà , spesso per ibrida fecondazione , come lo avverte anche il Savi (6). Fra le quali principali varietà, noteremo la rosa bipinnata , che comparì nel giardino di Dupont a Parigi verso il 1807 , e fu questa mostruosità delle foglie , resa stabile cogli innesti. In Toscana venne di Francia al giardino di Pisa la prima volta nel 1816. (1) Intorno a ciò vedasi l' Hisloire de la rose chez les peuples de l'anliquilé, et chez les modemes, descripl. des especes cuUiv. proprie- les eie. per le Marquis de Chesnel. Toulose 1820. (2) Enumerai rosarum circa Wircenburgam el pagos adiacenl. sponle crescerli. Norlmbergae 1816, 12." (3) Prodr. syst. rial, vegelab. T. 2, p. 619. (4) llorl. Eewens. ed. 2, T. 3, p. 262. (5) Les roses avec le lexle de M. Thory. Paris, 1817 , 1821 , 1824 , tre voi. in f." con lav. color. (6) Flora ilaliana, T. 1, pag. 63. 271 La rosa lattuga {R. cenlifolia buUata) di cui devesi al citato Dupont la introduzione in Francia. La rosa borraccina o muscosa di fiore roseo pieno, che dal Re- douté (1) è detta Rosa muscosa multiplex , ed è da esso , del pari che da Linneo ritenuta per varietà della centi- /bh'a. Anche il Wildenow (2) per quanto la indichi come specie, la riguarda nondimeno prodotta da un bastardu- me della Rosa provincialis , nel modo che opina anche l'Andrew (3) , il quale anzi pretende che sia originaria dell' Inghilterra ; ma ciò è messo in dubbio dai Redouté, e dal Roessig (4), il quale ultimo diceche si trova sulle Alpi. A Londra vi era coltivata fin dal 1724 da Roberto Furber , come lo assicura l'Aiton. Era conosciuta nei nostri giardini da molto tempo , ma si era quasi per- duta , e da una trentina e più di anni circa , di nuovo ricoltivata da per tutto (5). La varietà bianca è sempre rara , e venne circa l'anno 1820 in Toscana , essendo stata fatta conoscere a Londra prima che altrove , dallo Schailler giardiniere inglese nel 1800 circa, e si è cre- duta un bastardume della detta rosa muscosa e della nivea. Anche la rosa maggese {rosa gallica) , originaria della Francia , dell'AIemagna e di altre parti dell'Eu- ropa , ma non dell' Italia , ci è stata importata da mol- tissimo tempo addietro , poiché a questa si deve rife- rire la rosa praeneslina di Plinio (6) , e forse anche la sua rosa cartaginensis o di Cartagena , e la milesia del pari. Oltre a ciò il Rauhino riporta anche ad altra va- (1) Les roses, T. 1, pag. 4l. (2) Species piantar. T. 2, P. 2, p. 1074. (3) Roses , or a monography of Ihe genos rosa e(c. (4) Les roses dessin. et enlura. d'apres nature, Irad. de l'alie- raand par Lahitle , N.° 6. (5) Ved. per questa rosa la mia Raccolta di fiori, fruiti , ed agrumi ce. Firenze 1823 , folio. (6) mst nat. L. 21, e. 4. 272 rietà della gallica, la trachinia dello stesso Plinio (1). Di questa rosa maggese o di Provenza , se ne trovalo nume- rose varietà, che il Decandolle (2) fa ascendere a dodici prÌDcipali , e delle quali parimente non poche ne cita il Redouló (3) ; ma poi anche da queste se ne sono forniate tante altre sottovarietà, che Ggurano con dif- ferenti nomi nei nostri giardini. Fra le quali merita che se ne ricordi una detta rosa nera , poiché di un colore rosso pavonazzo molto cupo , che il Savi chiama rosa nera de' Bardi [rosa (jallica holosericea) , perchè venne di Francia la prima volta a Firenze per cura del Conte Piero de' Bardi circa al 1800 (4), e che probabilmente è una varietà della rosa gallica purpurea violacea, o rosa d'Olanda del Redoutè (5). Alla rosa gallica appartiene anche altra varietà , di fiori listati di rosso e di roseo» detta dal Redoutè rosa gallica versicolor , e da noi rosa variegata, o brache di lanzo. La rosa damaschina (rosa damascena) è ricordata da Plinio col nome di rosa cyre- naica, ed a questa stessa specie, o ad una sua varietà, pare che appartenga la rosa Irachinia dello stesso autore qui sopra citato. Trovasi la rosa damaschina nelle con- trade dell'Europa meridionale, ma non in Italia, dove però vi è stata importata da molto tempo ; ed il Padre Agostino Del Riccio più volte la nomina di fiore doppio e scempio nella sua Agricoltura teorica MSS. Il Poiret (6) la crede provenire dalla rosa alba, ed altri da una bi- fora, ma il Redontè rifiuta ambedue queste opinioni (7). Di questa pure se ne hanno molte varietà , dal Decan- (1) l'er queste rose degli antichi, ved. il Clerici, Isl. e culi, delle piante , pag. 571 e seg. (2) Prodr. SysL nal. vegel. T. 2, p. 603. (3) Los roses, eie. T. 2, p. 73, e 74. (>!) Fiora italiana , T. J, p. 87. (5} Les roscs, ole. T. 2, p. 2. (6) Encyclop. botan. T. 6, p. 291. (7) Les roses. T. 1, p. 63. 273 dolle (1) date in numero di sette. Il Redoulè ha una rosa damascena italica , che il Diipont ebbe da Firenze. Alla nostra rosa alba vuoisi dal Decandolle che corri- sponda la rosa bifera di Pesto , indicata da Virgilio (2) da Ovidio (3) da Marziale (4), ed eziandio la campana di Plinio; ma il Fée (5) non lo accorda, perchè la rosa alba non fiorisce due volte; ed il Tenore (6) non avendo trovato mai a Pesto rose bifere , pensa che Virgilio e gli altri , abbiano voluto parlare di alcuna rosa colti- vata , che fiorisce due volte l'anno, e che forse potrebbe dubitarsi che fosse una delle damaschine. Anche la rosa alba, ha molte varietà, e la rosa incarnata a fior dop- pio ne è una. Questa, sappiamo dal Padre Agostino del Riccio, che in Firenze ci pervenne a suo tempo, ma non dice da dove ; ed in altro luogo ripete che le rose incar- nate doppie di foglie, hanno odore come le prime, cioè le scempie che si stillano. È poco tempo che le ho vedute in Firenze, e che già per mia mano ne ho fatto di esse parecchi nesti a occhi (7). Sono poi di moderna introduzione molte altre rose fra noi , poiché la rosa semper florens, nativa della China e del Bengala , dal che fu detta ancora Benghalensis, ed ora straordinariamente comune da per tutto, ci dice il Colla (8) nel 1813, che in Italia era coltivata da non molti anni , e presso a poco dice lo stesso il Savi, scri- vendo cinque anni dopo (9). Lo che reca maraviglia, poiché era già stata introdotta da Gilberto Slater in In- (1) Prodr, Sysl. nal. vegel. T. 2, p. 620. (2) Georg. L. 4, v. 119. (3) De Ponto, Lib. 2, Eleg. 4. (4) Lib. 6, epigram. 80. (5) Flore de Virgile , pag. 144. (6) Osservazioni sulla Flora Virgiliana. Napoli 1826, pag, 17 = tf (7) Agricoli, teorica MSS, carie 203. (8) A-nloiegist. bolan. T. 4, p. 720. (9) Flora Italiana, T. l, p. 63. 35 274 ghilterra fino dal 1789 (1). Questa dal Seringe (2) e dal Redouté (3) è considerata come una delle tante varietà della rosa indica. Alle quali varietà parimente appar- tiene fa rosa thea, la quale venne a noi in Toscana dalle Indie orientali , quasi contemporaneamente o poco dopo alla rosa semperflorens (4). La rosamuUiflora, che sale molto e fa belle spallie- re, colle ciocche di fiori a corimbo o a mazzetti , e della quale ne sono alcune varietà , è parimente di nuovo acquisto, importala nel 1804 in Inghilterra dalla China e dal Giappone, di dove è nativa, per opera di Tommaso Evans (5), in Francia nel 1808 portatavi da Boursault , ed in Toscana nel 1814 (6). La rosa noiseltiana fu così chiamata in onore di un fratello di Noisette , gran col- tivatore dì piante , che la trovò negli Stati Uniti d'Ame- rica (7). 11 DecandoUe (8) la ritiene per una varietà della rosa indica , il Redouté (9) per un ibridismo della rosa moschata e della benghalensis ; ed il Savi (IO) per un bastardume della rosa thea. La rosa Banksia {rosa Banksiae) nativa della China , fu di là portata in Inghil- terra nel 1807. A Parigi fiori per la prima volta nel giardino di M. Noisette nel 1819. Introdotta verso quel tempo in Toscana , fiorì nel giardino botanico di Pisa nel 1822, e questa è quella di fiori bianchi; la varietà di fiori gialli ci venne qualche anno dopo. (1) Aiton, Hort. Kewens. 2 ed. T. 3, p. 266. (2) In DecandoUe, Prodr. Syst. nal. vegel. T. 2, p. 601. (3) Les roses, T. 1, p. 51. (4) Savi Fior, italiana, T. 2, p. 17. (5) Ailon, Horl. Eew. ed. 2 T. 3, p. 265; Redouté, Les roses. T. 2, p. 67. (6) Savi Fior, italiana, T. 1, p. 63. (7) Le bon jardiDier. Alman. pour l'an. 1823. (8) Prodr. Syst. nal. vegel. T. 2, p. 600. (9) Les roses , T. 2, p. 77. * (10) Fior, italiana, T. 3, p. 18 ; e Append. al Trattato degH al- beri , p. 71 . 275 La rosa moschata , nativa della Barberla e delle Indie, ha diverse varietà a fiore scempio e doppio, re- gistrate dal Redolite (1). Da questa nell'Oriente ne ca- vano colla distillazione l'olio essenziale (2) , ed è da molto tempo stata introdotta nell'Inghilterra, dove era conosciuta fin dal 1596. Ed in Toscana pure ci è nota da moltissimi anni. Tutte le predette rose ed altre, hanno gran quantità di varietà , che troppo lungo sarebbe a dire, essendomi contentato di richiamare l'attenzione sopra alcune delle più comuni specie. Peraltro volendo una maggiore in- formazione , si possono consultare varie opere esclusi- vamente destinate alla illustrazione di questo genere di piante (3). Fra i fiori da antico tempo apprezzati, sono gli ane- moni o anemoli, molti dei quali nascono spontanei in Fran- cia, nelle isole dell'Arcipelago, nell'Asia Minore, in Gre- cia ed in Italia, dove sono stali chiamati sempre nello stesso modo anemoni (4), e celebrati come fiori d'ornamento da (1) Les roses. T. i, p, 99. (2) Desfonlaines ; Fior. Allanl. T. 1, p. 400 ; Langles, Recherch. sur la (lecouverle de l'essence de rose. Paris 1804. (3) Tali sarebbero: liosemberg, Rodologia seu philos. medie, rosae descriplio. Argenlinae 1620, 8.° Allra ed. 8° 1628. Altra del 1731, dove è molta parte letlerariii. Orbeslan, Essai sur la rose, dans les me- langes hislor. et critiq. de physiq. T. 2, p. 301 e 337, Paris 1768; che parimente contiene molta parte letteraria. Miss Lawrence, Collectioii of roses engraved, from nature. London 1796, 1799. Andrew, Roses or a monography of the genus rosa- Lond. 1803, 4.° Roessig, les roses dessin. et eniurain. d'apres nature ec. Leipsig. 1801, 1813, in Tede- sco ed in Frane. Redoulé, Les roses, avec le texte de M. C. A. Tory. voi. 3, 1817-1824. Lindley Rosarum monographia. Londini 1820, e per molti altri vedasi la bibliolh. rosarum che è nel T. 1 , p. 43 , dell'opera del Redouté sopra citata. (4) La voce anemone è venuta dal greco, e significa vento, per- ciò pianta, erba, o flore del vento. E questo significato, cosa singo- lare , è divenuto poi generale in quasi tutte le lingue d'Europa. In- fatti si dice Herba venli dai Latini ; Herbe au veni dai Francesi ; 276 raolli antichi poeti e da altri scrittori. E sebbene talora ab- biano voluto dire di qualche specie diversa , tuttavia nella pluralità dei casi si deve riportare l'anemoue degli antichi all'anemone coronaria dei botanici moderni , e del quale sotto il generico titolo di anemone salvalico (àvefiuvri arpia) senza dubbio , hanno inteso di parlare Bione , Mopso , Nicandro , Ippocrate , Dioscoride ec, come pure Ovidio^ che ne dà la favolosa origine (1), ed anche Plinio in più luoghi. Peraltro tutti questi antichi considerarono un tal fiore nel suo slato naturale, cioè scempio; e soltanto negli ultimi secoli più a noi vicini, si apprezzarono, e si ricercarono quelli semidoppi, e doppi, e stradoppi, va- riabili per la forma e numera degli slami convertili i» petali , e per la differente loro colorazione (2). Le più belle varietà si cominciarono a formare nei giardini di Costantinopoli, per opera di una più accurata coltiva- zione che vi si faceva , e di là ne furono poi importate le radiche in Europa, come si rileva dal Glusio (3) essere ciò avvenuto prima del 1600, giacché alcune varietà ne erano già pervenute in Fiandra ed a Vienna a quell'epoca, direttamente da Costantinopoli. Da que- sto medesimo luogo parimente le fece venire a Firenze. Matteo Caccini , che le coltivò nel suo giardino , dove il ridetto Clusio le vedde nel 1607. In Francia vi furono portati gli anemoli di Levante nel 1615 dal Bachelier, nel modo che ce lo avvisa il Tournefort (4). Ma già prima Yerva vietilo dagli Spagnoli ; Fior do vento dai Portoghesi ; Wind flower d igli Inglesi ; Win Kruid dagli Olandesi ; Wind hlum , wind roschen das?!! Alemanni; Wind rose dai Danesi ec. (1) Melamorph. L. 10, v. 731. (2) Per queste varietà, ved. Ciana, Ist. e colt.delle piante, p. 3855, il quale ne dà sollanlo 50 , dicendo di trascurarne moltissinae altre meno pregevoli — Parkinson, Paradisus terrestris , p. 199, che ne riferisce molle varietà, raa si sgomenta a descriverle tutte — Savi Fior, italiana, T. 2, pag. 3. (3) Hisl. planlar. p. 225 e 263, et Curae posleriores, p. 52, 53-. (4) Voyage du Levanl. eie. T. 2, p. 16. 277 ehe nel giardino del Caccini , pare certo che in var] altri della nostra città se ne coltivassero non poclie va- rietà , citandole come piante ben note il padre Agostino del Riccio in più luoghi dei suoi MSS. Agricoltura teo- rica, ed Agricoltura esperimentale, e dicendoci in questo secondo MSS. (Voi. 2, carte 117) che a suo tempo il Benincasa aveva condotto alla città dì Firenze molte sorte di anemoni, che fanno fiori di varie sorti, e gli messe nel giardino delle Stalle , ed a Pisa ; e quindi ne nota molte varietà, e vi scrive sopra un lungo capitolo, che è il ca- pitolo 60. Furono questi anemoli i fiori di moda in quel tempo, cosicché presto coltivati nelle Fiandre, se ne au- mentò il numero e la bellezza delle varietà , che non più ricercate d'allora in poi a Costantinopoli , venivano a noi invece dall'Olanda, ed anche da Genova. Della slessa famiglia degli anemoni sono i rannun- coli, dei quali il Banunculus asiaticus , originario del- l'Asia, si trova di fiore rosso più o meno doppio e dop- pissimo, o tutto rosso, o col centro verde, oppure tutto giallo, ed in questo caso prende il nome di gran giallo presso i nostri giardinieri, l turchi lo chiamano taro- bolos catamer Lalé , cioè fior doppio di Tripoli. I ran- Duncoli dell'Asia trasportati a Costantinopoli , vennero in seguito di là trasferiti in Europa a tempo dell'Im- peratore di Germania Massimiliano II (1), vale a dire dal 1564 al 1576. Il Clusio (2) dice che nel 1580 ven- nero da Costantinopoli a Wolfang-Von-Entzestorf al- cune radiche di rannuncoli, i quali pure in Fiandra vi furono veduti di nuova qualità nel 1595, mandatevi d'Italia, e quindi ne descrive alcune. In altra opera (3), parla di rannuncoli avuti nel 1606 dal Caccini , che sembrerebbero essere gran gialli. Il Pad. Agostino del Ric- (1) Claricì Isl. e colt. delle piante , p. 375. (2) Hist. piantar, p. 241. (3) Curae posleriores, p. 48. 278 ciò in più luoghi della sua Agricoltura teorica MSS. noia i rannuncoli di varie sorli , già molto in uso ai suoi lempi , come fiori di ornamento; dal che si vede quanto fossero solleciti i Fiorentini ad importarne le radiche dal Levante alla loro patria, giacché il detto del Riccio scrisse nei 1595, come altre volte si è detto. Nel corso bensì del secolo XVIII erano talmente cresciute le loro varietà coltivate in Italia, con molta passione, che il Clarici dice se tutte si avessero a coltivare , occuperebbero troppo gran sito. Gontuttociò ne nomina le principali fra queste fino a 50 (1). La coltivazione anche di questi rannuncoli» venutaci prima dal Levante, dopo divenne comune nelle Fiandre ed a Genova, cosicché da gran tempo e tuttora, le migliori radiche si prendono da questo ultimo paese, ed anche dai giardini RR. di Castello e della Pelraja , dove ci prosperano per eccellenza. Furono in questi medesimi decorsi secoli del pari che gli anemoni ed i rannuncoli in gran voga altri fiorì , di piante bulbifere, che con gran furore, fatti venire in prima dall'Oriente, si coltivavano in varie province dell'Europa, e fra noi pure in Toscana. Questi fiori sono principalmente i giacinti ed i narcisi, nomi che si trovano rammentati ben anche dagli antichi scrittori Greci e Latini. Si ricorda, di falli frequentemente il giacinto ( Hyacintus ) da Virgilio e da Plinio specialmente, come fiore ornamentarlo, ma pare che non abbian essi voluto intendere del giacinto di che ora parlo , e che è V Hyacinthus orientalis dei bota- nici, spettante alla famiglia delle Liliacee asfodelee, cosi nominato per nascere in Oriente e nella Barberia , seb- bene sia anche spontaneo nell'Italia (2). Il giacinto degli (1) Islor. e coli. delle piatile, pag.376. (2j V. Pollini, Flor.Veronens.T. 1 , pag. 443. Colla, Herbar.Pe- demonlan.T.5 , pag.393. Comolli , Fior. Comensis ,'T. 2, pag. 249. Berloloni, Fior. Hai. T. 4, pag. 157, il quale dice Irovarsi questo giacinto nei monti di Bologna , di sVzana e di Lucca. 279 aotìchi non è certamente questo ; e secondo l'opinione del Fóe (1) sarebbe il lilium martagon comune a tutta l'Italia , lo che non è ammesso dal Tenore (2) , il quale con più ragione riferisce tutte le specie di giacinti no- minati da Virgilio , al gladiolus byzantinus del Sibtorp, lasciando che forse il lilium martagon possa essere VHya- cinthus ferrugineus dei ridetto Virgilio (3). 1 giacinti no- minati da Plinio sono riferìbili a più qualità di piante diverse, secondo lo stesso Fée (4), e come anche si vede nel Clarici (5) , al quale possono ricorrere coloro , che bramassero essere informati intorno alla favolosa orìgine di questa pianta , abbenchè come ho detto , non bene identificata nella sua specie e qualità presso gli antichi scrittori latini. Ma lasciando a parte ogni questione su tal propo- sito , dobbiamo ritenere che VHyacinthus orientalis , è la specie che ha prodotto tutte le varietà di giacinti col- tivate nei giardini , le quali all'epoca del XVI al XVIII secolo sono slate in gran voga fra noi , per le tante diversità che in quel tempo se ne sono coltivate , di colori svariatissimi e di fiori più o meno doppi e più o meno numerosi sullo stesso stelo; cosicché l'Olea- rio (6) ne indicò da 2000 di queste varietà coltivate nel 1665. In tempi più a noi vicini si son chiamate gran brettagne quelle varietà di fiore doppio, e stradoppio, lasciando il nome di giacinti a quelle di fiore scempio o semidoppio. I primi giacinti cosi doppi e di svariati colori, pervennero da Costantinopoli, dove coll'accurata coltiva- li) Flore de Virgile , pag, 67. (2) Osservazioni sulla Flora Virgiliana del professor Fée. Na- poli 1826 , pag. 14. (3) Georg. L. 4, v. 183. (4) Note a Plinio dell' ediz. francese di Pankouke ai respeltivi luoghi nei qaali si nominano i giacinti. (5) Istor. e coltiv. delle piante, pag.lS6. (6) Hyacinlhen-Betrachiung ec, Leipsig 1665, !2.° 280 zione uè erano state ottenute le prime varietà, e questi furono accolti nei giardini d'Italia , e particolarmente della Toscana , con grande entusiasmo. L'Olanda ed il Belgio ben presto si impossessarono della miglior cultura di tali piante, dimodoché un poco più tardi, non più dal Levante si fecero venire ma dal Ponente, e princi- palmente dall'Olanda. In ogni giardino si faceva a gara di averne le più rare varietà, alle quali si apponevano soprannomi particolari , e spesso strani , per distin- guerli fra loro. Molli sono gli scrittori che nel corso del XVIIl secolo, per soddisfare al desiderio degli ama- tori, hanno scritto dei trattati su questi fiori, in tedesco ed in francese, i quali si possono vedere registrati dal Roemer (1), e dai quali può conoscersi l'esuberante copia delle tante differenti qualità di questi fiori, che se ne co- noscevano Il Glarici fra gli Italiani di sopra citato, ne riferisce molte di queste varietà , e già altre erano state indicate e figurate dal Parkinson (2) dallo Sweerts (3) e dal Barrelier(4), il quale molte ne vidde in Italia, dove si trattenne verso la metà del secolo XVII. Molti pure sono figurati neU'Horlus Eistetlensis , ed altrove. Ma poi un gran numero di varietà ne annovera il P. Ago- stino del Riccio (5). Cosimo III nel 1688 ne ricevè molte cipolle di belle varietà, mandategli da Giovanni Targioni mio antenato da Smirne, ove era mercante (6); ed in alcuni antichi cataloghi manoscritti di piante coltivate nei giardini di (1) Roemer et Schulles, System. vegetabil.T.l , P. 1 , p.581. (2) Paradisus , cap. 11, pag. 111. (3) Florilegiam, 1612, f.° (4) Icones planlarum , pag. 66. (8) Agricoltura teorica, MSS. In più luoghi. (6) V.Giovanni Targioni-Tozzelli , Selva di notizie per la Sto- ria e progressi delle Scienze finche in Toscana. MSS. relativa al re- gno di Cosimo HI. Questo Giovanni Targioni naercante a Smirne, era zio paterno del sopracitalo Giovanni Targioni-Tozzetli mio avo. 281 Firenze , che ho presso di me , trovo registrate molte varietà di giacinti , come fiori già alla moda , e che in quei tempi venivano tutti da Costantinopoli , come ho detto , e come lo asserisce anche il Clusio (1), dicendoci che i Turchi chiamavano zumbul indi i giacinti , per in- dicarne la loro provenienza dalle Indie orientali. La pri- ma di queste piante che il detto botanico conobbe , gli fu mandata da Matteo Caccini nel 1607 , che ne colti- vava diverse varietà nel suo giardino a Firenze, rice- vute direttamente da Costantinopoli (2). Il Magalotti (3) parla di alcuni giacinti doppi colti- vati in alcuni giardini di Firenze , e più particolarmente di certe varietà più belle , fra le quali una nel giardino di Vincenzio Capponi, mandatagli da Parigi dal suo co- gnato Gav. Salviati , ed altra che era nel giardino di Lorenzo del Rosso , che poi fu Soprintendente ai giar- dini del Granduca. I quali fatti stanno a dimostrare con quanta passione in quei tempi si tenesse dietro alla col- tivazione e scelta di tali piante. Ai giorni nostri la voga per le gran brettagne è molto dimimuita , ma contutto- ciò se ne coltivano sempre le varietà più pregiate e più belle, le quali ci sono inviale dall'Olanda e da Genova. Ai giacinti appartengono pur anche i muschi greci {Hyacinthus muscari o muscari moschatum), e questi pure ci vennero dalle adiacenze di Costantinopoli , di là dal Bosforo in Asia, di dove sono originari (4). Fu in- trodotta questa specie in Europa avanti il 1554(5), ed il Cortuso è il primo che ce li abbia fatti conoscere por- tandoli a Padova, da dove si estesero in altre province (1) Histor. piantar, pag. 173. (2) Savi , Flora Haliana , T. 1, pag. 33. (3J Lettere familiari. Leti, del 22 Maggio 1703 , pag. 102. (4) Clusio, Hist. piantar. pag. 118. (3) Roeraer et Schultes , System. vegetabil.T.I , P.l , pag. 391. 36 dell'Italia (1), e ciò dovè essere sul flnire del XVI secolo. Ed infatti il P. Agostino del Riccio, gli dice introdotti in Toscana a tempo suo , ed il Soderini (2) cita come ben noto il muschio greco, dicendolo pianta di grande odore nel suo fiore, ed indicandone il modo di coltivazione. Anche in Inghilterra vi fu portato verso la stessa epoca, poiché l'Aiton (3) , ci avverte che vi erano coltivali nel 1369. Diverse specie di narcisi, piante bulbifere spettanti alla famiglia delle Narcissee , si trovano spontanee nel- ritalia (4), ma molte di queste erano dagli antichi scrit- tori latini confuse fra loro, e ristrette perciò a piccol numero, comprendendole tutte sotto il generico nome di Narcissus, come può vedersi in Virgilio (5), il quale per altro in qualche luogo ne indica più distintamente due specie , cioè il Narcissus poeticus dei botanici moderni , chiamandolo narcissus purpureus {Q), ed i\ narcissus sero- tinus , dicendolo narcissus sera comans (7). Plinio pure De distingue alcuni pochi, ed infatti col solo nome nar- cissus in un luogo (8) intende del narcissus serolinus , ed in un altro (9) del narcissus poeticus , il quale chiama altrove (10) narcissus purpureo flore, e nomina narcissus herbaceus (11) il N. pseudonar cissus nostro. Anche presso (1) Clarici , Islor. e colt. delle piante, pag.182. (2) Cultura degli orli e giardini, pag.189, (3) Hort.Kewens.ed 2, T. 2 , pag.283. (4) Tali sono secondo il Berloloni ( Fior. ital. T, 4 , pag. 10 ) , Narcissus biflorus. N.incomparabilis. N. jonquilla. iV. niveus. N.Odo- rus. N. palulus. N. poeticus. N. praccox. N. pseudonarcisius. N. se- rolinus. N. lazzella. N. unicolor. eie. (5) Eglog. 8, v.S3 , Georg. L. 4 , v. 160. (6) Eglog. S , V. SS. (7) Georg. L. 4, v. 122. (8) Hist. nat. L. 21, e. 11; (9) Ivi.L. 15, e. 7. (10) Ivi.L. 21, e. 19. (11) Ivi.L. 2, e. 19. 283 i Greci col nome narcissoa si conobbero da Teofraslo (1), da Teocrito (2), da Mosco (3), da Dioscoride (4) e da tanti altri , alcuni pochi narcisi indigeni dell'Italia, ed altri spontanei dell'Oriente , tali che il narcissus orienta- lis ed il calalhinus. Ma non con tutta la sicurezza si po- trebbe dire di quale specie precisamente abbiano voluto intendere , giacché ne hanno chiamali taluni anche con altri nomi (5). Da tutto questo se ne potrebbe dedurre che gli antichi non si fossero curati che di questi fiori spontanei, i quali nascevano per le campagne, senza darsi premura di coltivarli. La qual cosa sembra che si facesse molto più tardi dai Persiani, e dai Turchi nei loro giardini, dove se ne produssero delle varietà particolari o per il colore o per la doppiezza dei fiori ; sicché di là si incominciarono ad introdurre nei nostri giardini d'Italia. Ed infatti, dall'Oriente, e da Costantinopoli in particolare , vennero in Toscana dal XVI secolo in poi gran quantità di cipolle o di semi, dai quali ne nacquero delle altre varietà , che sparse in vari luoghi d'Europa , e soprattutto nel Belgio e nell'Olanda , a poco a poco vi sì coltivarono con passione, se ne accrebbero le varietà, e ben presto invece di prendere dall'Oriente queste piante, si fecero venire poi dall'Occidente. E questa dirò mania per tali fiori, che si conobbero coi nomi di narcisi, taz- (1) Hist. piantar. L. 6 , e. 6. (2) Idil. 1 , V. 133. (3) Idil. 2, V. 65. (4) Mal. med. L. 4 , e 161. \S) Secondo lo Sprengel ( Hisl. rei herb. T. 1 , pag. 87), Teo- fraslo al L. 1 , e. 21 , avrebbe chiamato jtpivoy Siav'bk il Narccalatlii- nus , ed al L. 6 , e. 6 , avrebbe dello poipó? Ènertxos il Narc. orien- talis , che Dioscoride {mal. med., L. 2, e. 201) avrebbe chiamalo votpxicjcjos TI Xéipiov. Nella Cantica (cap. 2, v. i ) si trova nominalo cha- bazélét , che la volgala traduce un poco troppo genericamente flos campi e che secondo Io Sprengel (Hisl. rei herb. T. 1 , pag. 11 ), sarebbe uno dei narcisi più volgari anche nell'Orienle, come il calalhi- nus , il jonquilla , o Vorienlalis. 284 zette e giunchiglie, continovò come accadde per i giacinti ed altri già detti, fino al XVIII secolo. Il padre Agostino Del Riccio nei suoi manoscritti cita molti narcisi e giun- chiglie che già erano coltivati a Firenze a suo tempo. Il Clusio parimente ne riferisce varie qualità, che dice ve- nute da Costantinopoli (1) verso la metà del XVI secolo. Il Redi (2) mandò a Padova al Conte Carlo de Dottori nel 1665 delle cipolle di giunchiglie e narcisi , fra i quali alcuni egli dice nuovi , nati di seme, e riferisce un elenco dei narcisi allora coltivati e più apprezzati nei giardini nostri. Il Bary nella sua ^n(/io/o(/ia magna stam- pata a Francoforte nel 1626 , dà la figura di 28 qualità e varietà diverse di questi fiorì allora in uso (3). La bella specie delta giunchiglia o narciso di Spa- gna ( narcissus incomparahilis ) di fiore doppio e stradop- pio , giallo e bianco, fu introdotta in Firenze dopo la metà del secolo XVI , poiché il Padre Agostino del Ric- cio (4; ne fa grandi elogi per la sua bellezza , e la dice importala a suo tempo. Fra le piante bulbifere appartenenti alla famiglia delle liliacee , pregiate per 1 fiori , evvi la Corona im- periale ( Frilillaria imperialis ) , la quale è nativa di Persia , e da molto tempo importata nei nostri giardini. Il Padre Agostino del Riccio (5) ci dice che quando egli (1) Hist. piantar., pag. 154. (2) Opere, Ediz. di Firenze 1727, Lettere. T. S, pag. 41. (3) Il nome narciso è venuto da! latino narcissus, e questo da narcissos dei Greci , i quali ne derivarono questo vocabolo da narce sopore o gravezza di testa , perchè i narcisi , o almeno alcune spe- cie , fanno dolere la testa col loro odore. Plinio infatti dice {Hìsl.nat. L. 21 , e. 19 ) , a narce narcissum dicium non a fabuloso puero. V. la mia Scella di piante offlcinali, Firenze 1824 f." pag. 117. Pro- babilmente dalla slessa voce greca narcissos ne venne l'altra per- siana narquis, e l'araba nardjis colle quali sono chiamali da quei po- poli i narcisi. (4) Agricoli, teorica MSS., carie il e 18. (5) Agricoli. Speriua. MSS. voi. 2, carie 362. 285 era giovinetto non si conosceva questa pianta in Firen- ze , la quale vi fu introdotta dopo, lochè può calcolarsi essere stato alquanto prima del 1595, epoca nella quale scrisse le sue opere citate. E di fatti corae ci avverte il Savi (1) , nella porta del giardino botanico di Pisa , che fu fatta nel 1595 , si vede effigiato in rilievo questo fiore , sicché era fra noi coltivato sul finire del XVI se- colo. A Vienna vi pervennero ì bulbi da Costantinopoli nel 1580, col nome turco di iusaì, che vuol dire giglio regio , come ce lo insegna il Clusio (2) , sebbene altri vogliano che vi fosse nota questa pianta fin dal 1576 (3). Nel 1582 il predetto Clusio riferisce che a Londra ne erano fiorite alcune piante con quaranta , e fino a settan- tadue fiori sullo slesso stelo, di modo che vi era coltivata questa pianta avanti al 1596, epoca nella quale l'Ai- ton (4) la farebbe essere nota a Londra. Se ne conoscono più varietà di colore e di forma, che il Clarici (5) nota fino a 18. Gli antichi non conobbero questo fiore, o non ne fecero caso ; ma il Clarici mette in dubbio se fosse VHemerocallis di Dioscoride (6) , la quale a vero dire non era la corona imperiale di cui si parla , sebbene varie siano le opinioni degli antichi : giacché il Mat- tioli (7) la crede il lilium bulbiferum , il Dodoneo (8) il lilium martagon, come lo crede lo Sprengel (9). Alla medesima famiglia deJle liliacee si trova il li- lium calcedonicum , bellissima specie di giglio di color (1) Flora ilaliana , T, 3 , pag. 3. (2) Observ.l2l , Bisl. plani, pag. 12T , e. 128. (3) V. Dodoneo, Slirpmm hislor. pag. 202; Sprengel, Risi, rei herb. T.l . pag. 393 ; Clarici, Ist. e coli, delle piante, pag. 329. (4) Hort. Keiv. ed.2 , T. 2 , pag. 244. (5) Ist. e Colt, delle piante, pag. 331. (6) Mal. med. L. 3 , e. 117. (7) Discors. in Dioscor. T. 1 , pag. 92l. (8J Slirp. hislor. pag. 201. (9) Hisl. rei herb. T. 1 , pag. 168, e Comm. in Dioscor. T. 2, pag. 5S0. 286 rosso di minio, coi sepali arricciali , per cui forse prese il nome di riccio di dama che ha volgarmente. Originaria dell'Oriente venne ancor questa pianta da Costantino- poli in Europa, e primieramente a Vienna nel 1573, avanti che il Glusio andasse a stare in quella città (1). In Inghilterra al riferire dell'Aiton (2) vi era coltivata nel 1596 da Giovanni Gerard , il quale nella sua ope- ra (3) ne descrive anche alcune varietà. II Mattioli pare che di questa pianta voglia intendere col nome di un altro Hemerocalle , che dice aver avuto a Karst neiril- liria (4). Il Glarici la cita fra i gigli coltivati a suo tempo col nome di giglio rosso miniato di Coslantinopo- li (5), ed il Roemer ci avverte che ve ne sono più di 20 varietà coltivate per i giardini (6). Non saprei quando fosse stata importata in Toscana , poiché non la trovo notata dal del Riccio, né nel catalogo pisano del Tillì, e nemmeno in quello dell'orto fiorentino del Micheli , cosicché deve essere di non molto remota introduzione fra noi. Altro bel giglio detto tigrato ( ìilium tigrinum) na- tivo della Cocincina e del Giappone , fu introdotto dal Keer in Inghilterra nel 1804; tre anni dopo fu portato in Francia , ed in Toscana si vedde la prima volta nel 1812 (7). Il tuberoso ( polianthes tuberosa), esso pure delle liliacee , è originario di Giava e del Ceylan,e fu. detto giacinto tuberoso delle Indie. Il Clusio (8) lo ebbe nel (1) Gius. Obsert). pag.131. Hist. piantar, pag. I3i. (2) Hort.Kewens.2, ed. 2, T. 2, pag. 242. (3) The herball or general hislor. of planls. pag. 197. (4) Disc, in Dioscor. T. 2 , pag. 922. (o) Islor. e coli, delle piante , pag. 290. (6) Roemer el Schuiles, System, vegelab. T. 7, P. 1. pag. 408. (7) Savi , Flora ilal.T.2 , pag. 19; Anlooio Targioni-Tozzetti . Raccolta di fiori, frutte ed agrumi ^c. Firenze 1825, f." (8) Hist. piantar, pag. 176. 287 1594. In Inghilterra vi era coltivato nel 1629 da Giov, Parkinson, che Io descrive nella sua opera ( Paradisus terreslris, pag. 111 ). Il Clarici (1) che cessò di vivere nel 1725, lo dice fiore rarissimo ( in Italia), che dà no- billà e nome a quei giardini che lo possedono. Il Magalotti lo cita come un fiore ben noto a suo tempo, e di odore assai grave - che il sol parlarne fa dolore di testa - come egli si esprime (2). Finalmente nel catalogo del giardino botanico di Pisa, fatto dal Tilli nel 1725, vi è notato questo fiore come una specie di giacinto. Da ciò si vede che i! tuberoso, sebbene raro, era coltivato e conosciuto in Italia ed in Toscana fino dal principiare almeno del secolo XVIII. Anche i tulipani ( tulipa gesneriana ) furono fra i fiori coltivati con una gran passione nel XVII secolo, a motivo delle differenti varietà dei colori e delle scre- ziature , non che delia forma mostruosa dei sepali in taluni, o della loro doppiezza in altri. Ma intorno a tutte queste copiose varietà che se ne conoscono , può vedersi quanto ne dice il Ferrari (3) , il de Pas (4) , e soprattutto il Clarici (5) ed altri (6). In quanto alla loro doppiezza si legge nel Clarici (7) che « dalla Cappadocia « in Asia , e da quelle balze del monte Emo , ohe dalla « Tracia la Bulgaria in Europa dividono, è fama di- ti scendesse questo bello e leggiadro fiore. Portato pri- « mieramente a Caffa, emporio del Mar Maggiore, ed (i) Islor.e colt.delle piante, pag.167. (2) Ditirambo il fior d'arancio ec. , nelle opere Inedite , Lucca 1762 , pag. 230. (3) Flora , ovvero cultura de' fiori. Roma 1630 , pag. 143. (4) Tran, compendieux et abregé des (ulipes et de leurs di- verses sorles. (3) Ist, e coU. delle piante , pag. 340. (6) Savi, Flor.Ualiana, T.2, pag. 48; Antonio Tiirgìoni-Toz- letll , Raccolla, di fiori frulli e agrumi, Firenze 1823 f.» (7) Ist. e coli. delie piante, pag. 303. 288 c( a Bucefala città della Macedonia , si sparse poi nei « vicini paesi ». E qui si osservi che sebbene sia stata creduta questa pianta originaria e spontanea della Sa- voia e di Nizza (1), e che il Reboul (2) abbia nominato tuìipa gesneriana , un tulipano della campagna attorno a Firenze, che il Bertoloni (3) riferisce alla tulipa spa- thulata , non è il tulipano dei giardini di cui ora parlo spontaneo dell'Italia, e per tal motivo a noi ci venne da Costantinopoli, dove formava 1' ornamento dei giardini turchi. Il primo tulipano che coniparve in Europa, fu quello rosso o mostruoso , che nel 1559 , nacque nel giardino di Enrico Herward in Augsbourg , da semi venuti da Costantinopoli , e che fu descritto dal Ge- snero (4). Nel XVI secolo si sparsero da per tutto , né quasi giardino vi era in Toscana, che non ne coltivasse le più belle varietà. Il P. Agostino Del Riccio (5) parla dei tulipani, che dice esservene stati a suo tempo di tutti i colori. Dì qua la voga per questi fiori passò in Olanda , dove coli' accurata coltura e colla promiscua fecondazione , si produssero altre varietà di forme e di colori , che talmente furono dal 1624 al 1634 apprez- zate , da pagarne fino a 2500 fiorini d'oro le più belle cipolle , secondo che ce lo assicura il Muntingio (6). In seguito di questa voga che i tulipani ebbero in Olan- da , ben presto da questo luogo e non più dall'Oriente si facevano venire i bulbi per coltivarsi nei nostri giar- dini ; e sebbene anche ora si apprezzino molto le più (1) V. Savi, Fior. italiana , T. 2 , pag. 49. (2) Nonnullar. specier. luliparura. pag. 6, N." 5 ; et Seiect. spec. lulipar. pag. 3 , N.° 7. (3) Fior. ila!. T. 4, pag. 83. (4) De horlis gerraan.cum descriplione lulipae eie , in Cordi Hisl.Slirplum. Tiguri 1361 (° C5) Agric. Sperim.MSS.vol.2 , carte 704. (6) Savi, rior.i(ali;\n.T.2 , pag. 49. 289 belle varietà, pur nondimeno sono meno ricercati di quello che lo fossero nel secolo decorso. Il gelsomino comune , o salvatico come è detto {lasminum officinale) , della famiglia delle Gelsominee, è pianta originaria del Malabar e di altre parti delle Indie orientali , e da un certo tempo divenuto volgarissimo fra noi , e quasi naturalizzato. Si crede che dalle Indie orientali passasse nell'Arabia , e quindi in Egitto , e di qui finalmente in Italia, senza che gli antichi Greci e Romani lo avessero conosciuto (1), perchè il pathos di Teofrasto (2) non è come alcuni hanno creduto tal pianta , ma la Lycnis calcedonica (3) , né la smilax di Dioscoride (4), né la smilax leia dello stesso (5), sono il gelsomino , ma la prima smilace , é il fagiolo comune ( phaseolus vulgaris ) e la seconda è il convolvolo comune ( Convolvulus sepium ). E neppure si deve credere che Viasme col quale se ne faceva dai Persiani un olio odo- roso fosse dallo stesso Dioscoride ricordato , poiché quanto si legge in alcune edizioni di detto autore su tal proposito , è tolto dal libro I di Aezio , ed aggiunto al capitolo dell'olio malabatrino (6) , come lo afferma lo Sprenge! (7) . Questo iasme é stato dallo stesso Aezio e dal Mattioli interpretato per viole bianche , ossiano le viole a ciocche di tal colore ( cheiranthus incanus ) ; ma Ermolao Barbaro e Marcello Virgilio, lo ritengono per il gelsomino , abbenchè di contrario parere si mostri il (1) Ruellio, Slirpium e. 84; Stapel, Comm.in Theophrast.p. 280. (2) Hist. piantar. L. 6 , e. 7. (3) V. Sprengel, Hisl.rei herb., T. 1, pag.9l. (4) Mat.raed.L.2, e. 176. (5) Ivi.L.4, C.143. (6) Questo articolo deU'Jasme non si trova nell'edizione del Dio- scoride falla dal Saraceno , ma bensì in altre, e particolarmente in qaella del Mattioli al L. 1 , e. 63 , ed in quella dello Sprengel, al L. 1 , e. 76. (7) Comment. fn Dioscor. T. l , pag. 78. 37 290 ridetto Mattioli ; e di più della stessa opinione , che Viasme di quel citato articolo sia il gelsomino, si mo- strano il DoiJoneo (1) e lo Sprengel (2). Il primo che abbia parlato chiaramente del gelsomino è Serapione , il quale al Gap. 176 , Io distingue dalle viole a ciocche bianche, e lo chiama zambac , sambac, e iasmin. L'epoca per altro nella quale questo gelsomino fu introdotto fra noi , non è ben certa. Il Rucellai , che scrisse il suo poema delle Api nel 1524, cita il gelso- mino , che Roberto Titi nelle note a detto poema (3) chiama fior nuovo e non conosciuto dagli antichi. Il Mattioli (4) , che scrisse intorno al 1559 , lasciò detto: Non è però gran tempo che i gelsomini si sono portali in Italia , ancorché volgarmente al presente , per ogni orto si trovino. Lo che fu confermato anche dal Sederini (5), il quale a tal proposito si esprime che l'altro (gelso- mino ) volgare ordinario , non è gran tempo che fu qua da stranieri paesi nelle nostre parti condotto , e ciò Io scrisse verso l'epoca del 1588. Al contrario il P. Ago- stino del Riccio nel 1595 , scriveva: / gelsomini comuni anticamente sono stati sempre in Italia (6). E difalti il Rinio (7) ci lasciò fio dal 1415 la figura ben disegnata e colorita del gelsomino comune , il quale perciò era ben conosciuto nel veneto , per lo meno fin dal se- colo XV. In Inghilterra vi era coltivato nel 1548 se- condo l'Aiton (8). (1) Pemplades , ec. pag. 410. (2) Commenl.in Dioscor. T. 2, pag. 371. (3) Le àpi di messer Giovanni Rucellai ec, poema unito alia Coltivazione dell'Alaraanni , pag.g264. (4) Discors. in Dioscor. T. 1 , pag. 96. (5) Coli, degli orli e giardini, pag. 123. (6) Agricoli, leor. MSS. carie 21. (7) Liber de SimpHcib. IVISS. lab. 222 , dove chiama il gelsomino comune jastnin e sambac. (8) Bori. Hew. ed. 2 , T. 1 , pag. 18. 291 Questi gelsomini sopportano i freddi dei nostri in- verni , e fanno piante grossissime quanto sarebbe a dire un manico di granata , e vanno in alto più di 30 braccia, come lo dice il Del Riccio , e come difatli posso io ci- tarne in esempio una pianta , la quale aveva più di settanta anni , ed era cresciuta tino ad un secondo piano in un cortile di casa mia, per circa 20 braccia, dove avanti alle finestre, formava una graziosa verzura, caricandosi dì moltissimi fiori. L'altro gelsomino detto catalogno {iasmìmum gran- diflorum ) più delicato del precedente , ma più apprez- zato per il suo odore maggiormente soave e delicato , è nativo esso pure delle Indie orientali , e pare portato in Europa da quelle regioni per opera degli Spagnoli , dopo che ne trovarono più facile l'accesso per la via del Capo di Buona Speranza. Dalla Spagna e probabil- mente dalla Catalogna per cui ne prese il nome , fu trasportato in Italia verso la metà circa del secolo XVI, poiché il Soderini (1) ed il P. Agostino del Riccio (2) si accordano a dirlo di recente introduzione in Tosca- na; ed anzi questo ultimo ci informa per di più, che la prima pianta la mandò Messer Fioretti nostro Fioren- tino al signor Alamanno Salviati in un bariglione, la quale pianta era per entro detto bariglione in un vaso ; e questa fu posta nel giardino vicino alla porta a Pinti della casa , ora Borghese Aldobrandini , allora del detto Salviati , lo stesso che fece venire l'uva salamanna , secondo che si è detto alla pag. 145. In seguito, come lo attesta il citato del Riccio, fu innestato sul gelsomino salvatico a occhio , ma adesso che siamo alVanno 1597 , si annestano a mazza quasi tutti (3). Da ciò si cora- (1) Coltivazione degli orti e giardini , pag. 123. (2) Agric. teorica MSS. carte 3S ; e Agric. sperItn.MSS. vol.l , carte 124. (3) Agric. teorica MSS. carte 37. 292 prende, come Gio. Bauhioo (1), sbagli dicendolo tra- sferito da Scio a Genova, e di qui a Londra, dove sulla testimonianza dell' Aiton (2) vi si cominciò a col- tivare nel 1629 , vale a dire quasi un secolo più tardi che a Firenze. Vi è poi il gelsomino azorico ( iasm. azoricum ) che prende il nome dalle isole Azzorre dove è sponta- neo , e da dove fu portato fra noi. Il Commellino (3) nel 169310 dice rarissimo in Amsterdam. Nell'Inghillerra secondo l'Aiton (d) vi era coltivato nel 1724 ; ma il Tilli lo registra nel 1723 come già vegetante nel giardino di Pisa (5), Questo gelsomino fu mandato dal cardinal Giorgio Gornaro dal Portogallo per la prima volta in Italia , al senatore Giovan Francesco Morosini , che lo piantò nel suo giardino di Padova , da dove si sparse nel resto d'Italia; e ciò fu mentre viveva il Clarici , che ce ne lasciò tali notizie nella sua opera (6), e pri- ma assai della morte del detto Cardinale , la quale av- venne nel 1722 , sicché può dirsi essere slato intro- dotto il gelsomino azorico fra noi sul primo del se- colo XVIII. Allo stesso genere jasminum è stato messo dai più moderni botanici il mugherino , il quale dagli Arabi è detto zambac e sambac , e perciò jasminum sambac e chiamato dai botanici. Linneo (7) lo disse nyctanthes sambac, che il Lamarck (8) variò di genere, stabilendogli il nome di mogorium sambac , che desunse dalla voce mogoriy colla quale i Bramanì chiamano alle Indie que- (1) Hisl. plani. T. 2 , pag. 102. (2) Hort. Eew. ed. 2 , T. 2 , pag. 102. (3) Bori. med. Amstelod. T. I , pag. 1«9. (4) Loc. cit. T. 1 , pag. 17. (5) Calalog. horli Pisani , pag. 87. (6) Iste cult. delle piante , pag. 528. (7) Bori. Vpsaliens , pag. :4. (8) Encyclop. bolaDiq. plancb. X. 1 , (ab. 6 , flg. 1. 293 sta pianta , e dalla quale pur noi Italiani abbiamo for- mato il vocabolo mugherino,e mogherino. Di questo mugherino se ne conoscono tre varietà dai botanici, cioè: 1.° il mugherino comune di fiore scempio, che fu detto anche gelsomino arabico; 2.° il mugherino semidoppio, detto giné e, corrottamente e più volgarmente girne, 3.° il mugherino stradoppio detto di Goa , ed anche del Granduca di Toscana. L'Aiton (1), il Wildenow (2), il Roemer et Schuites (3) considerano que- sti tre mugherini come varietà della specie primitiva , da loro detta Jasminum sambac. Al contrario lo Zucca- gni (4) gli ritiene per tre specie distinte , chiamando la prima mogorium sambac , che sarebbe la Nalla mulla del Rheede (5); la seconda mogorium ginea; la terza mogo- rium goaense , detto cudda mulla dal citato Rheede (6). Al mugherino semplice riferiscono il sambac, o gelsome- rium arabicum del Gesalplno (7) , il quale non si sa da quando sia stato importato fra noi , ma pare per certo posteriormente alle altre due varietà. Del semidoppio non sappiamo neppure l'epoca pre- cisa della sua introduzione in Toscana , ma si rileva dal Clusio che nel 1606 tal pianta era coltivata già in Fi- renze nel giardino di Matteo Gaccini (8) , il quale ne mandò un rametto , il disegno e la descrizione in una lettera al detto botanico , che successivamente fu pubbli- ci) Horl Kewens.ed.2 , T.l, pag. IS. (2) Species piantar. T. 1 , pag. 33. (3) Sysl. vegelabil. T. 78. (4) Cenlur.l, Observ. botante, in Roemer coliect.lSoe, p. 114. (5) Hortus Malabaricus , T. 6 , pag. SO. (6) /vj.pag. 31. (7) Ve planiis Aegypti , e. 19, pag. 72. (8) Questo giardino citalo da me più volte è slato celebre nei secolo XVi , per le molle pianto rare che vi si coltivavano , ed era annesso al Palazzo Caccini in via Pinti, sul canto di via Nuova , passato poi alla famiglia Vernaccia ed ora Lustrini. Matteo Caccini fece venire questo mugherino da Alessandria d' Egitto. 294 cala alla pag. 6 della sua operetta postuma Curae posle- riores , stampata nel 1611. Dalle parole del ridetto Cac- cioi si rileva che questo mugherioo semidoppio, era ve- nuto a Firenze da Alessandria d'Egitto, col nome di si- ringa gelsomino arabico, e gelsomino di Giné. L'Aiton lo dice coltivato in Inghilterra nel 1665. Questo è quello probabilmente che il Barullaldi dice mugherino Porto- ghese (1) portato da Goa in Portogallo , e di lì in Tosca- na, col nome ancora di fior del cuore; e sebbene lo dica stradoppio , non devesi credere il vero e tanto ce- lebre di cui ora sarò a dire , perchè questo non venne dal Portogallo. Abbiamo infatti di questo mugherino stradoppio la precisa istoria dal Tilli (2), il quale ci dice che nel 1689 da Goa direttamente , furono fatte venire per ordine del Granduca Cosimo HI de'Medici al giardino botanico di Pisa , alcune piante rare , le quali furono trovate tutte perite , a riserva di una pianta di gelsomino semidoppio o girne, e di una dello stradoppio, il quale con ogni cura piantato , riprese vigore , e quindi come cosa rarissima fu trasferito alla real villa di Castello presso Firenze. Quivi fu gelosamente custodito con severa pribizione di darne a chi si sia dei nesli o dei margotti , perchè non fosse propagata altrove questa bellissima varietà di grossi e grupputi fiori, che presero il nome di mugherini rosa, e mugherini del Granduca di Toscana. Una tal rigorosa privativa continovò per il corso di un poco più di un secolo, e finché nel 1791 , come ce lo racconta lo Zuc- cagni (3), l'immortale Pietro Leopoldo lasciò che a be- (1) La Tabaccheide, ditirambo.al verso 1530, e nota allo stesso verso, pag. 179. (2) Caialogus plani. Horti Pisani , pag. 87, dove aUa tav. 30 dà la figura di questo mugherino stradoppio, ed alla tav. 31, quella del semidoppio. (3) Cenlur.l, observ. bolan. N." 3 , in Roeraer , collect. 1806, pag. IH. 295 nefizio di tutti, ne fossero dati i .nesti ed ì margotti a chi gli ricercava. Allora fu che si sparsero in molti altri giar- dini le piante di questo famoso raugherino, ma poco dopo avvenne per una ignota cagione che da per tutto perirono, non escluse le piante medesime di Castello, dove per tanto tempo vi erano esclusivamente vìssute prosperamente , come si è detto. Per questa fatalità non se ne trovavano più piante it> Toscana, quando in un catalogo di Voorhelm e Schneewoght d'Harlem in Olanda , comparve notato vendibile col nome di fameux Jasmin du Granane de To- scane. Allora il Conte Piero de Bardi , altra volta citato per piante rare introdotte in Firenze, Io fece venire, lo moltiplicò e diffuse, cosicché ritornò ad essere coltivato a Castello ed altrove d'allora in poi, e reso meno raro e di facile moltiplicazione e conservazione (1). Presso i giardinieri ebbe anche il nome di Nyctanthes etrusca per essere stato coltivato tanto tempo esclusivamente in To- scana. Gli Inglesi Io portarono a Londra direttamente dal Malabar , e lo messero in commercio a gran prezzo (2). Di questo famoso mugherino ne celebrarono le Iodi il Magalotti con una sua elegante canzone (3) ed il Filicaia con quattordici odi latine, secondo che lo dice il Baruf- faldi , ma delle quali solo tre sono fatte di pubblica ra- gione nel libro stampato a Lucca nel 1720 , col titolo Newton Henr. Epistolae , Orationes et Carmina [i). (1) Alla esposizione dei prodotti di giardinaggio ec. , fatta in Firenze nei 1852, furono mandati dal giardino R. di Castello dei bellissimi indivìdui di 10 , di 20 , e di 30 anni. Per la coltivazione e conservazione non facile dei nesti di queste piante , vedasi la Mena, di Gius. Piccioli: Sopra l'innesto del mugherino di Goa , negli Alti dei GeogoQli, T. 4 , pag. 27S. (2) Colla , Antolegista , botan. T. 3 , pag. 24. (3) Trovasi questa poesia fra le Canzonelle anacreonliche di Lindoro Elaleo paslore Arcade ( ossia del Magalotti ) , Firenze 1723, pag. 22 , e nelle note al Dìtiranabo la Tabaccheìde del BarufTaldi , pag. 179. (4j Questo Newton fu inviato straordinario d' Inghilterra alia corte di Toscana , e corrispondente dell'Accadenaia della Crusca ; e 296 Insieme coi fiori fln'ora delti, che negli ultimi se- coli occupavano il primo posto nei nostri giardini , sono pur da riconiarsi i Garofoli o viole garofanate [Dian- thus caryophillus) della famiglia delle Gariofillee , e così chiamati perchè spirano odore simile a quello dei garo- fani. 11 Rouellio crede che gli antichi non abbiano co- nosciuto queste piante , Io che è confermato anco dal Dodoneo (1) ; e sebbene molti botanici dei tempi decorsi si siano affaticati a trovare il garofolo in più e diverse piante nominate dai Greci e dai Latini , come può ve- dersi nel Clarici (2), tuttavìa nessuno ha dato nel se- gno , e perciò bisogna ritenere che gli antichi avessero lasciato in oblio del tutto questo vegetabile , sebbene spontaneo e comunissimo nei luoghi silvestri di tutta quanta l'Italia, la Svizzera, la Francia e la Spagna. I fiori che crescono spontanei sono sempre scempi , cioè di cinque petali , ma tinti variamente , essendovene dei bianchi, dei gialli, dei rosei, dei rossi, dei pavonazzi ec, ma col mezzo della coltivazione sono stati ridotti doppi e stradoppi , e di colori anche mischiati , da renderli bea presto un vago adornamento di Flora. Gredesi che i primi rudimenti della cultura dei garofoli si debbano a Renato conte d'Anjou e di Provenza (morto in Aix nel 1480), il quale dopo essere stato discacciato dalla Lorena e dal regno di Napoli , ritiratosi in Provenza , si occupò nel disegnare e coltivare diversi fiori (3). Ai primi del secolo XVI è certo che la coltura delle diffe- renti varietà di questo fiore era in credito ; ed a noi secondo il Glarici ci pervennero le più belle qualità dalla Francia e dal Belgio, alle quali poi i giardinieri queste Odi del Filicaia si trovano alle pag. 43 , 46 e 94 , di quella miscelIaDea. (1) Florum coronar, pag. 69. (2) Ist. e Colt, delle piante, pag. 352. (3) Lolseleur-de-LongschampB. Herbier de l'anialeur. Tab. 303 e 384. 297 applicarono , per una bizzarra consuetudioe come ai giacinti , i nomi di principi , di grandi personaggi , di deità favolose ec. II P. Agostino del Riccio (i) rammen- tando come coltivate già a Firenze molle varietà di ga- rofoli , vuole che queste ci fossero portate in prima dalla Spagna ; ed il Soderini (2) nel dirci che coH'accu- rata coltivazione se ne ottengono le molle sorta che se ne vedono di colori differenti , ma spesso variabili , loda moltissimo quelli doppi di Pisa , dove pare che in quel tempo vi se ne facesse attenta cultura delle più belle va- rietà, attribuendo ciò alla natura della terra e del clima. I giardinieri dividono le viole garofanate (lasciando ad- dietro le scempie) in semi-doppie di grado inferiore; in semi-doppie di seconda classe ; in semi-doppie di prima classe; in doppie e stradoppie mostri, e nelle quali il calice scoppia, non essendo più capace di contenere i moltissimi petali avventizi. Dappoiché si è conosciuto che mediante la fecondazione artificiale, di cui per questo scopo ne hanno trattalo il P. Filippo Arena (3) ed il Giardiniere Giuseppe Piccioli (4), se ne ottengono le raoltiplici razze variata- mente colorile, si è potuto crescerne assai queste varietà, le quali egregiamente in Toscana si ottengono alle reali ville di Castello e della Petraja, dove l'esposizione meri- dionale favorisce lo sviluppo di queste piante, sempre apprezzate e ricercate per i loro vaghi fiori. Al primo comparire in Europa del Girasole [Helian- thus annuus) pianta della famiglia delle Composte , si ri- (1) Agrlc. teor., MSS. carte 12 e 13; Agric. speriraenl. MSS. voi. 2 , carie 369. (2) Cult, degli orti o giardini , pag.l29. (3) Natura o cottura dei fiori. Cosmopoli 1771. (4) Metodo per fare le semente dei fiori ed in particolare dei garofoli ec. Firenze 1788 , id. La cultura dei fiori e degli ananassi senza stufe ec Firenze 1792. V. anche la mia RaccoUa di fiori , frulli ed Agrumi. Firenze 1825, f." articolo viole garofanate. 38 298 svegliò l'ammirazione di tutti gli antofili , forse per la gigantesca statura di questo fiore, originario del Perù e del Messico, da dove ne furono portati i semi a Madrid nel giardino reale, secondo che ce ne informa il Dodoneo (1), col nome Chrisanthemum Peruvianum. Di qui si propagò la specie in tutta Europa con vari altri nomi (2), ed il Dodo- neo or citato , dice di più averne vedute a Padova varie piante molto grandi a tempo del Gortuso. Il Mattioli ne ricevè dallo stesso Gortuso il disegno, i semi, e la osser- vazione che quel botanico aveva fatta sul seguitare che il fiore fa, il giro del sole (3). Il Sederini la ricorda come venuta dalle Indie del mezzogiorno (4), ed il P. del Ric- cio (5) dice che questa pianta fu portata a Firenze da poco tempo , cosicché può credersi che in Italia , prima a Padova e poi a Firenze , vi si vedesse circa la metà del XVI secolo. Poco oggi valutasi il girasole, invece del quale è io pregio grande altra pianta della stessa famiglia, ed ori- ginaria dello stesso paese , cioè del Messico , la quale di là venne in Spagna verso il 1790 , portatavi da Sessè Mocino , e dal Cervantes. Questa è la Dahlia variabilis , che il Gavanilles avanti a tutti descrisse nel primo tomo della sua opera (6) , stampata nel 1791 a Madrid, della qual pianta ne distinse due, credute specie separate, dando loro i nomi di Dahlia pinnala all' una e rosea (if Fior, coronar, pag. 304. (2) Cioè di girasole ; sole indiano ; erba o pianta masslnoa ; fior di S. Marco ; Corona regale ; coppa di Giove ; bellide Piinlana ; tromba d'Amore. (3) V. nel Mattioli , Disc, in Dioscor. ed. del VaJgrisi 1585 f.° la lettera del Cortuso al;detto Mattioli in principio del T. 1. Ved. In- torno a questi moti la lyiem. sull'eliotropismo dell' Helianlhus etc. , del doUor Allilio Tassi. Pisa. (4) Colt, degli orti e giardini , pag. 102. (5) Agricolt. Sperim. MSS. voi. 2 , carte 701. (6) Icones et descriplion. piantar. T. 1 , p. S7 , tab. 80 ; e_T. 3 , p.33, tab. 265. 299 all' altra , dedicandone il genere al botanico Svedese Andrea Dhal , nome che per essere stato imposto dal Thumberg ad altra pianta, fu cambiato poi dal Wll- denow (1) in quello di Georgina purpurea, mantenendo sempre le due varietà credute specie distinte , cioè , la purpurea e la rosea. Ora il Decandolle nomina que- sta pianta Dahlia variabilis , e volgarmente è detta georgina e dalia. Pare per altro che dal Messico pritma che in Spagna , fosse portata nell'Inghilterra nel 1789 , da Miledi di Bute , a quello che ne dice l'Aiton (2). [n Italia ci pervennero le prime varietà a fiore doppio assai più tardi , poiché le trovo per la prima volta notate nel catalogo del giardino Freylin alla Buttigliera presso Ma- rengo nel 1810 , ed in Toscana nel catalogo del R. giar- dino di Boboli del 1817 , e quindi nell'anno successivo in quello del Museo di fisica e storia naturale di Firenze. A poco a poco se ne è oltreraodo estesa la coltura loro, specialmente in questi ultimi tempi , in tutti i nostri giardini , da essersi rese dirò comunissime. Sono magni- fici i fiori di queste piante , ma così soggetti a variare, che colla coltivazione accurata , sotto l' influenza del clima e del terreno, e poi soprattutto per l'artificiale fecondazione , se ne sono moltiplicate oltremodo le va- rietà , sì per la diversità dei vivacissimi e schietti co- lori , che per la grandezza dei fiori , e disposizione dei loro raddoppiati raggi. Il Walner, gran coltivatore a Gi- nevra di tali piante , ne enumerò 1500 varietà nel suo catalogo di Dahlie , pubblicato in detta città nel 1832. Ma d'allora in poi si sono tanto accresciute di nume- ro , da dirsi infinite , perchè come si esprime il Decan- dolle hybridae in horlis quotidie creantur (3). Di queste (1) Species piantar. T. 3, P. 3 , pag. 2124. (2) Hori. Kewens. ed. 2 , T. 6. pag. 88 ; e Bolanical Regisler. Tom. 1. (3) Piodr. syst. natur. veget. T. 3, pag. 494. 300 varietà veramente stupende sotto tutti i rapporti, se ne vedde una copiosissima raccolta spettante a diversi cultori di Flora , alla pubblica esposizione di orticultura e giardinaggio fatta uel settembre 1852 a Firenze , dove la passione per questi bei fiori , non è minore di quella che è per le camelie. I crisantemi delle Indie , della medesima famiglia delle composte , sono oggimai divenuti comunissimi in tutti i giardini , ma la loro importazione in Europa si può dire recente. Tutte le copiose varietà che ora ne ab- biamo appartengono alla specie medesima , chrysanthe- mum indicum dei botanici. Il Kempfer ce ne dette la prima notizia, indicando questo vegetabile coi nomi, di Kik , Kikf, Kikku e Kawara lamogi , coi quali è cono- sciuto al Giappone dove è indigeno, come lo attesta an- che il Tumberg (1) , e dove molto apprezzate vi sono per coltivarle nei giardini , le tante varietà di colori. Il Rumphio (2) , dice essere questa specie originaria anche della China , e che in Arabia ne coltivano le varietà a fiore bianco , giallo, rosso ec. , ma che noi per molto tempo non abbiamo conosciute. Infatti l'unica qualità che per diversi anni si è coltivata , è quella coi fiori di colore rosso vinato cupo , la quale fu descritta e figu- rata dal Gurtis (3), dicendoci che fiori in Inghilterra la prima volta nel Novembre del 1795 , nel giardino del Galvill a Cheslea. Ma l'Aiton (4) , riporta al 1764 la coltivazione di questa pianta a Londra, fatta dal Miller. In Francia vi fu importata dalla Ghina per la via di Marsilia, dal Blanchart nel 1789, ed il Ramatuelle la descrisse all'Accademia delle Scienze (5). In Toscana (1) Flora laponica, pag. 320. (2) nerbar. Àmboin. T. 5, pag. 259. (3) Bolanical Magaz. T. 10, pag. 327. (4) non. Kemns, ed. 2 , T. 8 , pag. 95. (5) Savi , Flora italiana, T. l, pag. 31. 301 ci pervenne mandata dall'orlo botanico di Pavia a! professor Gaetano Savi per il giardino dell'Università di Pisa nel 1796 , e questa può dirsi la prima venuta fra noi ; la quale ben presto moltiplicata , fu sparsa in molti giardini ; e come ho detto , questa varietà fu l'unica conosciuta e coltivata fino al 1812 , nel quale anno vennero altre piante di questo crisantemo di fiori gialli , al giardino del marchese Giuseppe Pucci in via dei Cresci a Firenze. Ma già il Ramatuelle di so- pra citato, aveva osservato nell'erbario di Lamark al- cuni esemplari di questa pianta a fior giallo, mandati dalle Indie dal Sonnerat, ed il Decandolle nel 1813, come anche l'Aiton nello stesso anno, citarono alcune altre varietà di fiori rosei, gialli, gialli-pagliati, bian- chi, porporini, lilla, ruggine, ranciati ec, i quali pervennero ben presto anche in Toscana. E quindi colla promiscuità dei pulviscoli , se ne moltiplicarono le va- rietà per la forma e disposizione dei flosculi raddop- piati , e per le gradazioni dei già detti colori , cosicché adesso ve ne sono da per tutto tante e tante razze bel- lissime per ornamento dei giardini , nella stagione au- tunnale. Ed oltre a ciò ora ne abbiamo un'altra sotto- varietà detta nana , perchè le piante sono nel loro por- tamento , e nei fiori, di dimensioni molto più piccole; e queste debbonsi anche ammirare per una promiscuità maggiore di colori che negli altri (l).La prima ed unica qualità di questi nani che si vedde in Firenze circa il 1825 , era di colore giallo. (1) Queste numerosissime varietà di crisanlerai nani sono stale moltiplicate per fecondazioni artificiali, ed~ introdotte nel giardino del marcliese Carlo Torrigiani dal giardiniere Pietro Laghi, clie ne portò molli da Roma da lui medesimo ottenuti , come può vedersi nel ca- talogo di delti crisantemi coltivati nel rammentato giardino , stam- palo nei 1849 , e dove ne sono registrali 200 varietà. 302 Fra i fiori che più modernameDte hanno fallo sul loro comparire un gran furore , non può tacersi l'Orten- sia , ai nostri giorni divenuta comunissima, tanto a fiore color roseo , che la varietà a fior turchino , la quale si ottiene per una special coltivazione con terra preparala ad arte. L'Ortensia ebbe dififerenti nomi dai botanici (1), ma più generalmente ora è detta Hydrangea Horlemia. Il Kempfer (2) la fece conoscere come pianta da lui veduta al Giappone , ma di fiori celesti , indicandola coi nomi Sijo , Adsai, Ansai, e Adsìkii. 11 Loureiro (3) la chiamò Primula mutahilis , a motivo del cambiamento di colore che fanno i suoi bei fiori, riuniti a globo, in ragione del loro sviluppo e della loro durala , e la dice pianta originaria della China. Fu detta dal Commerson Peautia, in onore di Orten- sia Lapeaute , che fu sua compagna nel viaggio che fece attorno al globo , la quale morì nel 1788. Per questa stessa ragione fu della anche Lepautia : quindi ne fu va- riato il titolo in Hortensia , non per il nome di Ortensia della predetta donna , ma dalla voce Horlus , quasi flos honorum (4) , essendo pianta coltivata abbondantemente in tutti i giardini del Giappone e della China , come ora lo è nei nostri. Fu portala da Canton in Inghilterra al giardino di Kew dal Banks nel 1788, secondo l'Aiton (5), o nel 1790 secondo il Curtis (6) , lo che sembrerebbe più verosimile, considerando che none ricordala nel (1) Fu della Hydrangea horlensis; Flydr. opuloides; Hydr. mu- labilis ; Hortensia opuloides ; Horlen. rosea ; Horl. speciosa. (2j Amoen. exol. pag. 844. (3) Flora Cocincinens. T. 1 , pag 127. (4) V. Annal. di Storia nal. di Bologna 1830 , T. 3 , pag.331. Ttiels, GiossairedeBolan. pag.231 ; Dizion. delle scienze nalur. (rad. in ila!, slamp. a Firenze dal Batelli , T. 12. (8) Horl. Kew. ed. 2 , T. 3 , pag. 63. (3) Bolan. magaz. T. 23, pag. 4 38. 303 catalogo di detto giardino di Kew , fatto nel 1789 , noa bensì in quello dell'anno successivo , e sotto il nome di Hydrangea hortensis. 11 Cels la introdusse in Francia circa il 1790. La prima pianta di ortensia che venne in Toscana fu nel 1804, introdottavi dalla marchesa Luisa Peroni, che amante della botanica la coltivò nel bel giardino del suo palazzo in via dei Serragli in Firenze, ricco di molle altre piante rare per quel tempo. La varietà a fiore celeste non si conobbe che poco dopo il 1820. Dei Gerani, o meglio si direbbe dei pelargoni, tutti nativi dell'AETrica e del Capo di Buona Speranza, e della famiglia delle Geraniacee, pochissimi se ne conoscevano nei nostri giardini avanti il secolo XVIIl, poiché la mas- sima parte sono stati importati in Europa nel corso di detto secolo , ed assai più nel secolo che corre , aven- done i giardinieri fioristi moltiplicate le varietà straor- dinariamente in questi ultimi anni per mezzo di ibride riproduzioni , fra le varietà più eleganti nella loro fio- ritura. Ed a vero dire ora se ne vedono sempre dei nuo- vi, e di sorprendente bellezza. Sul finire del XVII secolo si cominciò a conoscerne alcuni, come il Pelargonium cu- cuUatum ed il capilalum con odore fra la melissa e la rosa, i quali nel 1690 furono introdotti nell'Inghilterra dal Capo di Buona Speranza , per opera del Conte di Port- land (1), e già nel 1723 erano registrati nel catalogo delle piante del giardino botanico di Pisa fatto dal Tilli. Nel 1692 nella stessa Inghilterra Roberto Uvedale colli vava il myrrhifoUum , che il Clarici annovera fra quelli conosciuti a suo tempo sotto il nome di Geranio incar- nalo colle foglie di betonica , laciniate e macchiate (2) , e che nel 1723 era coltivato nel giardino botanico di Pisa. (1) V. Alton , HoH.Kiw. ed. 2 . T. 4 , pag. 144 , e 176. (2) Istor. e cali, delle piante , pag. 405. 304 Nel 1693, Giacobbe Bobart coltivava a Londra il Pelar- gonium atchemilloides , che il Clarici parimente nomina fra quelli ben noti in Italia a suo tempo col nome di Geranio bianco colle foglie di alchemilla, esso pure colti- vato in Pisa nel 1723. Ma alquanto avanti , e precisa- mente nel 1632, era stato condotto a Londra il Pelargo- nium triste o geranio notturno, dal Tradescant (l), stato poi descritto dal Cornuto (2), e quindi dal Clarici (3). Il conte Lorenzo Magalotti, in una delle sue poesie, scherzò su tal pianta (4), dal che può rilevarsi che già era nota e coltivata anche in Firenze sul finire del secolo XVII. Il geranio chermisino ( Pelargonium inquinans ) fu introdotto nell'Inghilterra l'anno 1714(5), e nel 1723 era nel giardino botanico dell'Università di Pisa (6). Più comuni sono altri due geranj, dei quali uno è detto rosa e rosato per l'odore di rose che hanno le sue foglie inta- gliate {pelargonium radula var. p. ) coltivato ora in tutti gli orti, il quale secondo il Wildenow (7) è un ibri- dismo del Pelargonium radula fecondato dal pelarg. gra- veolens, ambedue introdotti in Inghilterra nel 1774 (8). Questo geranio rosa è venuto in Toscana in epoca igno- ta , ma non lontana , giacché non lo trovo registrato (1) Ailon , Bori. Keio. ed. 2 , T. 4 , pag. 165. (2J Hisl. plani, canadens. Parisiis 1633, pag. Ili , dove dice che fu introdotto in Francia da Renalo Morin. (3) Isl. e coli, delle piante , pag. 403. (4) Canzioniere del Conte Lorenzo Magalotti , nel T. 1 delle poesie inedile, nel Dilirambo il fior d'arancio , dove alla pag. 151 , dice : — E quel nemico al di , quel fior geranio ette solo ha olezzo Quando il nostro emisfero è tulio al rezzo , Se non venisse a noi da Udo estranio Lo chiameremmo fior da pipistrelli. (6) Alton , Horl. Kewens , ed. 2 , T. 4 , pag. 172. (6) Tilli , Cai. hort. Pisani , pag. 67. (7) Spec. piantar. T. 3 , P. 1 . pag. 679. (8) Alt. Bori. Kew. ed. 2 , T. 4 , pag. 178. 305 nel 1780 fra le piante del giardino botanico di S. Maria Nuova , né in quello del Museo del 1782 , cosicché deve esserci stato importato dopo questo medesimo anno. Un altro geranio molto comune e coltivato dalie donne sulle finestre con altre piante odorose, è la così detta malva d'Egitto ( Pelargonium odoratissimum ) pianta che nel 1724 era coltivata in Inghilterra (1), Non la trovo registrata nel catalogo fatto dal Tilli nel 1723 del giar- dino pisano, né nell'opera del Clarici, che cessò di vivere nel 1725, né nel catalogo del giardino botanico dei Semplici fatto dal Micheli nel 1736, comparendomi per la prima volta nel catalogo del giardino di S. M. Nuova fatto da mio padre nel 1780, di modo che deve essere stata importata in Toscana verso la metà del XVIII se- colo, e non prima. La maggior parte poi degli altri pelargoni fu intro- dotta , come sopra ho avvertito, nel corso del ridetto XVIII secolo , secondo che può vedersi nell'Aiton (2) e nell'Andrew (3). Celebrato fin da lontanissimi anni per le sue pretese virtù vulnerarie fu il dittamo {Origanum dictamnus) della famiglia delle labiate, originario dell'Isola di Greta o Candia , trovandosi ricordato da Ippocrate , da Teofra- sto , da Dioscoride e da molti altri Greci scrittori , col nome di diclamnos e dictamnon , e da Virgilio (4) e da Plinio (5) fra i Latini, col nome di diotamnus. Non pare peraltro che si coltivasse in Italia prima del secolo XVI, sebbene fosse adoperalo nella composizione dei medica- menti , poiché di Candia ne veniva l'erba secca per la (1) Alton , Hort. Kew. ed. 2 , T. 4 , pag. 167. (2) Loc. cil. pag. 195 e seg. (3) Geraniuras or a monograph. of Ihe genas Geranluna elr. , by H. C. Andrew. London 1803, 2 voi. In 4.° (4) Aeneid. L. 12, v. 411. (5j Hisl. nat. L. 26, e. 14 , 13. 39 306 farmacia, come lo assevera il Mattioli (1) col dire, non è gran tempo che s'è comincialo a portare il dittamo di Can- dia a Venezia ; e come si legge nel Ricettario fiorentioo del 1550, a pag. 21 : // dittamo è una pianta. . . che ci si porta di Candia. Il Crescenzio (2) parla del Dittamo , cioè delia frassinella come egli stesso dichiara, pianta ben diversa dal dittamo eretico odoroso di cui ora si tratta, e che esso pare non conoscesse. Neppure il Sode- ri ni ne fa parola nella sua Coltivazione degli orli e giar- dini; lo rammenta bensì il P. Agostino Del Riccio (3) , come pianta coltivata a suo tempo; e nelle note a Teo- frasto dello Stapel (4) si legge, che il seme di questa pianta fu mandato di Candia a Luca Chini, stato pro- fessore di botanica a Bologna fino al 1544, e poi a Pisa, da un suo fratello, e che gli era nato; come Io stesso Stapel dice essere anche a lui nate delle piante dal seme avutone: in Inghilterra , al dire dell'Aiton (5) vi si col- tivava nel 1551. Dalle quali cose ne verrebbe a resul- tare , che fra noi il dittamo odoroso fosse introdotto nella prima metà del secolo XVI, e non avanti. Ora è comunissimo, e coltivato sulle finestre dalle donne, come il geranio malva d'Egitto, il bassilico, ed altre pianti- celle odorose. Le Fuchsie , delle quali attualmente tante specie e varietà ce ne sono bene accette e ricercate per le col- lezioni degli amatori di giardinaggio, sono di modernis- sima introduzione. Non si conosceva per lo addietro altra specie che la Fuchsia coccinea , la quale per la prima volta figurò in Italia nel Giardino del conte di Freylin alla Buttigliera presso Marengo nell'anno 1785, come si (1) Disc, in Dioscor. T. 2 , pag. 746. (2) Opus rustie, commod. L. 6. e. 41. (3) Agricolt. teor. MSS. carie 113. (4) Theophrast. Hist. pi. pag. 1123. (5) Horl. Kcw. ed. 2 , T. 3 , pag. 412. 307 rileva dal catalogo del detto giardino per quell'anno medesimo. In Firenze venne al giardino Pucci nel 1805, e quel giardiniere Manelli ne fece in seguito tante mol- tiplicazioni , che in pochissimo tempo gli portarono un guadagno di oltre 7000 lire colla vendita loro; tanto furono ricercate queste piante. Nel 1806 figurava nel catalogo del giardino botanico del Museo di Firenze. Dopo quattro anni, cioè nel 1810, comparve a Torino un' altra specie , cioè la Fuchsia Lycìoides , ma tutte le altre che ora si vedono coltivate nei nostri giardini , sono di un' importazione che non va al di là dei dodici a quindici anni all'incirca. Fra le piante da giardini di lusso possono anno- verarsi gli ananassi {Bromelia Ànanas) della famiglia delle Bromeliacee , sebbene più che da fiore siano da ritenersi per piante da frutto. Il Rumphio (1) col no- me di Nanas , descrivendo l'ananasso , dice essere stato conosciuto per la prima volta dagli Spagnoli al Brasile, dove è originario , ma crede che sia nativo anche delle Indie orientali , perchè ne trovò le piante salvatiche nell'isola d'Amboina ed alle Molucche ; e difatti lo vo- gliono anche indigeno di varie parti dell'America , di Sierra Leone in Affrica , e dell'Asia (2). Tuttavia il Lochner (3) pensa che dal Brasile fosse importato alle Indie orientali , e di più cita alcuni autori , dai quali si rileva che furono anche in differenti tempi trasferite queste piante alla China , al Siam , al Bengala , al Cey- lan in Affrica ec. dove S(mo prosperamente allignate. In Europa si vuole che fossero trasportate le piante di (1) nerbar, àmboin. T. 3 , pag. 227 , cap. 41. (2) Roeraer et Schuites, Sysl. vegetabil. T.7, P.2 , pag. 1284 ; dove si trovano registrati molli autori clie trattano della coltivazione di tal pianta. (3) Comment. de Ananasa in Volcaraer , Hesper. Norimberg , pag. 3 ; Acosta aromat. pag. 44. 308 aDaoasso prima nei Paesi Bassi, l'anno 1633 (1), ed il Lochner poco fa citato , narra clie il Paludano asse- vera averne avute nel suo privato giardino nel Belgio delle piante sul principiare del secolo XVIl , che per il freddo andarono male. Ma poi imparato a custodirle, erano già verso il 1681 ben coltivate nei giardini di Leida e di Amsterdam , come può rilevarsi dai cata- loghi fattine , del primo dall' Hermann , e del secondo dal Commellino. Dall'Aiton (2) siamo informati , che nell'Inghilterra ve lo introdusse il conte di Portland nel 1690. Il Glusio nelle note all'istoria degli aromati dell'Acosta (3), dice nel 1605, di aver mangiato gli ana- nassi giulebbati che venivano a suo tempo da Giava ; cosicché non pare che ne vedesse le piante coltivale , né in Italia , né in Germania , né altrove a quell'epo- ca. La prima memoria degli ananassi in Toscana che trovo, è nel catalogo del giardino botanico di Pisa fatto nel 1723 dal Tilli , ma da quanto ne dice , par- lando del fiore e dell'espettativa del frutto, non sembra che fossero piante troppo note in allora fra noi ; e di- fatti il Del Riccio , né il Micheli ne fanno parola. Laonde la coltivazione degli ananassi , di cui ora se ne trovano diverse varietà e specie particolari , é piuttosto recente fra noi , e della metà circa del decorso secolo in poi (4). Il fior di passione comune , detto granadilla dagli Spagnoli {Passiflora caerulea), è una delle specie le più anticamente conosciute , ed è pianta nativa del Perù e del Brasile, e della famiglia delle Passifloree, Da ciò (1) Repertor. d'Agricoli, di Torino, T. 15, pag. 296. (2) Hort. New. ed. 2 , T. 2, pag. 200. (3) Clusius , exotieor , pag. 283. (4) Per questo varietà , V. il Dizion. di Slor. natur. Iradot. in ila), e stampalo dal Batelll. Firenze , T. 2 , pag. 95. 309 che ce ne dice l'Aiton (1) era coltivata in Inghilterra nel 1699 , dalla Duchessa di Belfort. Ma in quanto alla Toscana può dirsi molto anteriore la di lei conoscenza; poiché Lorenzo Parigi medico , in una sua lettera scritta nel 30 Novembre 1610 a Fra Jacopo Torricella Vescovo di Marsina, nella quale gli dà conto della cappella me- dicea , o di S. Lorenzo di Firenze , vi parla incidental- mente di questo fiore di passione , portato a noi dal- l'America verso quel medesimo tempo, e perciò prima che in Inghilterra (2). Alcune altre specie di passiflore venute dopo , sono citate dal Clarici (3), ma molte altre delle più belle che si trovano nei nostri giardini , sono di più moderna introduzione , cioè dalla metà circa del secolo decorso in poi. Il Nasturzio o Tropeolo, o Gardamino indiano {Tro- paeolum majus) della famiglia delle Tropeolacee , fu in- trodotto in Toscana da Fra Francesco Malocchi minore osservante , custode del giardino botanico di Pisa , che ne ebbe i semi direttamente dal Perù , patria originaria di questa pianta; lo che fu circa il 1596 (4). Ed il Pa- dre Agostino del Riccio (5) lo nomina come fiore non conosciuto dagli antichi , e nuovo. I così detti gelsomini di bella notte [Mirabilis jalapa) delle Nictaginee , il Del Riccio gli rammentò frequente- mente sotto il nome di gelsomini brachetloni di lanzo , o gelsomini reboredi , e maraviglie di Spagna , dicendo che erano fiori pellegrini, e che vennero in Firenze a tempo che (1) Hort. Kew. ed. 2 , T. 4 , pag. 164. (2) V. questa lellera inedita nel Codice MSS. già del Biscioni , ora nella Magliabectiiana di Firenze, Class. 17 , cod. 103. (3) Isl. e coli, delle piante , pag. 421. (4) Savi Notizie per servire alla storia del giardino botanico di Pisa. (5) Agricoli, leor. MSS, carie 11. 310 era vivo il Granduca Francesco , cioè prima del 1587 , e che altri tulli bianchi gli introdusse a suo tempo il Be- nincasa Fiammingo (1). Anche il Quamoclit {Ipomaea quamoclit) delle Con- volvulacee, che fu consideralo un gelsomino sul suo primo comparire , fu accolto come una pianta di assai pregio , ed il Caccini che lo coltivava nel suo giardino a Firenze ne mandò i semi al Glusio (2). Il Soderioi dice essere stato portato di semi dalle ìndie da poco tem- po (3) , ed i! P. Agostino del Riccio ne tratta come pianta nuova e degnissima, e che fa bella verzura (4), co- sicché sarebbe stata introdotta da noi nel secolo XVI, confermandolo il Wildenow (5) col dire che fu fatta co- noscere nel 1680 dal Gesalpino. L'erba cedrina o cedrola [Lippia cilriodora) orìgiDa- ria del Perù e di altri luoghi dell'America meridionale , è della famiglia delle Verbenacee, ed ha ricevuto diversi nomi dai botanici (6). Non è di antica introduzione e forse di verso il 1780, poiché il Savi (7) ci dice che a quell'epoca era pianta rara in Toscana. Ma qui vasto campo si presenterebbe , se si volesse tener dietro alla introduzione fra noi di moltissimi altri fiori , che nei secoli XVI e XVII furono ricercati per or- namento dei giardini; fiorì che per mancanza di meglio, e perché forestieri , allora si applaudivano, e che ora sono diventali troppo triviali, da non metter conto di parlarne. Invece sarebbe miglior pregio dell'opera dire (1) Agric. teor. MSS. carte 40. (2) V. Clus. Curae poslerior. pag, 8. (3) Colliv. degli orli e giardini, pag. 231. (4) Agric. leor. MSS. carte 149, 166 ed altrove. (5) Spec. piantar. T. 1 , P. 2 , pag. 880. (6) Verbenia triphylla: Àloysia cilriodora : Zappunia citriodora. (7) Trattalo degli alberi , ed. 2, T. 2, pag. 32. 311 di quelli che sul finire del secolo decorso , e nel cor- rente nostro , si vedono importati , primieramente in Inghilterra , dove il lusso è oltremodo esorbitante in questo genere di coltura e di traffico ; poiché di là subito si propagano per tutti i più rinomati giardini dell'Europa, e via via da questi ad altri, lo che costi- tuisce un ramo d' industria e di commercio estesissi- mo , e di cui poca idea se ne aveva in addietro. Ma l'abbondanza di queste svariate piante è così strabocche- vole , che sgomenta il solo pensare a farne un semplice catalogo; e da un'altra parte la loro importazione è cosi affollata e repentina , che non si può starvi dietro con una certa esattezza, e colla diligenza opportuna. Oltre a ciò non offrono le piante moderne che poco o nulla di particolare nella loro storia , come ce la presentano molte di quelle di cui ho parlato ; e perciò per saperne la loro natura, qualità, ed anno della loro introduzione in Eu- ropa, si possono consultare con profitto alcune opere pe- riodiche destinate a far conoscere ai dilettanti, mediante anche le figure colorile, le piante che giorno per giorno vengono come nuove nell'orticultura Europea. E tali opere che io raccomando sono il Botanical magazine (1), il Botanistrepository (2), il Botanical register (3), opere stampate a Londra, e delle quali ogni mese esce un fa- scicolo ; e finalmente la flora di Van Houtt (4) essa pure ogni mese data a fascicoli a Bruselles dal 1845 in poi. (1) Cominciato dal Curtis nel 1793 , e conlinovato dal Sinas col lilolo di Botanical magazine or (lower garden displaied. (2) The bolanist repository for new and rare plants ec. by Henry Andrew. London 1797. 4.° (3) The bolanical regisler consisting of coulored fìgures of exolic planls cullivated in english gardens ec. London 1815. (4) Flore des serres et des jardins de l'Europe , or descript, et flgur. des planles les plus rares et le plus merilanles novellementin- (roduicles sur le contlnent , on en Angleterre ec. Gand. 1845. 312 Di più le opere dell'Aiton (1) e dello Sveet (2), e molti cataloghi di giardini botanici pubblici, spettanti alle prin- cipali città, o di particolari dilettanti, come per esera- pio quello dell'Avvocalo Luigi Colla del suo giardino di Ripoli , io Piemonte , quello del Marchese Ridolfi a Bib- biani in Toscana, l'altro del Prof. Tenore di Napoli (3), sono nel caso di fornire le desiderate notizie. A questi se si uniscono i cataloghi di tanti commercianti fioristi di varj luoghi , che via via esibiscono le nuove piante acquistate e messe in vendita , avremo di che racco- gliere dati sufficienti, per stabilire l'introduzione delle piante medesime nelle differenti province dell'Europa, e per il nostro scopo più speciale d'Italia. E poiché questo commercio d' importazione si fa principalmente in Inghilterra , nel Belgio , ed anche in Francia , perciò noi possiamo vedere nei libri superior- mente citati l'epoca nella quale sono via via le piante introdotte nei detti paesi , e soprattutto in Inghìltera, e calcolare che poco tempo dopo sogliono trovarsi sparse da per tutta l'Europa , atteso l'attuale perfezionamento moderno dell'arte di propagare sollecitamente i vegeta- bili per via di molte pratiche e modi , per 1' addietro sconosciuti. (1) Horlus Kewensis or a calalogue of the plants cuKivated in Ibe R. bolan. Garden al Eew. eie. 2.^ edizione. London 1810, 1813. 5. voi. 8." (2) Horlus brilannicus , or a Catalogne of ali the plants , Indig. or culUvat. in the Great Brilain 3. edicl. London 1839, 8." (3) Horlus Ripulensis, seu enumerano plantar.quae Ripulis co- lunlurab Aloys. Colla eie. Auguslae Taurinorum 1824, i.° ; el eius appendices. — Calalogo delle piante coltivate a Bibbiani , e cenni su qualcuna delle medesime del Marchese Cosimo Ridoin. Firenze 1843, 4.° - Tenore, Calalogo delle piante che si coltivano nel R. Orlo bo- tanico di Napoli , corredalo della pianta del medesimo, e di annola- zioni. Napoli 1848, 4." Paragrafi da aggiungersi ai respettivi luoghi , per essere rimasti tralasciati nel corso della stampa. Pag. 4. Nota 4. Aggiungasi. Anche il Tatti lucchese, rammenta la siligine per una particolare qualità di grano o fru- mento , nei suoi libri cinque dell'Agricoltura 15G0 , pag. 32. 7. Verso ultimo, dopo Geoponici latini Aggiung : La va- rietà d'orzola nuda , o orzo di Siberia , è stata intro- dotta al dire del Lastrl ( Cors. cCAgricolL T. 3. p. 137 ) in Toscana prima che in altre località dell'Italia, ma da non molti anni : e ciò fu col mezzo di semi man- dati all'Accademia dei Geogofili nel 1771 dal Barone Walltravers Svizzero, ed è coltivata con vantaggio in molti luoghi ( V. la Mem. del detto Walltravers nel Magazzino Toscano , T. 2, P. 4, pag. 124). 8. Verso 5 , dopo Georgia. Aggiung. Il Forster con il Rock, che per ordine di Caterina li fecero un'escursione scien- tifica per la Russia, trovarono Vhordeum distichon sal- vatico , al confluente Samarun col Volga ( Reperì, di Agricolt. di Torino T. 15 , p. 293 ). 10. Verso 4 , dopo né quando introdotto. Aggiung. Ma poi- ché Carlo Kock nella parte del Caucaso che attraversa il Chirwan o Scirwan , trovò naturale una specie di Orzo , cui dette il nome di hordeum spontaneum , e 40 314 Vag. che considerò come la specie salvalica del ricordalo hordeum zeocriton L. ( Reperì, d'agric. di Torino, T. 15, p. 293), si potrebbe dire essere esso originario della Russia Asiatica. 12. Nota 6. Aggiung. Ermolao Barbaro {Corollari, L. 2, e. 314), vuole bensì che la segala di Plinio fosse farraginis et pabuli genus. 13. Verso 7 , dopo sull'Olimpo. Aggiung. E già l'Ehremberg e l'Humboldt nel 1829 andando a Saratow ed al Mar Ca- spio, trovarono sul Samaran grano e segale nei terreni incolli e salvatici [Reperì. d'Agric. di Torino, T. 15, p. 293 ). Debbesi anche notare che il Bieberstein ( Fior. Tauro-Caucasica. p. 84 ) , raccolse sulle steppe di Kirghitz una segale , che credette la cereale comune , e che poi fu riconosciuta in vece , non essere altro che la secale fragile , o il triticum fragile del Link. 14. Verso 17. Dopo un istromenlo. Aggiung. Ferrarese dei 1083 , vi si legge doversi pagare al monastero di S. Sil- vestro la quarta parte di grano et sica, cioè segale; e che in una carta di Ravenna del 1184, ed in altra an- che anteriore di Landolfo *'escovo di Ferrara , si trova ricordato a titolo di livello il pagamento in granaglie ed in altre derrate , fra le quali si nota de grano et se- cale . et de sicale in campo capata quintam { Muratori, Ani. Hai. T. 1, p. 349, dissert. 24), e che in altro istromenlo 14. Nola 7. Aggiung. Giov. Targioni Tozzelli. Notizie sulla slor. delle scienze fìsiche in Toscana. Firenze 1852, k.° pag. 134. 15. Verso 20. Dopo fosse introdotta. Aggiung. Era bensì co- nosciuta nel secolo XIV e XV, poiché il Rinio [Liber de simplicibus MSS. del 1415, nella Bibl. di San Marco a Venezia ) ne dà la figura alla lav. 94, coi nomi di milica , sorghus , melegara. 16. Nola 9. Aggiung. Così dello da Baclria , ora Buckaria all'Est del Mar Caspio. 315 Pag. 17. Nota 1. Aggiung. Pier Crescenzio, nato a Bologna nel 1230, ultimò la sua opera d'agricoltura dopo tornato dal suo esilio politico, cioè dopo il 1299, all'età di 70 anni, come egli medesimo dice. 24. Verso 2. Dopo come merce trasportatavi. Aggiungi in nota. Il Caylus [Recueil d'antiquit. T. 1, p. 13: e Mem. de VAcadem. des Inscript. et beli, lettr. T. 14 , p. 13), non meno che il Bose ( Mem. de VAcad. de beli, lettr. 1739. Decembr. ) avendo ritrovato sopra un idoletlo egiziano di bronzo , una ammannitara di colla o pasta e tritumi di paglia che supposero di riso, per poi sopra dorarlo , crederono che il riso fosse coltivalo in Egitto dalla più remota antichità , e sulla autorità di questi due autori lo credè anche il Sonnini ( Voyag. dans le haut et basse Egypte, T. 1, p. 252 ). Ma su questo solo dato, non può basarsi la prova di quanto asserirono , giacché come potrebbesi riconoscere che minutissimi frammenti di paglia fossero di riso, piuttosto che di altra graminacea? perchè non poteva piuttosto essere paglia di miglio, che sappiamo essere stato in allora molto coltivato in Egitto ? 24. Nota 3. Aggiung. Benedetto Rinio nel suo Libar de sim- pUcibus , MSS. del 1415 , dà la figura del riso [oryza] alla tav. 217; ma questa è una figura cervellotica, da mostrare che non fu fatta dal vero , al contrario della maggior parte di quelle di detto codice, fatte molto esat- tamente. Dal che sembrerebbe che non avesse potuto procacciarsi la pianta viva per copiarla , e che per conseguenza non esistesse in allora veruna coltivazione di riso in Italia. 28. Alla nota 2. Aggiung. Anteriormente Leandro Alberti, nella sua descrizione di tutta Italia, pag. 182 , raccontò che nei beni del Principe di Bisignano nella Calabria, si ri- cavava assai zucchero. 28. Alla nota 4. Aggiung. Zuccagni, Corograf. dell'Italia, T. 9, p. 77. 316 Pag. 57. Verso 22. Dopo dagli Agricoltori. Aggiung. Solamente è da notarsi che il P. Agostino del Riccio ( Agric. sperim. MSS. , Voi. 2 , car. 235 ) loda il Giardino Torrigiani dalle Convertite per le pastinache e carote grossissime che vi si coltivavano nel 1596. 58. Verso 25 , dopo ne scrisse il Soderini (3). Aggiung. e nel 1596 il P. Agostino del Riccio [Agric. sperim. MSS., Voi. 2 , car. 371) lasciò detto, i sedani non è guari che si usano nella città di Firenze. 60. Verso 25 , dopo o romano. Aggiung, Sembrerebbe bensì che il fìnocchio dolce fosse stato conosciuto in altri luoghi d'Italia prima che in Toscana , poiché il Rinio nel suo MSS. del 1415, alla tav. IH, dà la flgura colorita di questo Gnocchio , ed avverte che ve ne è un altro salvatico , che dice essere il Marathron agria, ed hyppomarathron degli antichi Greci, vale a dire il finocchio forte. 123. Nota 2. in fine. Aggiung. Lorenzo Magalotti allude a que- sta fabbrica di Poggibonsi, dicendo nel suo Ditirambo intitolato il Fior d'arancio ( Canzoniere, opera post. Luc- ca 1767, pag. 260): Io ch'ogni giorno insacco La mia libbra di tabacco Non di quel che a tutti i gonzi Per delizia pellegrina { Ohi siocchezza sopraffina ) Gabellar fa Poggibonzi. 186. Verso ultimo. Dopo delle foglie [k). Aggiung. Ed in pro- posito dei mori a frutti rossi, il P. Agostino del Riccio ci informa, che incominciarono ad essere conosciuti e coltivati in Toscana a tempo suo, dopo la metà del secolo XVL 239. Verso 18. Dopo una più antica introduzione. Aggiung. Per altro debbo notare che in un magnifico bacino tondo 317 d'argento , cesellato da Benvenuto Cellini, appartenente alia R. Corte dì Toscana , e nel quale quell'insigne artista rappresentò mirabilmente Orfeo che col suono attira a sé tutti gli animali , vi si vedono effigiati al naturale e senza equivoco due grossi salci piangenti , fra gli altri alberi che sono nel campo di quel disegno. Dal che bisogna concludere che i salci piangenti erano conosciuti nel secolo XVI; ma dove il Cellìni potesse averli veduti , se in Francia o in Italia più probabil- mente , si ignora. INDICE GENERALE. Introduzione Pag. 1 £. I. Delle piante graminacee o culnaifere » 2 Grano Trilicum salivum » Ivi — a grappoli .... — composilum » S Farro — spella » ivi Orzo Hordeum vulgate » 7 — mondo varietas » 8 Orzola — dislicum » 9 Orzo perlaio — zeocrilon » ivi Vena Avena saliva » 10 -- di Tartaria .... — lalarica » 1 1 — d'inghillerra ... — nuda » ivi Segale Secale cereale » 12 Miglio Panicum miliaceum . ...» 14 Panico — ilalicum » 13 Saggina comune . . . Holchus sorgum » ivi — bianca varici » ivi — spazzola — saccharalus » 17 — di Cafreria .... — cafrum « ivi — turca ... — ccrnuus » 18 — in spiga .....— spicalus w ivi Formentone , o gran- turco Zea mays » 19 Riso Oryza saliva » 22 Canna da zucchero . . Saccharum ofj^cinale . ...» 27 g. II. Delie piante leguminose o baccelline » 29 Piselli Pisum salivum « ivi Fagiuoli bianchi . . . Phaseolus romanus > 30 -— caracollo Dolichos Caracalla ...... ivi — dell'occhio ....-— melmophlalmus » ivi 320 Fave Vida Faba Pag. 30 Lupino Lupinus albus » 31 Rabiglio Pisum arvense » Ivi Mochi Lalhtrus cicera » Ivi Cicerchie — salivus » ivi Leri , zirli Vida Ervilia » ivi Veccia — saliva » ivi Ceci Cicer arielinum » ivi Lenti Ervum lens » 32 Erba medica .... iVIedicago saliva » 34 Lupinella Bedysarum onobrychis. ... » ivi Sulla — coronarium «35 Trifoglio rosso .... Trifolium incarnalum. . . . » Ivi g. III. Delle piante solanacee » ivi Palale Solarium, itiberosum . ...» Ivi PonQldoro — Lycopersicon » 39 Melanzane o petonciani. — esculenlum » 40 Peperoni Capsicum annuum » 42 §. IV. Delle piante convolvulacee » 43 Baiala Convolvulus Balatas ....•> ivi g. V. Delle piante composte o singenesie » 47 Tartufi di canna . . . Helianlhus luberosus ... . » Ivi Carciofl Cynara Scolimus » 48 Carciofo salvalico ... — Cardunculus >» 49 Lattuga Lactuca saliva » 54 Radicchio Cichorium intybus v 53 Indivia — endivia » ivi §. VI. Delle piante umbellate » 36 Carota Daucus carota »> ivi Pastinaca Paslinaca saliva » 57 Sedano , o sellerò. . . Apium graveolens » ivi Macerone Smyrnium Olusalrum . ...» 58 Prezzemolo Apium Pelroselinum . ...» ivi Finocchio forte. . . . Foeniculum vulgare » 59 — dolce — salivum » ivi — di Bologna .... — dulce » ivi Anacio Pimpinella ànisum » 61 Anelo Anelhum graveolens ...» 62 Coriandolo Coriandrum salivum . ...» Ivi §. VIL Delle piante crucifere » 63 Cavolo Brassica oleracea » ivi — rapa — caulorapa » 64 Rapa — Rapa » 63 Navone , o colza . . . Brassica Napus » 66 Ramolaccio, o ravanello. Raphanus salivus » ivi 321 vili. Delle piante cucorbitacee Pag. 67 Zucca Cueurbila Pepo » ivi — da pesci — lagenaria » 68 Cetriolo Cucumis saiivus » 69 Popone — lUelo » ivi Cocomero — citrullus » 71 Mellone — flexuosus » 72 . IX. Piante bulbifere , o cipolline » 73 Cipolle Allium Caepa » 74 Aglio — salivum » ivi Porro — porrum » ivi Scalogno — > Ascalonicum » ivi Erba cipollina .... — Schoenoprasum » ivi X. Di alcune piante ortensi di svariale famiglie . ...» 75 Bietole Bela cicla » ivi Barbabietola — vulgaris » 76 Spinaci Spinacia oleracea » 77 Atreplice , spinacione. Atriplex horlensis » ivi Sparagio Asparagus officinalis . ...» 78 Spazzole — lenuifolius » ivi Bassi lieo Ocimum Basilicum » 79 — da piccioni .... — maius » 81 — anaciato — anisalum » ivi — pino — minus » 82 Maggiorana o persia. . Origantim Majorana . ...» 83 Targone Arlemisia Dracunculus ...» 84 XI. Piante tecniche appartenenti a diverse famiglie . . » 85 Lino Linum usilalissimum . ...» 86 Canapa Cannabis saliva » 90 Colone Gossypium herbaceum . ...» 93 Guado Isalis lincloria » 101 Robbia liulia tinclorum » 105 ZatTrone Carlhamus lindorius .... » 108 Zafferano Crocus saiivus » 110 . Lnteola Reseda Luleola » 113 Datisca Dalisca cannabina » 113 Papavero Papaver somniferum . . . . » 116 Tabacco Nicoliana Tabacum » 118 — brasile — rustica » 126 Sena Cassia obovata » 127 Ricino Ricinus communis » 129 XII. Delle piante arboree fruttifere » 133 Ulivo Olea europaea » ivi Vite Vilis vinifera ; » 140 Pero Pyrus communis » 151 41 322 Melo Pyrus malus Pag. 153 — cotogno - cydonia » 1 56 Nespolo Mespylus germanica . . . . » 138 Ciliegio. ..... Prunus Cerasus » Ivi Susino — domestica » i6l Mandorlo àmygdalus communis . . . . » 163 Albicocco Armeniaca vulgaris » 165 Pesco Persica vulgaris « 167 — mandorio — - varielas » 170 Giuggiolo Zuzyphm vulgaris » 171 Pistacchio Pislacia vera » 172 Noce luglans regia » 174 Nocciuòlo Corylus Avellana » 176 Castagno ...... Caslanea vesta » 178 Fico Ficus carica » 181 Gelso, Moro nero . . ìHorus nigra » 186 — Moro bianco. . . - alba » 188 — della China .... — macrophylla j; 191 — delle Filippine ... — mullicaulis « Ivi XIII. Degli agrumi, o piante appartenenti alle Aurauziacee » 193 Cedro , o cedrato . . Cilrus medica » 194 Arancio forte .... — vulgaris » 202 — della China .... — bigarradia myrlhifolia . . » 208 — pavonazzo .... — vulgaris varielas » 209 Pompelmo o pompa di Genova — decumana 'Ivi Arancio istrice .... — hyslrix » 210 — australe — auslralis » 211 — dolce — Auranlium » ivi — di sugo rosso ... sanguinea » 214 — mandarino ... — mandarinus » 215 Limone — Limon ......... 216 Pomo d'Adamo. ... — Auranlium Pomum Adami . » 220 Bergamotta - Bergamium « 22l Bizzarria — Auranlium limo cilralum . » 222 XiV. Degli alberi da ornamento . . » 224 Platano orientale . . . Plaianus orienlalis » ivi — occidentale .... — occidenlalis » 226 Diospiro, o guaiacana . Diospyros Lotus » ivi — della Yirginia ... — virginiana » 229 Cedro del Libano , . . Abies Cedrus » ivi Cipresso Cupressm sempervirens ...» 233 Castagno d'India . . . Aesculus hyppocastanum . . . » 235 Lauro regio Cerasus Lauroacersus. ...» 237 Salcio piangente . . . Salix babilonica » 238 Azederac melia azederach » 239 lalìbrissin Querce di Ghiande dolci. Coireuleria Lilac turco — di Persia Chelraia Acacia, robinia . . . Tuiipifero Magnolia Noce nero Negundo Cipresso gaggia. . . . Tiglio argentino . . . Gledllsia Pero di fior doppio . . Ginepro della Virginia . Gaggia Albero del pepe . . • Araucaria . , . . . Eugenia Cinnamomo Cipresso di Portogallo . Catalpa Moro papirifero . . . Ailanlo Slercnlia, o firmiana. . Pino lanceolato. . . . Ginco Camelia XV. Delle piante da fiorì — lattuga — borraccina — maggese . — nera . . — variegata . — damaschina — incarnata. — di Bengala — the . . . — a mazzetti — noisette. . — Bancksiana — muschiata AnenQoli . . Ranuncoli Acacia julibrissin Quercus ballota . Koelreuteria paniculata Syringa vulgaris. . — persica .... Hybiscus syriacus . Robinia pseudnacacia Liriodendron lulipifera Magnolia grandiflora luglans nigra. . . Negundo fraxinifolium Taxodium dislichum Tilia argentea. . . Gledilschia triacanthos Pyrus speclabilis. . . luniperus virginiana Acacia Farnesiana . Schinus molle. . . Araucaria iwbricala Eugenia Micheli Persea Cinnamomum Cupressus lusilanica Catalpa bignonioides Broussonetia papyrifer Ailanthus glandulosa Slerculia platanifolia Belis jaculifolia • . Salisburia adiantifolia Camellia japonica d'ornamento. . . Rosa cenlifolia . — buttata . . . — muscosa . . — gallica . . . — holosericea . . — versicolor . . — damascena. . — alba var. . . — semperflorens. — indica thea . — muUiflora . . — noiselliana. . — Bancksiae . . — moschata . . Anemone coronaria Ranunculus asiaticus 323 Pag. 241 » 242 » 243 » ivi » 244 » 245 .. 246 )> 248 » 249 » 231 » ivi » ivi » 253 » ivi )> 264 » ivi » 255 » ivi » 257 » 269 » 260 » ivi )• ivi w 261 » 262 )) 263 » 265 « 266 » ivi » 268 .) 270 » 271 » ivi » ivi » 272 » ivi » ivi » 273 » ivi » 274 » ivi » ivi » ivi » 276 » 276 » 277 324 Giacinti, gnu BreUa- gne Hyacinlhus orienlalis . . . Pag. 278 Maschi greci .... — muscari » 281 Narcisi Narcissus orienlalis » 282 Giunchiglia di Spagna . — incomparabilis » 284 Corona imperiale . . . Frilillaria imperialis . ...» ivi Riccio di dama . . . Lilium calcedonìcum » 285 Giglio tigrato .... — ligrinum » ivi Tuberoso Polianlhes tuberosa » 286 Tulipani ...... Tulipa Gesneriana » 287 Gelsomino comune . . Jasminum officinale » 289 — catalogno .... — grandiflorum » 291 — azorico — azoricum » 292 Mugherino Mogorium sambac » tv! — stradoppio .... —fi. pleniss » 294 Garofoli Dianlhus caryophillus .... » 296 Girasole Helianlus annuus » 297 Giorgine , o dalle . . . Dahlia variabilis » 298 Crisantemi Chrysanlhemum indicum ...» 300 Ortensia Hidrangea hortensia » 302 Geranio cuculialo. . . Pelargoniutn cucuUalum . . . «303 — a odore di rosa e me- lissa — capUalum » ivi — a foglie di mirride . — myrrifolium » ivi — a foglie d'aichemilla. — alche milloides » 304 — notturno — li iste » ivi — chermisino .... — inquinans » ivi — rosa — radula P » Ivi . — malva d'Egitto. . . — odoralissìmum » 30S Dittamo Origanum Diclamnus . ...» ivi Fushsia Fuchsia coccinea » 306 — licloide — lycioides » 307 Ananasso Bromelia Ananas « ivi Fior di passione . . . Passiflora caerulea » 308 Nasturzio indiano. . . Tropaeolum majus » 309 Gelsomino di bella notle. Mirabilis jalapa » ivi Quamocllt Ipomaea quamoclit ...... 31o Cedrola Lippia cilriodora » ivi Aggiunte da farsi ai respettivi luoghi » 313 ERRORI CORREZIONI 5. nota 3. Geograph. L. i5, p. 127 » nota 7. T. i5, p. aSg 8. ver. i. horcìeum Indi satipum » nota 3. Lettere scritte dalla Sicilia e dalla Turchia , T. 5, lett. 5. 9. nota 2. Economia del cittadino in villa , L. 6, p. 425. Seconda edizione , p. 65 1 IO. nota 9. mat. med. L. 4., e. i3 li. nota \. Del genere delle avene. Me- mor. Padova 1786, 4.° p. 7. 12. Ter. 24. Secale cerale i5. nota 2. Linnaea , T. 21 . p. 427, ann. 1848, nouv. Bibl. de Genève 1818, p. i6o. 26. ver. 2. Oryze 27. note 5i. ver. 9. Tutte le altre civaie essendo spontanee dell'Asia si sono » ver. i4. Pisuni arvens » nota 1. ver. ult. quam alii arenam 44. nota 1. Hmalaia 63. ver. 19. (/ vetustissimi 90. ver. 2. oltre alcuni particolari 95. nota 3. xaTipTtacjos i34. ver. 7. in ebraico detto zait 139. ver. 16. nel secolo XV. i4a. nota a. La Bretonniere i46. nota 4- Firenze i23o, pag. 171. nota I. ver. 4. pag. 116 188. ver. 24. daUa Siclla 204. nota ver. 2. de Emplastis 208. ver. 28. nell'arancio nano 2j5. nota 1. Kaempher 224. ver. I. della nota un abizzarria 237. ver. 8. Priimus laurocerasus 244. ver. 25 e 26. ed anche prima dell'altra Geoeraph. L. i5, Tom. 2, p. 1017, edit. Amstelod. 1707, f." T. i5, p. 539 . hordeum Iiidis satipum Lettere scritte dalla Sicilia e dalla Tm-chia, T. 5, lett. i3, pas:- 125. Economia del Cittadino in Vil- la, L. 6, p. 425. Seconda edi- zione Roma i65i. Mat. med. L. 4, e. 139. Del g:enere delle avene , memor. Padova 1789, 4-" P- 7- Secale cereale Linnea, T. 21, p. 427) aan. 1848. Nouv. Bibl. de Genève. Juin i84y- p- 160. Ory-a ( Le due note infondo della pa- gina, si debbono invertire, met- tendo quella del N." 2 al N.° i e viceversa ) Tutte le altre civaie essendo spon- tanee dell'Asia , ed anche del- l'Italia, si sono migliorate Pisum arvense quam alii avenam Hymalaia a vetustissimis oltre alcune particolari xapTraaos in ebraico detto scemen zait , chiamandosi Y ulivo ed il suo frutto zait nel secolo V. La Bretonnerie (e cosi si correg- ga altrove ) Firenze i584 pag. 104- pa?. i65. dalla Sicilia de Emplastris dell'arancio nano Kaempfer {e cosi si corregga al- trove ) una bizzaria Pvunus Laurocerasus ma bensèdopo dell'altra New York Botanical Garden Library SB108.I8T37 . , . . ,. 9^" Targioni-Tossetti./Cenni storici su ai 3 5185 00025 2310 \ \ ' '.m^^^ "k